![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 NOVEMBRE 2003 |
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Un saggio di Bruno Forte |
Le ragioni del peccato Dilemma senza fine
È possibile un’etica senza Dio? A questa
domanda la filosofia sta cercando ancora una risposta. Cominciò a offrirne il
greco Democrito due millenni e qualche secolo fa, anticipando alcune intuizioni
dell’«etica del dovere» di Kant. In un suo frammento si legge: «Astieniti dalle
colpe non per paura, ma perché si deve». È dalla medesima domanda che parte
l’ultimo libro di un teologo italiano tra i più noti e dei più tradotti
all’estero: Bruno Forte. Il saggio si intitola L’Uno per l’Altro. Per
un’etica della trascendenza (Morcelliana, pp. 214, euro 16). Se eliminiamo
Dio, osserva Forte, dove sarà possibile fondare l’esigenza assoluta di fare il
bene e di evitare il male, dal momento che non esisterebbe alcun Assoluto a cui
ancorarla? Qualcuno potrà notare che il bene si giustifica da sé e non avrebbe
bisogno di cavillose motivazioni. Ma, si chiede il teologo, il male? È
anch’esso così evidente?
La risposta è inquietante. Il male a volte non si avverte, cambia i connotati a
seconda delle epoche, è subdolo. Ciò che chiamiamo con questo nome ha
imbarazzato le più alte menti dell’umanità. Le parole che Agostino scrive nel
VII libro delle Confessioni («il male, di cui mi chiedevo donde fosse,
non è sostanza...») rivelano un’anima che ha pianto sulle pagine per risolvere
il dilemma. Ma le domande, le urla che sfuggono alle costrizioni della sua
sintassi latina, non troverebbero risposta senza la fede. Il santo che pensa
negli ultimi tempi dell’impero romano si abbraccia così, idealmente, a
Dostoevskij. In un appartamento modesto della periferia di San Pietroburgo di
fine ’800, sotto un’icona che i visitatori possono ancora vedere, il grande
russo scrive: «Signore, perché i bambini muoiono?». E anche in tal caso, senza
la fede, le risposte lasciano molto amaro nella bocca di chi le proferisce.
Anche per questo motivo Bruno Forte sottolinea l’impossibilità di un’etica
tutta soggettiva. La sua analisi parte da Vico e giunge a noi, soffermandosi su
Kant, Bonhoeffer, Guardini; per citare soltanto qualche esempio.
Anche Ugo Bonanate, studioso di Plotino e del ’600 inglese, cerca di rispondere
al quesito sul male. Lo fa in un saggio dalle conclusioni opposte. Anzi, come
appunto recita il titolo del suo libro, La cultura del male (Bollati
Boringhieri, pp. 128, euro 12), egli individua uno stile filosofico diffuso -
che si trasforma in linee editoriali di successo - capace di interpretare
l’espressione «natura umana» come qualcosa di spiegabile con le nozioni di male
e crisi. È questa, per Bonanate, una vera e propria antropologia negativa,
utile per indebolire e svuotare le etiche laiche che caratterizzano soprattutto
il nostro tempo. Inutile aggiungere che, stando così le cose, non è difficile
quella «riconquista» religiosa a cui tende la Chiesa Cattolica. Il percorso di
Bonanate muove da un’attenta analisi dei concetti di «colpa» e «caduta»
originarie, dalle Scritture e da quell’asse paolino-agostiniano per cui peccato
e corruzione diventano elementi indispensabili per definire l’uomo. Insomma,
che prezzo dobbiamo pagare alla religione?
Forte e Bonanate, sia chiaro, non sono in lotta, né si combattono come i
filosofi di un tempo. La loro è soltanto una coincidenza temporale d’uscita e
le riflessioni che offrono meritano entrambe il massimo rispetto. Ad esse,
comunque, si deve aggiungere che il dilemma del male continua a tenere banco,
non soltanto nella realtà ma anche nelle indagini del pensiero.
Giovanni Gentile scrisse in Genesi e struttura della società che «il
male è il nulla», Schopenhauer ritenne il male l’unico problema veramente
importante della filosofia, Leopardi insegnò che la vita è male. Un
frammento di Eraclito - due millenni e mezzo fa - recitava: «Il bene è uno con
il male». Ne intuiva, insomma, la relatività. O meglio, ne prevedeva la danza
interminabile tra le emozioni dell’uomo.