![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 GENNAIO 2004 |
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L’intellettuale
e filosofo torinese si è spento ieri all’età di 94 anni nella città natale.
Unanime il cordoglio
«IL COMPITO degli uomini di cultura è, più che mai oggi, quello di seminare
dubbi, non già di raccogliere certezze. Di certezze - rivestite della fastosità
del mito o edificate con la pietra del dogma - sono piene, rigurgitanti, le
cronache della pseudocultura degli improvvisatori, dei dilettanti, dei propagandisti
interessati. Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare
tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze
prima di decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo
irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva». Questo scriveva Norberto
Bobbio nel 1951. E a questo ideale di cultura egli ha improntato la sua vita di
studioso e di maestro. Per lui i "chierici" tradiscono la loro
missione quando trasformano il sapere umano, «che è necessariamente limitato e
finito , in sapienza profetica» - con tutta l’arroganza e il dogmatismo che ne
conseguono.
Quella di Bobbio è stata una "filosofia militante" - e "la
filosofia militante che ho in mente", affermava, «è una filosofia in lotta
contro gli attacchi, da qualsiasi parte provengano - tanto da quella dei
tradizionalisti coma da quella degli innovatori - alla libertà della ragione
rischiaratrice». Questo non voleva affatto dire per lui che l’intellettuale
debba essere super partes, giacché anche l’intellettuale ha il suo modo di
decidersi, «purché s’intenda bene che egli non può decidersi che per i diritti
del dubbio contro le pretese del dogmatismo, per i doveri della critica contro
le seduzioni dell’infatuazione, per lo sviluppo della ragione contro l’impero
della cieca fede, per la veridicità della scienza contro gli inganni della
propaganda».
Certo, l’uomo di cultura non può "appartarsi", solo che, precisava
Bobbio, egli ha il suo modo di impegnarsi: «Quello di agire per la difesa delle
condizioni stesse e dei presupposti della cultura». E v’è di più, perché al di
là del dovere di entrare nella lotta, Bobbio reclamava per l’uomo di cultura
anche di non accettare i termini della lotta così come sono posti, di
discuterli e sottoporli alla critica più severa. In breve: «Al di là del dovere
della collaborazione c’è il diritto della indagine». Con ciò Bobbio sentiva di
camminare sulla strada, tra altri, di Spinoza e di Gramsci. Infuriava la guerra
e Spinoza scriveva ad un suo amico:«Queste turbe non mi inducono né al riso né
al pianto, ma piuttosto a filosofare e a osservare meglio la natura umana .
Lascio, dunque, che ognuno viva a suo talento e che chi vuol morire muoia in
santa pace, purché a me sia dato di vivere per la verità». E poi Gramsci, da
uno dei Quaderni dal carcere : « Comprendere e valutare realisticamente la
posizione e le ragioni dell’avversario ( e talvolta è avversario tutto il
pensiero passato) significa appunto essersi liberati dalla prigione delle
ideologie ( nel senso deteriore, di cieco fanatismo ideologico) cioè porsi da
un punto di vista "critico", l’unico fecondo nella ricerca
scientifica».
Norberto Bobbio si è spento ieri a Torino, la città in cui era nato il 18
ottobre del 1909. Si laurea prima in Giurisprudenza e successivamente in
Filosofia. Libero docente nel 1934, nel 1939 è professore di ruolo presso
l’Università di Padova, e nel 1948 succede a Giole Solari sulla cattedra
torinese di Filosofia del Diritto. Nel 1950 comincia il suo impegno nella
Società Europea di Cultura. È nel 1955 che Bobbio fa uscire due sue raccolte di
saggi che lo rendono noto al più ampio pubblico: Studi sulla teoria generale
del Diritto e Politica e cultura. Altri suoi importanti studi apparsi nei
quindici anni successivi sono: Giusnaturalismo e positivismo giuridico (1965);
Saggi sulla scienza politica in Italia (1969); Una filosofia militante. Studi
di Carlo Cattaneo (1969). Nel 1972 si trasferisce a Scienze Politiche sulla
cattedra di Filosofia politica. Intanto, l’anno successivo, scrive per "Mondoperaio"
un saggio dove egli nega l’esistenza di una teoria marxista dello Stato. Il
dibattito che ne seguì fu serrato e di grande rilievo: Bobbio criticava
l’allora osannato marxismo da una posizione di riformismo di sinistra. Lascia
l’insegnamento nel 1979. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo
nomina senatore a vita nel 1984 - e in quest’anno escono Il futuro della
democrazia e Maestri e compagni. Il problema della guerra e le vie della pace è
del 1979; del 1990 L’età dei diritti; Una guerra giusta? Sul conflitto del
Golfo appare nel 1991. Nel 1993 Bobbio pubblica Destra e sinistra, un testo che
ha avuto un enorme successo e che è stato pubblicato in parecchie lingue. A
cura di Alberto Papuzzi è uscita nel 1997 l’Autobiografia - a proposito della quale
Giovanni Sartori ha scritto che dalle pagine di questo libro «emerge in nuovo
risalto lo straordinario impegno civile di un autore che sente e soffre tutti i
temi del nostro tempo. S’intende che l’impegno di Bobbio è culturale, e anche
non è mai engagé (anzi). Bobbio ha anche partecipato a battaglie politiche, ma
ne è rimasto scottato. In politica - confessa - «mi è accaduto di farmi qualche
illusione non più di tre o quattro volte, ma sono stati autoinganni di breve
durata». Autoinganni perché Bobbio si colloca nel "Paese ideale", un
paese che sta agli antipodi dell’Italia reale; «un’Italia segnata da prepotenze
in alto e servilismo in basso astuzie come suprema arte di governo e furberia
come povera arte di sopravvivere, il grande intrigo e il piccolo sotterfugio».
Sono parole del 1986; ma da ripetere tal quali, senza cambiare un iota ».