![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 OTTOBRE 2003 |
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Esce un volume in cui il filosofo Dario
Antiseri e il teologo Rino Fisichella dialogano sulle prospettive della
filosofia oggi e sul suo rapporto con il cristianesimo
Disputa sul pensiero debole
"Contro tutti gli abusi
che negano il trascendente"
Molto è
stato scritto e detto contro il pensiero debole. Ma quanto mi sta a cuore qui
ribadire è che c'è un pensiero debole compatibile con la fede e che apre alla
fede. È questo il pensiero di quanti si rendono conto che l'uomo non è capace
di costruire sensi assoluti del cammino della storia umana; che l'uomo non è in
grado di proporre valori assoluti razionalmente dimostrabili; che l'umana
conoscenza è sempre parziale, fallibile e incompleta. E tale rimarrà. Questo
pensiero debole non canta "la vittoria del nulla": esso è un pensiero
che scruta sino in fondo, senza illusioni e senza rimpianti, l'impotenza
dell'uomo a trasformarsi in Dio, l'umana incapacità di indicare una via tutta
umana di salvezza, l'impossibilità di proporre valori e ordinamenti sociali
presunti razionalmente assoluti.
Il
pensiero che qui viene proposto e difeso non è un pensiero che abdica all'uso
della ragione. Esso intende piuttosto colpire l'abuso della ragione, di una
ragione che si erge a dea-ragione negando lo spazio della trascendenza; e che
si atteggia a dea-ragione anche quando, per esempio, afferma che senza i suoi
costrutti metafisici la Rivelazione cristiana o sarebbe impossibile o una
favola. In quest'ultimo caso, la ragione filosofica non è affatto ancilla, è
domina, di nuovo dea. È essa che concederebbe a Dio il permesso di rivelarsi. È
stato di recente scritto che, priva dei risultati della metafisica
trascendentista cognitiva, la fede cristiana "si presenterebbe come una
specie di puro impegno emotivo o come una fabulazione più o meno vaga e
mitica". E qualcun altro ha affermato che senza una certa metafisica
"la parola della rivelazione e della promessa resta in sospeso".
Un
momento significativo della controversia tra pensiero debole e pensiero forte,
in relazione alla fede, si è avuto nello scontro tra Pierre Daniel Huet e
Lodovico Antonio Muratori. Nel 1745, a Venezia, esce il libro del Muratori in
cui si impegna a fondo nel dimostrare che i pirronisti sbagliano quando
asseriscono che non esiste un criterio di verità, che è illusorio pensare che
il sistema dei pirronisti "prepari l'uomo a ricevere la fede di
Cristo".
Muratori
scrive questo libro contro Pierre-Daniel Huet, il vescovo di Avranches: in
precedenza fervente cartesiano (e quindi metafisico fondazionista) scrisse
un'opera che, appena dopo la sua morte, venne pubblicata a Padova nel 1724 in
edizione italiana. Stiamo parlando del Trattato filosofico della debolezza
dello spirito umano. È questa appunto l'operazione presa di mira dal Muratori.
La filosofia è "ricerca della verità". Ma - si chiede Huet - può
l'uomo raggiungere verità certe? No, egli risponde. E quello che davvero conta
è ammettere che "l'huomo non può conoscere la verità con una perfetta
certezza, mediante l'aiuto della sua Ragione".
Due,
sottolinea Huet, sono i fini che la consapevolezza della debolezza della
ragione umana permette di raggiungere: 1) "il fine primario è di schivare
l'errore, l'ostinazione e l'arroganza"; 2) ma ben più importante è
"il fine lontano", il quale consiste nel "preparare lo spirito a
ricevere la fede".
Non è
il caso oggi di rifarsi a questa tradizione e dichiarare con tutta franchezza e
onestà che la tradizione fondazionistica,nonostante i suoi meriti, appare in
tutta la sua debolezza, estenuata, distratta, assente? Ha torto Karl Rahner
quando scrive che "la filosofia e teologia neoscolastica, pur avendo al
proprio attivo tante benemerenze, oggi sembra in qualche modo giunta alla
fine"? Ha torto quando asserisce che il Concilio Vaticano II "ha
posto fine al periodo neoscolastico della teologia"? E, dopo Rahner,
Joseph Ratzinger: "Ritengo che il razionalismo neoscolastico sia fallito
nel suo tentativo di voler ricostruire i Preambula fidei con una ragione del
tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli
altri tentativi che procedono su questa medesima strada, otterranno alla fine
gli stessi risultati.
