![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 NOVEMBRE 2003 |
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Ildegarda sibilla mistica ai raggi X
Sapeva scrutare le viscere della memoria e
il ventre dell'universo Pur illetterata, fondò la filosofia platonica e
cristiana della scuola di Chartres e il "pensare visivo" del XII
secolo
"E
vidi, come al centro del cielo australe, una bella e mirabile immagine nel
mistero di Dio, simile a una figura umana, il cui volto era di tanta bellezza e
chiarore, che avrei potuto fissare la luce del sole più facilmente".
Così
sotto l'impulso della visione più potente del mistero della Trinità, e sotto la
dettatura della voce di Dio, nel 1163, a 65 anni, Ildegarda inizia Il libro
delle opere divine (edizione a cura di Marta Cristiani e Michela Pereira,
Mondadori, pagine 1330, euro 49), un'opera immensa e ardua, culmine di
un'esperienza di vita e di pensiero che non ha paragoni. Per dieci anni, la
"suprema infuocata energia" che ha acceso tutte le scintille viventi,
che con il soffio dello Spirito nulla ha creato di mortale, rivela e spiega il
mistero della creazione, che Ildegarda commenta attraverso il prologo del
Vangelo di Giovanni, e il racconto della Genesi.
Sebbene
nasca nel 1098 da piccoli feudatari nella valle del Reno vicino a Magonza,
Ildegarda è una figlia ideale di Ottone I, la cui corona tempestata di gemme
simboliche, smaltata con le storie della salvezza, lo investe come un sacro re
del tempo che deve realizzare il regno di Cristo sulla terra. In contrasto con
il pauperismo che va fiorendo, Ildegarda crede ancora nelle gerarchie umane
feudali, e le ritiene copia dell'ordine divino che divide le gerarchie
angeliche, e le specie animali.
Ma lei
sa anche di appartenere a un altro mondo. Ha ricevuto un'investitura ben
superiore a quella delle classi consacrate dal potere temporale e spirituale.
Il diretto comando di Dio la investe della sua sapienza, attraverso il più
straordinario dei doni profetici. Ildegarda ha la capacità di vedere e sentire
con occhi e orecchie interni o dell'anima, mentre è sveglia e lucida: non è in
trance né sogna, né è strappata dall'estasi dei mistici. Ildegarda trapassa la
realtà visibile, radiografa gli organi dei corpi e i pensieri celati. Come a 5
anni si entusiasma per il bel vitellin o maculato che vede nella pancia della
vacca, così per tutta la vita è innamorata delle meraviglie che il ventre
dell'universo nasconde ora nella sua forma d'uovo (Conosci le vie), ora dentro
la ruota dello Spirito infuocato, che si irradia dal firmamento alla terra fino
al suo centro, nell'ultima opera: l'uomo che Dio crea dopo la caduta di
Lucifero e degli angeli ribelli, perché ne ottenga il luogo e la gloria (Il
libro delle opere divine).
Con
occhio d'aquila Ildegarda scruta le feconde viscere della memoria che il fuoco
divino ha rinchiuso in ogni essere, legando in un tessuto di corrispondenze
geometriche gli astri celesti, lo stelo d'erba e ogni seme: il ventre della
memoria dove Agostino trova Dio, il ventre di Crono-Intelletto dove le cose
sono perfette nell'eternità, come scrive Plotino nelle Enneadi. Con quale
competenza sensuale questa vergine descrive l'unione amorosa, il diverso
piacere della carne dell'uomo e della donna. Con quale ardimento li paragona ai
più angelici e lievi diletti di Adamo ed Eva nell'Eden, e infine li proietta
regalmente nella generazione del figlio di Dio, l'Uomo vero, in questi versi
dedicati a Maria: "Come forte in te Dio si dilettava,/ quando l'amplesso
del suo calore/ mise in te,/ così che il suo Figlio prese il tuo latte.// Ebbe
gioia il tuo ventre,/ quando ogni sinfonia del cielo/ risuonò di te,/ poiché,
Vergine, portasti il Figlio di Dio,/ dove la tua castità rifulse in Dio.//
Ebbero gioia le tue viscere, come l'erba, su cui cade la rugiada,/ che infonde
la forza del verde,/ come anche in te fu fatto,/ o Madre di ogni gioia".
