![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 NOVEMBRE 2003 |
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Herder,
attualità
di un teologo eretico
seguace di Vico
A duecento anni dalla sua
morte, a Napoli ci si interroga oggi sull’«Attualità di Herder» in una giornata
di studi a cura dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici, del Suor
Orsola Benincasa e del Goethe Institut. L’appuntamento è in mattinata al Suor
Orsola e nel pomeriggio a Palazzo Serra di Cassano.
Marino Freschi
Weimar: ancora oggi un piccolo centro di una ridente piana della Turingia, il
cuore verdissimo della Germania. A metà del ’700 era la minuscola capitale di
un microscopico ducato. Goethe quando vi entrò il 7 novembre 1775 commentava
che in città vi erano seimila abitanti con le galline. Al di là delle battute
doveva avere un aspetto proprio dal nativo borgo selvaggio, accresciuto dal
devastante incendio che anni prima aveva distrutto il bel castello ducale.
Eppure proprio in quel «buco» in virtù all’intelligenza del duca Karl August,
un sovrano realmente illuminato, si radunò nel giro di pochi anni l’élite
artistico-intellettuale della Germania: Wieland, il principale romanziere
dell’illuminismo, Goethe, il massimo poeta tedesco di tutte le epoche e poi Herder,
il suo ispiratore e il più geniale pensatore dello Sturm und Drang e infine
Schiller, lo scrittore più grande del teatro tedesco e poi ancora Jean Paul,
romanziere bislacco a cavallo tra illuminismo, classicismo e romanticismo. E
intanto a poche miglia, a Jena, sede dell’università, anch’essa piccolissima,
ma autorevolissima (vi insegnarono Fichte, Schelling e perfino Hegel), la
giovane generazione, alla fine del secolo, impazziva per il romanticismo, la
nuova corrente poetica e intellettuale, fondata da studenti geniali come i
fratelli August e Friedrich Schlegel, da Tieck e soprattutto da Novalis.
È straordinario e misterioso che nel giro di qualche decennio e in un’area
limitatissima ci fosse un tale appuntamento di anime spiritualmente eroiche che
riscrissero la storia culturale d’Europa, e inaugurarono il pensiero della
modernità. E l’agente di siffatta rivoluzione culturale è proprio quel Johann
Gottfried Herder, che aveva le funzioni di una specie di vescovo della chiesa
protestante, ma era di formazione fortemente libera, radicata sia
nell’illuminismo tedesco (era stato allievo di Kant a Königsberg) sia nella
tradizione del pietismo baltico. Lui era infatti anche legatissimo a Hamann,
che Goethe aveva chiamato il «mago del Nord», un teologo eterodosso, che aveva
portato il suo pensiero eretico all’interno della scolastica illuministica,
scompaginandola con i virus dell’irrazionalismo di antica ascendenza luterana,
mistica. Con Herder, che traduce l’ardua e angolosa visione del mondo di Hamann
nel lessico della modernità, si crea dunque una miscela intellettuale esplosiva
con tanti nomi.
Uno di questi è storicismo nel senso che Herder interpreta il destino
dell’uomo, della comunità e delle civiltà in senso storico, fornendo a ogni
individualità una sua identità storica a partire dalla persona umana per
estenderla alla nazione e alle comunità di nazioni. Con Herder infatti il
pensiero della totalità sturmeriana acquisisce uno spessore coerente perché si
fonda sulla concretezza individuale. Perché questa energica accentuazione sulla
concretezza individuale dell’uomo, dell’evento sociale, della comunità? È la
grande tradizione cristiano-evangelica che si affaccia sullo scenario della
nuova cultura della secolarizzazione. Herder rinasce con il suo «sogno marino»
e con quel diario (ripubblicato da Spirali) che segna un distacco da tutto il
medio evo germanico, quello in cui ritroveremo il Faust goethiano disperato che
evoca Mefistofele. Sì, Herder parte per l’Occidente per rinascere, ma porta con
sé un patrimonio straordinario che in contatto con la filosofia dei francesi
esplose tragicamente.
Uno strano, buffo episodio segna questa detonazione. Herder deve interrompere
il suo viaggio, la sua occidentalizzazione per una dolorosa e faticosa
operazione agli occhi a Strasburgo. Scende alla locanda «Allo Spirito» e qui
deve trascorre un periodo alla completa oscurità. E riceve le visite quotidiane
di uno studente di giurisprudenza, appena ventenne, assai curioso, che aveva
letto qualche suo scritto. Si tratta di Goethe che trascorre mesi interi al
capezzale del suo mentore e maestro, di appena sei anni più grande. Per Goethe
è una sorta di ritorno nell’oscurità fetale: ne uscirà rinato, e quando uscirà
sarà la genesi della letteratura tedesca, sarà la nascita dello Sturm und
Drang. E tutto ciò avverrà ascoltando i discorsi ispirati di un teologo
eretico, per giunta bendato. Anche Herder tornerà alla luce e conoscerà la sua
grande stagione, redigendo il diario di viaggio, scrivendo il Saggio
sull’origine del linguaggio, che ancora oggi è una pietra miliare della
linguistica, più che mai attuale se è vero (come è vero) che la nostra cultura
novecentesca sorge con la rivoluzione linguistica di Saussure, Wittgenstein e
del Circolo di Praga. E la fase creativa di Herder prosegue con uno scritto
intrigante, poetico e filosofico: Ancora una filosofia della storia per
l’educazione dell’umanità. Contributo a molti contributi del secolo (Einaudi).
E questa apertura ecumenica a tutte le modalità possibili del nostro essere su
questa terra culmina e trascende nell’invocazione finale che ci trasmette il
brivido di questa cultura: così Herder raggiunge il culmine della sua
illuminazione ed è quella luce che irraggerà per decenni da Weimar su tutta la
Germania e su tutta l’Europa, inaugurando il «secolo tedesco» della cultura e
della scienza, che oggi ricordiamo a Napoli. A Napoli perché Herder è stato anche
colui che in Germania ha riscoperto Vico, è cresciuto alla scuola di Vico,
restituendo Vico all’Europa.