Su
questo punto aveva ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come
fondamento della fede, indipendentemente da quest'ultima; la nostra fede si
fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche".
"Per
il credente non ha senso
indebolire
la ragione"
di Rino
Fisichella
a
conclusione a cui giunge Antiseri in questo saggio sembra sposare la tesi di un
indebolimento della ragione per favorire la gratuità della fede. Perché? È
questo l'interrogativo che mi pongo. Che senso ha voler indebolire la ragione?
Forse che l'assoluto della fede si ricava dal relativizzare la ragione? La
tradizione cattolica non indebolisce la ragione. Se seguissi Antiseri su questa
strada, cadrei nella trappola in cui era caduta la teologia preconciliare. Essa
aveva rincorso il razionalismo dove questo voleva che lei giungesse per
dimostrare che solo la ragione pensa, mentre la fede crede. Ne scaturì una
teologia sterile che relegò il mistero alla spiritualità e l'amore alla
mistica; insomma, elementi marginali e appendici del sapere teologico.
Io non
posso seguire questa strada e non ritengo che la ragione debba essere l'unico
interlocutore della fede, anche quando la ragione è scoperta come debole e
contingente! Certo, in un periodo come il nostro in cui si teorizza il
"pensiero debole", la fede potrebbe prendersi facilmente una
rivincita sul passato; finalmente, una ragione contingente che fa emergere e
giungere a una fede forte! A onor del vero, alla fede questa rivincita non le
serve; in ogni caso, saremmo e soltanto dinanzi alla sola fede e alla sola
ragione.
Probabilmente,
Antiseri potrebbe seguire con me Pascal per far emergere le raisons du coeur.
Nella fede, anche il cuore ha le sue ragioni che sono pur sempre ragioni anche
se di cuore! La ricerca di tali ragioni solo della ragione, ma non obbligano a
venire meno alla logica del cuore!
C'è una
trappola che viene tesa in questa teoria, dalla quale io vorrei sfuggire. Io
seguo volentieri Antiseri su gran parte del suo sentiero. Vado volentieri su
questo terreno che verifica la contingenza, ma non mi posso fermare a fare
della ragione, una ragione debole per fortificare la fede. Se così fosse, la
fede sarebbe sempre sottoposta e una determinazione della ragione questo, in
ogni caso, la limiterebbe e relegherebbe in un ruolo secondario.
Certo,
forse si potrebbe avere una fede forte (cosa di cui dubito), ma sarebbe sempre
in posizione marginale, perché la ragione debole avrebbe sempre la palla dalla
sua parte e, come se non bastasse, avrebbe sempre l'ultimo giudizio veritativo
su di sé, sul mondo e forse, sulla stessa fede. Preferisco seguire Fides et
ratio là dove affronta la nostra questione: "... sia la ragione che la
fede si sono impoverite e sono divenute deboli l'una di fronte all'altra. La
ragione, privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali
che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata
della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza, correndo il
rischio di non essere più una proposta universale. È illusorio pensare che la
fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al
contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione.
Alla
stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è
provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell'essere. Per
paradossale che possa sembrare, proprio quando la ragione diventa debole, è la
fede che le chiede di rafforzarsi e di uscire dall'isolamento per ricercare con
passione la verità.
Dario
Antiseri mi ha chiesto di rispondere alle considerazioni di questo suo scritto.
Mi ha provocato a pensare e, di fatto, ha chiesto alla mia ragione credente di
dare risposta a una domanda, frutto della ragione critica. Ho dialogato con lui
perché la ragione ci ha consentito di farlo, anche se condividiamo la stessa
fede, che insieme vogliamo non sol o salvaguardare e difendere, ma anche
esprimere e partecipare a quanti sono in ricerca della via della verità.