![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 DICEMBRE 2003 |
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L'esperta di bioetica
«Quella legge è illiberale. Chi ha paura della procreazione assistita?»
Chi ha paura della procreazione assistita?«La tolleranza
- ha scritto il filosofo Michael Walzer - rende possibile la differenza; la
differenza rende necessaria la tolleranza». Se su un tema delicato e complesso,
come quello della procreazione assistita, è legittimo - e forse necessario -
che si diano opinioni diverse, di quale tolleranza dà prova il nostro Paese con
la legge in discussione in Senato, una delle più illiberali dell'Italia
repubblicana? A leggerne i punti principali - dall'accesso alla procreazione
assistita consentito solo nei casi di sterilità documentata e non risolvibile
terapeuticamente (e non aperto anche alle coppie portatrici di malattie
genetiche trasmissibili al concepito) al divieto assoluto di fecondazione
eterologa (cioè con seme di persona estranea alla coppia) -, si ha
l'impressione di vivere in uno Stato paterno, una via di mezzo tra il
precettore e la guida che tratta i cittadini come minorenni, bisognosi di
protezione e di tutela, incapaci di decidere autonomamente. Uno Stato che
penetra più profondamente di un tempo negli affari privati, regola a suo modo
un numero sempre più grande di azioni sempre più piccole e si insedia ogni
giorno di più a fianco del cittadino per assisterlo, consigliarlo e
costringerlo. Resta la domanda: chi ha paura della procreazione assistita?
Perché tante riserve nei confronti di tecniche che consentono di prestare aiuto
a chi incontra difficoltà procreative? Perché escludere a priori la possibilità
di sperimentare vie diverse da quelle tradizionali? Siamo in presenza di
situazioni del tutto inedite a cui non riusciamo a trovare soluzioni adeguate,
richiamandoci a principi e valori che ci guidavano nel passato, quando la
nascita era un destino o una necessità. Alle origini del rifiuto della
procreazione assistita vi è fondamentalmente la paura dell'artificialità: come
potrà crescere un io che si sa prodotto artificiale di altri esseri umani?
Sembra all'opera un immaginario trasgressivo, una sorta di narcisismo
genitoriale e biotecnologico: il figlio sarebbe un qualsiasi prodotto
ingegneristico, l'essere umano potrebbe diventare una sorta di macchina
vivente. Ma siamo davvero sicuri che la naturalità della procreazione sia di
per sé garanzia di consapevolezza, serietà ed eticità? Quante procreazioni sono
avvenute nella inconsapevolezza e nella casualità più completa? Quanti bimbi,
nati naturalmente, sono meri oggetti, trattati come non persone? A ben
riflettere, la responsabilità o l'irresponsabilità non ineriscono di per sé
all'una o all'altra forma di procreazione giacché ci si può riprodurre
naturalmente in modo irresponsabile e artificialmente in modo responsabile. Il
rischio della reificazione dell'umano non risiede nelle metodologie impiegate,
in particolare non inerisce necessariamente alle nuove tecnologie riproduttive
ma è in agguato sempre e dovunque esista una volontà prevaricatrice, si avvalga
essa di mezzi naturali o artificiali. Che il figlio sia un prodotto, un oggetto
o un soggetto, non dipende, ancora una volta, dalle tecniche attraverso cui si
realizza la genitorialità ma dall'accoglienza, dall'amore, dal rispetto con cui
è ricevuto. Se intendiamo la genitorialità non come fatto biologico ma
culturale e quindi propriamente umano, frutto di una consapevole decisione e di
un progetto di vita, non possiamo attribuire all'artificiale un potere di
snaturare, guastare tale progetto. D'altra parte, se intendiamo per artificiale
ciò che è socialmente costruito, dobbiamo riconoscere che la genitorialità
raggiunta attraverso l'adozione è altrettanto artificiale di quella perseguita
attraverso tecnologie riproduttive quali la fecondazione eterologa. In entrambi
i casi, la dimensione simbolica è assai potente.
Anche nell'adozione, infatti, manca il legame genetico tra genitori e figli,
non vi è vincolo di sangue ma sono evidenziati e valorizzati i legami affettivi
e quindi le decisioni volontarie e libere tra i diversi soggetti. Perché
dovremmo ritenere che la fecondazione eterologa - una volta approntato un
quadro sicuro di garanzie e di tutele per il nascituro (in primis,
l'impossibilità di disconoscimento), come avviene nell'adozione - sia illecita
eticamente e giuridicamente? Paradossalmente, il disegno di legge, col suo
sancire il primato del vincolo di sangue, contraddice quel ridimensionamento
del dato biologico come fondamento delle relazioni familiari che era stato uno
dei cardini della riforma del diritto di famiglia. Ancora una volta, non siamo
dinanzi a uno scontro tra cattolici e laici ma a una questione di tolleranza,
nell'accezione più classica del termine. La legge viola infatti quella
distinzione tra sfera pubblica (politica) e sfera privata (morale) che, dal
'600 in poi, costituisce un patrimonio ideale irrinunciabile del mondo moderno.
E' così difficile nel nostro paese riconoscere che ogni persona ha una propria
scala di valori che dobbiamo rispettare anche se non li approviamo? Credere
nella libertà significa che non ci consideriamo i supremi giudici dei valori di
un altro, che non ci sentiamo autorizzati a impedirgli di perseguire scopi che
disapproviamo, finché, naturalmente, non infranga il campo, egualmente
protetto, dei diritti e dei valori altrui.