Quanto
è innamorata della viriditas, l'energia verdeggiante, il simbolo concreto e
spirituale di Cristo, che si manifesta nel cosmo, e che il cosmo rivela: lo
splendore del creato prima della caduta di Adamo. Eppure fino a quarant'anni,
quando diviene badessa, Ildegarda non ha la forza di accettare la sua visione,
che si accompagna con una malattia che l' afferra allo stomaco, le dà emicrania
e debolezza estrema, una fragilità intollerabile che non le lascerà tregua
finché vivrà. La malattia ora la blocca, ora la sprona perché coincide con la
sua diversità di melanconica che langue nella nostalgia dell'Eden.
Sebbene
combatta i catari, Ildegarda sente sempre l'oppressione della perdita della
luce, la minaccia delle tenebre contro l'equilibrio del mondo. Finalmente
decide di farsi accettare dalle potenti gerarchie maschili per il suo dono di
profezia. Dopo il conforto del padre spirituale Wolmar e la sintonia di
Bernardo di Chiaravalle, giunge l'approvazione del papa Eugenio III. Da quel
momento Ildegarda non ha più motivo per dubitare di sé, e diviene la
"Sibilla del Reno", la confidente di 4 papi e tanti sovrani. Allorché
Federico Barbarossa insiste con i suoi antipapi, non ha problemi a minacciarlo
del castigo divino e a fustigarlo perché "si comporta come un bambino e
vive da pazzo". Fino alla fine Ildegarda mostrerà la sua natura di
Antigone, che lotta (o crede di lottare) per la legge di Dio, sfidando l'autorità
umana.
Sempre
fragile e malata, mentre scrive e compone musica e poesia instancabilmente, dal
1147 affronta continui viaggi, in Germania e in Francia, per predicare. Sebbene
protesti di essere paupercula, di non avere appreso che i Salmi e i Vangeli,
Ildegarda fonde tutta la teologia platonico-cristiana, dagli stoici e Plotino
ad Agostino, a Giovanni Scoto, a Dionigi l'Areopagita, alla scuola di Chartres
con Guglielmo di Conches, a Ugo di San Vittore. Nel suo importante saggio,
Marta Cristiani dimostra anche l'influenza del De archa Noe di Ugo, fonte del
"pensare visivo" del XII secolo, grammatica dell'itinerario verso la
casa di Dio.
Il
libro delle opere divine è la più profonda lode della bellezza e perfezione del
cosmo. Le parole raccolte da Ildegarda risuonano come una musica celeste,
rispecchiando il miracolo di un Eden che l'anima rinnova nel presente:
"Io, vita di fuoco della sostanza divina, fiammeggio sulla bellezza dei
campi, riluco nelle acque e ardo nel sole, nella luna e nelle stelle; e col
vento che è fatto d'aria suscito in vita tutte le cose, vivificandole con la
vita invisibile che tutto sostiene". L'anima di Ildegarda è una piuma al
vento di Dio, sollevata nel firmamento. Una nube opaca che di fronte all'ombra
luminosa di Dio si fa specchio dell'affresco mobilissimo e interminabile, che
quell'ombra per prima rispecchia.
Ancora
oggi la vecchia vergine, con il coro delle 11 sorelle ammantate dell'emblema
della verginità, il velo candido come la veste del primo uomo nel paradiso
perduto, che ogni loro rito ricorda, canta le armonie vertiginose dell'ordine
delle virtù, dallo specchio di questa scrittura angelica. Tutte portano sul
capo, memori della regalità degli Ottoni, e ancor più di Bisanzio, tiare di tre
colori in uno, immagine della Trinità, adorne di 4 medaglioni fulgidi: sulla
fronte l'agnello di Dio, a destra un cherubino, a sinistra un angelo, e dietro
un uomo. Cantano le melodie che ricordano le armonie celesti, perché nella voce
di Adamo prima della caduta c'era il suono di ogni armonia e la dolcezza di
tutta l'arte della musica, e nella sua anima sinfonica, solo ascoltando la
melodia, l'uomo sospira e geme ricordandosi dell'armonia celeste.