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Procreazione assistita 1
«La riflessione che va fatta è etica»
E' uno slogan ricorrente quello di classificare la società come
formata da laici e cattolici. E per tanti versi una simile distinzione
risponde a verità. Ma non per questo essa è applicabile anche ai discorsi
di natura morale. Il giudizio morale su una qualsiasi azione prescinde
dalla prospettiva religiosa assunta e dovrebbe essere cercato insieme fra
cattolici, appartenenti ad altre religioni e non credenti. E questa
ricerca dovrebbe essere attuata ancor di più in comune quando si ha a che
fare con problemi le cui conseguenze non sono del tutto chiare o le cui
conseguenze ricadono su altre persone nei confronti delle quali la
società, lo Stato o il legislatore dovrebbe farsi garante.
Il problema della riproduzione assistita, su cui finalmente si è arrivati
ad una regolamentazione legislativa, è proprio uno di quelli in cui il
legislatore dovrebbe farsi carico di difendere e garantire la vita della
categoria più debole che, a causa della sua debolezza, non può far valere
i propri diritti. Così come purtroppo non è avvenuto per il problema
dell'interruzione della gravidanza, la revisione della cui legge in
questi giorni è stata anche invocata.
Di fronte alle tante migliaia di embrioni congelati presenti già nei vari
centri e al numero ancora più considerevole di embrioni che sono stati
lasciati morire subito perché poco sani o a quelli che sono morti già
nelle celle frigorifero, il problema non va posto in termini di
confronto/scontro fra cattolici e laici quasi che i laici, solo perché
non cattolici, siano legittimati o possano sentirsi autorizzati a
formulare un giudizio morale diverso e opposto a quello dei cattolici.
E i cattolici non pervengono al giudizio morale di illiceità su quegli
aspetti del procedimento di fecondazione assistita che spesso viene loro
rimproverato, quasi fosse una colpa, solo perché cattolici. Il loro
giudizio morale è quello che dovrebbe formula qualsiasi persona umana in
quanto persona umana, perché è l'unico universalizzabile e lo è appunto
perché prende in considerazione in modo del tutto imparziale anche il
diritto alla vita dell'embrione, dei tanti embrioni che altrimenti
verrebbero lasciati morire, subito o in cella frigorifero.
Come avremmo reagito noi che abbiamo avuto il dono della vita se ci fosse
stato chiesto di far parte di quegli embrioni congelati o, peggio, di
quelli che vengono lasciati morire subito? Cosa avremmo risposto se ci
fosse stato chiesto di poter vedere la luce del sole solo sulla base del
sacrificio di tanti altri embrioni?
La stessa proposta che spesso si fa di utilizzare le migliaia di embrioni
congelati a scopo di sperimentazione o come fonte di cellule staminali,
solo perché ormai esistono, si identifica sempre con la
strumentalizzazione della vita altrui, della sua realtà personale, senza
prendere nemmeno in considerazione l'imperativo categorico kantiano che
chiede di vedere la persona dell'altro sempre come fine e mai come mezzo.
E l'embrione è già persona umana: dal momento della fecondazione la
persona vive fasi diverse, ma in un continuum esistenziale che la stessa
scienza riconosce e afferma. E continua ad esserlo anche quando si tende
a politicizzare il problema ed a trasformarlo in un scontro fra cattolici
e laici, portandolo fuori dal binario della riflessione etica.
Salvatore Privitera
direttore dell'Istituto Siciliano di Bioetica
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