![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 NOVEMBRE 2003 |
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Ben 3.500 anni sono passati dai tempi di
Pericle, ma i Greci continuano a far parte del presente. Come è accaduto tante altre volte nella
storia dell'Occidente, di fronte ai grandi problemi è sulla loro esperienza che
si torna a riflettere. Questa volta a
proposito di un argomento che a prima vista ha ben poco a che vedere con i
sondaggi: i «sondaggi deliberativi», in particolare di cui in questa pagina
parla chi ha ben più competenza di me in materia.
Ma vediamo di chiarire cosa entrano i greci:
c'entrano, perché questi particolari sondaggi, proposti come strumento che
potrebbe contribuire a guarire i mali della nostra democrazia rappresentativa
sono nati da una riflessione sulla democrazia ateniese stimolata dal loro
inventore, James Fishkin, dalla lettura di un libro di Mogens Hansen, lo
studioso danese che tra pochi giorni terrà una conferenza all'Università di
Milano, in occasione della traduzione del libro La democrazia ateniese nel
IV secolo a.C, (traduzione italiana Led. pagine 565, € 43).
Ma com'era, esattamente, questa democrazia? Come è ben noto, ad Atene, nel V secolo a.C., si affermò una
democrazia radicale, diretta, assembleare.
Il suo organo più significativo era l'Ecclesia, l'assemblea nella quale
si riunivano tutti i cittadini, vale a dire i maschi che avevano raggiunto la
maggiore età (20 anni). Donne e
schiavi, dunque, ne erano esclusi. Ma
agli effetti che qui ci interessano, vale a dire la considerazione dei
meccanismi cui era affidato l'esercizio della democrazia diretta, possiamo
ignorare questa esclusione. Quel che
interessa, qui, è che la democrazia ateniese non prevedeva deleghe o
limitazioni di potere per i membri di pieno diritto della comunità, cui
era concessa la più ampia libertà di parola (parrhesia) e di voto. Uguale per
tutti (segoria).
Al termine delle riunioni, che si tenevano dapprima nell'agorà e quindi sul colle
della Pnice, le decisioni venivano prese a maggioranza assoluta, di regola per
alzata di mano (cheirotonia).
Le competenze dell'Ecclesia erano molte e
svariate. Ad essa spettava eleggere alcuni magistrati e controllare l'operato
deì magistrati in carica; aveva competenza giudiziaria, peraltro di regola
delegata a sezioni di cittadini che sedevano nei diversi tribunali in cui era
suddivisa l'Elia, il grande tribunale popolare istituito da Solone, decideva la
politica estera; infine, il potere di formulare regole di condotta vincolanti
nella forma della legge (nomos) o del decreto (psephisma).
Di fronte a una così ampia partecipazione
popolare alla gestione della cosa pubblica non sorprende. Dunque, che i moderni
sostenitori della democrazia diretta facciano riferimento al modello ateniese,
cercando in esso ispirazione.
Alcuni hanno proposto che anche oggi tutti i
cittadini votino sulle questioni più rilevanti, come accadeva ad Atene. Ovviamente, con metodi nuovi, vale a dire
con un voto elettronico, al termine di un dibattito televisivo.
Ma come ha messo in evidenza Mogens Hansen,
le assemblee popolari erano solo uno degli aspetti della Democrazia
ateniese. Altri strumenti e altri
importanti aspetti del sistema consentivano agli ateniesi la partecipazione
politica: tra questi per primo, il sorteggio.
Coloro che ricoprivano cariche pubbliche venivano di regola scelti a
sorte e non eletti (così accadeva nel caso degli arconti, i magistrati
maggiori, nonché dei membri del Consiglio dei Cinquecento, un organo dì governo potentissimo, che
condizionava ['attività dell'assemblea e che di fatto spodestò gli
arconti). Il secondo era che le cariche
pubbliche avevano durata molto breve, di solito un anno, con divieto di
iterazione. Il terzo era che, per rendere la partecipazione politica accessibile
anche ai meno abbienti, essa era retribuita. Il quarto era la
separazione fra l'iniziativa e la decisione: le proposte da sottoporre
all'assemblea venivano preparate da personale specializzato mentre il voto era
riservato ai cittadini comuni, che peraltro - requisito fondamentale di una
buona democrazia - erano ampiamente informati delle questioni politiche.
Sulla base di queste considerazioni, dunque, alcuni politologi, anziché pensare a istituzioni referendarie, hanno concentrato l'attenzione sul sorteggio, proponendo alcuni possibili usi di questo strumento nelle moderne democrazie. Tra queste proposte, quella che ha avuto maggior successo negli Usa e ora da noi, è quella di Fishkin. Il cerchio si chiude. Da Fishkin ad Hansen ai greci. . Ancora una volta. Insomma... Back to the Greeks.