![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 GENNAIO 2004 |
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Il suo pensiero: illuminismo, neopositivismo,
liberalismo |
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Bobbio si avvia allo studio del diritto con un programma
dal taglio neoilluministico, metodologico, analitico. Fin dalle prime opere
giovanili intraprende una critica delle filosofie irrazionalistiche - ad
esempio, ne "La filosofia del decadentismo" (1944) - respinte
proprio per la carenza di rigore metodologico. Un altro aspetto si affianca,
a partire dal dopoguerra, a quello della chiarezza d'analisi, senza mai
abbandonarlo: l'impegno politico. Nelle opere successive ("Teoria della
scienza giuridica", 1950; "Studi sulla teoria generale del
diritto", 1955; "Teoria della norma giuridica", 1958;
"Teoria dell'ordinamento giuridico", 1960; "Il positivismo
giuridico", 1961) si approfondisce l'approccio analitico. La scienza
giuridica è intesa come un sistema di enunciati rigorosamente concatenati:
dai principi del diritto - che non sono veri, ma fissati per convenzione -
vanno ricavati con metodo deduttivo tutte le conseguenze logiche. Insieme al
formalismo di questi studi, Bobbio porta avanti anche la riflessione politica
attraverso numerose opere, tra le quali "Locke e il diritto
naturale" (1963), "Da Hobbes a Marx" (1965), "Diritto e
Stato nel pensiero di E. Kant" (1969). Il pensiero politico moderno è
diviso, secondo il filosofo torinese, tra la concezione organicistica,
comunitaria, della società e dello Stato - ascrivibile a Rousseau - e
l'individualismo comune ai due fondatori del liberalismo, Hobbes e Locke, al
quale Bobbio accorda la propria incondizionata adesione. La sua dottrina
ruota attorno al concetto di individuo e di «libertà negativa»: non esiste
democrazia senza un ordinamento che garantisca la libertà dell'individuo
dallo Stato e dagli abusi di potere. Questo legame tra liberalismo e
democrazia corrisponde per Bobbio a un vero e proprio nesso logico: poiché il
primo contiene l'istanza della competizione tra forze economiche, da questa
idea deriverebbe necessariamente il pluralismo di diverse istanze culturali,
politiche e sociali che presuppone la democrazia. Ma al tempo stesso, negli
anni Cinquanta, Bobbio respinge l'idea che la democrazia debba essere
identificata con «l'autogoverno del popolo»; democratica, piuttosto, è
l'azione illuminata delle minoranze dirigenti. Soltanto più tardi, recupera
l'istanza di una democrazia allargata all'intera società, alla partecipazione
attiva dei cittadini. Ma coincide con la fine del dialogo di Bobbio con il
Pci. In scritti come "Quale socialismo? " (1976), "Socialismo
liberale" (ripubblicato nel '79) e "Se la libertà non è
socialista" (1980) recupera l'eredità del pensiero di Carlo Rosselli in
contrapposizione al marxismo. |