RASSEGNA STAMPA

06 GENNAIO 2004
MAURIZIO SCHOEPFLIN
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Taguieff e l’utopia del progresso
IMPARARE A VIVERE NEL TEMPO

Se l’Ottocento si era incaricato di esaltare l’idea di progresso e di elevarla a concetto guida, è toccato al Novecento demolire fragorosamente il sogno delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Per la verità, bisogna dire che anche nel XIX secolo non mancarono le voci duramente critiche, che non esitarono a mettere radicalmente in discussione il dogma progressista: a questo proposito, in particolare per quanto riguarda l’ambito della filosofia, basta ricordare Schopenhauer e Nietzsche, il primo sostenitore di un pessimismo cosmico che non lascia spazio alla glorificazione del progresso, il secondo assertore di una complessa teoria del tempo come eterno ritorno che esclude la dimensione di uno sviluppo lineare degli eventi, tanto cara alle vestali e ai custodi del progressismo. Ma, preso nel suo complesso, il XIX secolo appare davvero completamente imbevuto e quasi ubriacato dell’ideologia del progresso: lo storicismo hegeliano, il positivismo comtiano, il marxismo, ciascuno nel proprio ambito e secondo una diversa prospettiva, avevano rassicurato l’umanità circa la positività del futuro e circa il fatto che il felice matrimonio tra scienza e politica avrebbe garantito al mondo un domani radioso. Quanto era stato affascinante il sogno, tanto si è rivelato amaro il risveglio e faticoso il ritorno con i piedi per terra, come ben documenta Pierre-André Taguieff nel suo recente saggio Il progresso. Biografia di una utopia moderna (Città Aperta Edizioni, pagg. 234, euro 15,00). Scrive Taguieff: «Il breve e tremendo XX secolo... sembra costituire una lunga e sistematica confutazione empirica di tutte le certezze e le predizioni ottimiste propagate dalla religione del Progresso... Dagli stermini di massa alle catastrofi ecologiche, dalle dittature sanguinarie alla robotizzazione dell’esistenza umana... non mancano gli indizi che permettono, non solo di dubitare del Progresso, ma anche e in modo più significativo di diagnosticare la sua morte o la sua inversione diabolica». Che la fede nel progresso fosse un surrogato della fede religiosa se ne erano accorti in molti, e Taguieff riprende con particolare decisione questo argomento: «La visione futurocentrica e mistica della storia - si legge infatti nel libro - trasmette un messaggio di riconciliazione finale, l’annuncio che tutte le contraddizioni saranno abolite in avvenire... riformula la speranza, di origine messianica, nell’avvento del regno di Dio, come regno della verità, della libertà e della giustizia: è la sua dimensione religiosa, o più esattamente pseudoreligiosa». Certamente pseudoreligiosa, perché il dogma laico del progresso attribuisce alle capacità umane ciò che, in realtà, è soltanto nelle possibilità di Dio: e la storia ci ha dolorosamente insegnato che alla promessa di realizzare il paradiso in terra corrisponde nei fatti la costruzione di sistemi infernali che annientano l’uomo, privandolo della libertà, della dignità e, paradossalmente, proprio di qualsiasi speranza di miglioramento. Ma se oggi fosse in agguato il rischio opposto, quello, cioè, di una indiscriminata demonizzazione del progresso? In fondo, il passaggio dall’ottimismo estremo al nichilismo assomiglierebbe molto a una caduta dalla padella nella brace. Esiste un’alternativa alla secca contrapposizione di cui parlava Bernanos fra l’imbecillità felice dell’ottimista e l’imbecillità infelice del pessimista? A questo proposito, Taguieff invita a riflettere: «Ciò che è morto, nell’eredità del progressismo, è anzitutto la fede nel progresso automatico», ed è morta - almeno si spera - l’ansia di distruzione redentrice, l’idea di abolire tutto per rifare tutto, l’utopia dell’uomo nuovo. Ma è giusto che non muoia la volontà di migliorare il mondo, magari - come ha insegnato Popper - attraverso piccoli passi e mediante cambiamenti limitati e provvisori, perché il perfettismo è estremamente pericoloso. Ma molto pericolose potrebbero diventare anche la tecnofobia e la misologia, quell’odio del sapere che già Platone e Kant avevano preso in considerazione. In questo contesto, una possibile via d’uscita potrebbe consistere in una sorta di realismo responsabile, nella consapevolezza che, come annota Taguieff, «l’età dell’oro non è più davanti a noi. Ma non è neppure dietro di noi. Il ritorno globale all’indietro ci è vietato, mentre la fuga in avanti ci appare suicida. Bisogna imparare di nuovo a vivere nel tempo. Senza spirito di vendetta verso il passato, senza fuga cieca verso un avvenire radioso».

 

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