![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 07 GENNAIO 2004 |
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«Ogni cittadino dovrebbe poter esprimere la propria volontà in un testamento biologico»
Nel
novembre 2002 un'indagine curata dal Centro di bioetica dell'Università
Cattolica di Milano - una fonte al di sopra di ogni sospetto - sul ricorso
“sommerso” all'eutanasia negli ospedali di Milano fornì un esito che sconcertò
tutti (tranne gli addetti ai lavori): su 259 rianimatori intervistati in forma
anonima, il 3,6 per cento affermò di somministrare farmaci letali ai pazienti
terminali; e ben il 42 per cento disse di aver posto in atto “più di una
volta”, allo stesso scopo, la sospensione di cure vitali. La pubblicazione di
questi dati innescò un dibattito acceso quanto effimero.
«Quei dati mi hanno spaventato. Nessuno ha il diritto di togliere la vita»,
dichiarò in quella circostanza al Corriere della Sera il ministro della Salute
Girolamo Sirchia, dicendosi «favorevole» a regolamentare il cosiddetto
«testamento biologico» (si tratterebbe di concedere a ogni persona la
possibilità di esprimere o negare anticipatamente il proprio consenso verso
trattamenti sanitari e interventi medici nel caso perdesse le proprie capacità
naturali) purché si escludesse «la possibilità di chiedere l'eutanasia».
Su questa linea si è attestato il documento sul testamento biologico approvato
il 28 novembre scorso dai 54 saggi del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) su
invito dello stesso ministro Sirchia. Il presidente del Cnb Francesco
d'Agostino ha descritto i contenuti del testo - inviato al Parlamento come base
per una nuova legge - come «un modo per tutelarsi dall'accanimento terapeutico,
in cui l'eutanasia resta fuori dalla porta».
Una visione profondamente diversa del problema è quella del medico piacentino
Giorgio Macellari (chirurgo, senologo, studioso di filosofia, docente di
bioetica nella scuola di specializzazione in Chirurgia generale dell'Università
di Parma, presidente regionale dell'Istituto italiano di bioetica) che rifiuta
la volontà di circoscrivere in tal modo l'ambito dell'autodeterminazione del
paziente. Nel suo ultimo libro (“Il testamento biologico”, Vicolo del Pavone,
114 pagine) Macellari afferma, in modo appassionato e insieme argomentato, che
se si parla di testamento biologico è giusto ammettere la possibilità, per chi
lo desideri, di chiedere una “buona morte” che liberi da un'esistenza in vita
divenuta ormai, senza speranza di guarigione o miglioramento,
insopportabilmente penosa o degradante (una pratica proibita in Italia, ma non
punita - o esplicitamente ammessa in questa o quella forma - in altre
legislazioni europee: Svezia, Germania, Belgio, ma soprattutto Olanda, dove è
legale anche il “suicidio assistito”).
L'interesse di questo volumetto per il lettore va ben al di là del fatto che il
suo autore è fra i protagonisti del dibattito culturale della nostra città; “Il
testamento biologico” è un libro che meriterebbe una diffusione e una
visibilità nazionale perché affronta - nel modo più esplicito, completo e
comprensibile anche ai non specialisti - un tema di drammatica, cruciale
importanza per ciascuno di noi: e lo fa prendendo coraggiosamente posizione.
Questo libretto si inscrive nel genere, illuministico per eccellenza e raro in
Italia, del pamphlet (nel senso filosofico e non “libellistico” del termine)
che affronta spregiudicatamente un argomento assai sentito dalla comunità
civile, lo sviluppa in poche pagine comprensibili anche a un lettore non
specialista e, senza limitarsi alle polemiche, espone una proposta.
In “Il testamento biologico” Macellari solleva diversi problemi filosofici (a
chi appartiene ogni individuo, a se stesso o ad altri? possiamo parlare di vita
solo in base a meri parametri biologici, anche quando non possiamo più
sviluppare esperienze e relazioni col mondo che giudichiamo accettabili?),
concentrando in poche pagine un veloce excursus sul concetto di
“autodeterminazione” nella storia della filosofia (un ruolo centrale è
assegnato al John Stuart Mill del saggio “Sulla libertà”: “Su se stesso, la sua
mente, il suo corpo l'individuo è sovrano”) e citando un'ampia giurisprudenza
italiana e straniera non solo sull'eutanasia ma anche sul principio del
“consenso informato” (il cui affermarsi, secondo l'autore, ha sancito la
superiorità della volontà del paziente su quella del medico).
Alla fine, dopo aver discusso le varie obiezioni di principio che si possono
muovere contro la depenalizzazione dell'eutanasia su malati terminali che
l'abbiano prevista come disposizione nel loro testamento biologico (obiezioni
di cui, in molti casi, Macellari riconosce la serietà), arriva la “modesta
proposta” dell'autore: ogni cittadino in grado di esprimere la propria volontà
e i propri desideri potrà sottoscrivere un “testamento biologico”, da lui
modificabile o revocabile, in ogni momento successivo, in cui l'eutanasia potrà
essere contemplata come possibilità; nessuno potrà costringerlo a scrivere
questo testamento se egli non desidera farlo; se lo farà, potrà indicare un
fiduciario per far rispettare la sua volontà nel caso di sopraggiunta
incapacità di intendere (sarà il pretore a dirimere eventuali conflitti fra il
tutore e i medici); in assenza di documenti scritti, la eventuali volontà
espresse in precedenza da un paziente incapace saranno ricostruite attraverso
le testimonianze delle persone a lui più vicine; il medico avrà diritto
all'obiezione di coscienza contro gli adempimenti (eutanasia o altro) contrari
ai suoi princìpi.
Tanto l'analisi quanto la proposta - avverte l'autore - muovono da una
concezione laica della bioetica, che «non fa ricorso a elementi religiosi e
trascendenti per risolvere i problemi della vita». E' un libro con cui il
lettore potrà trovarsi, magari, in radicale disaccordo. Ma tutti dovrebbero
leggerlo, per comprendere meglio i termini di quella che davvero è, come recita
il sottotitolo, “una questione di vita e di morte”.
o.mar.