RASSEGNA STAMPA

19 DICEMBRE 2003
SALVATORE PRIVITERA
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Procreazione assistita 1

«La riflessione che va fatta è etica»

E' uno slogan ricorrente quello di classificare la società come formata da laici e cattolici. E per tanti versi una simile distinzione risponde a verità. Ma non per questo essa è applicabile anche ai discorsi di natura morale. Il giudizio morale su una qualsiasi azione prescinde dalla prospettiva religiosa assunta e dovrebbe essere cercato insieme fra cattolici, appartenenti ad altre religioni e non credenti. E questa ricerca dovrebbe essere attuata ancor di più in comune quando si ha a che fare con problemi le cui conseguenze non sono del tutto chiare o le cui conseguenze ricadono su altre persone nei confronti delle quali la società, lo Stato o il legislatore dovrebbe farsi garante.
Il problema della riproduzione assistita, su cui finalmente si è arrivati ad una regolamentazione legislativa, è proprio uno di quelli in cui il legislatore dovrebbe farsi carico di difendere e garantire la vita della categoria più debole che, a causa della sua debolezza, non può far valere i propri diritti. Così come purtroppo non è avvenuto per il problema dell'interruzione della gravidanza, la revisione della cui legge in questi giorni è stata anche invocata.
Di fronte alle tante migliaia di embrioni congelati presenti già nei vari centri e al numero ancora più considerevole di embrioni che sono stati lasciati morire subito perché poco sani o a quelli che sono morti già nelle celle frigorifero, il problema non va posto in termini di confronto/scontro fra cattolici e laici quasi che i laici, solo perché non cattolici, siano legittimati o possano sentirsi autorizzati a formulare un giudizio morale diverso e opposto a quello dei cattolici.
E i cattolici non pervengono al giudizio morale di illiceità su quegli aspetti del procedimento di fecondazione assistita che spesso viene loro rimproverato, quasi fosse una colpa, solo perché cattolici. Il loro giudizio morale è quello che dovrebbe formula qualsiasi persona umana in quanto persona umana, perché è l'unico universalizzabile e lo è appunto perché prende in considerazione in modo del tutto imparziale anche il diritto alla vita dell'embrione, dei tanti embrioni che altrimenti verrebbero lasciati morire, subito o in cella frigorifero.
Come avremmo reagito noi che abbiamo avuto il dono della vita se ci fosse stato chiesto di far parte di quegli embrioni congelati o, peggio, di quelli che vengono lasciati morire subito? Cosa avremmo risposto se ci fosse stato chiesto di poter vedere la luce del sole solo sulla base del sacrificio di tanti altri embrioni?
La stessa proposta che spesso si fa di utilizzare le migliaia di embrioni congelati a scopo di sperimentazione o come fonte di cellule staminali, solo perché ormai esistono, si identifica sempre con la strumentalizzazione della vita altrui, della sua realtà personale, senza prendere nemmeno in considerazione l'imperativo categorico kantiano che chiede di vedere la persona dell'altro sempre come fine e mai come mezzo. E l'embrione è già persona umana: dal momento della fecondazione la persona vive fasi diverse, ma in un continuum esistenziale che la stessa scienza riconosce e afferma. E continua ad esserlo anche quando si tende a politicizzare il problema ed a trasformarlo in un scontro fra cattolici e laici, portandolo fuori dal binario della riflessione etica.
Salvatore Privitera
direttore dell'Istituto Siciliano di Bioetica

 

 

 
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