![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 SETTEMBRE 2003 |
|
Italo Mancini, il pensiero contro il nulla
Intuì
che la crisi del marxismo avrebbe cambiato l'orizzonte etico e sociale
dell'Occidente aprendo la strada al nichilismo realizzato e alla caduta dei
valori
A dieci
anni dalla prematura scomparsa di Italo Mancini permane un forte interesse
nei confronti della sua lunga riflessione filosofico-teologica, in particolare
da parte di studiosi delle nuove generazioni che non l'hanno personalmente.
conosciuto. È questa una delle ragioni che ha spinto la Morcelliana di Brescia
a progettare l'edizione critica delle opere più significative.
Il pensatore
urbinate aveva compreso che dopo la crisi del marxismo teorico e del socialismo
realizzato, sarebbe cambiato rapidamente il paesaggio dottrinale con
l'affermarsi di una forma di "pensiero negativo" dominata dalla
"logica della disgregazione", con la dichiarazione (ripresa da
Nietzsche) dell'andare a zero delle idee e dei valori che per secoli hanno
nutrito l'Occidente. Il gioco dell'immediatezza, "lo scialo delle
sensazioni" chieste all'inconscio, il ritorno del politeismo, il recupero
della diversità della morale (in mancanza dell'identità della persona),
avrebbero preso il posto del primato del discorso, del concetto, dell'unità.
In un
testo mondadoriano del 1988, Il pensiero negativo e la nuova destra, Mancini
indicava nel simbolo del rizoma (vero paradosso botanico perché non è né
pianta, né radice), messo in circolo dai francesi Deleuze e Guattari, la cifra
di questi nuovi paesaggi dottrinali, "un'apologia della distrazione, del
frammentarismo del pensiero come pulsione non programmata, discontinua,
nascente".
Mancini
ha invitato i teologi a fare i conti con i nuovi contesti culturali,
all'interno dei quali vanno ripensati i temi del cristianesimo per dare
risposta alla domanda su come si possa far movimento sotto l'impulso del
kerygma cristiano e su come si possa stare nella storia riproponendo la
professione di fede. Da parte sua ha tratteggiato il volto di un cristianesimo
aperto, in sintonia con un uomo chiamato a camminare eretto lungo le strade
della città secolare. Il modo più autentico per garantire la permanenza dei
segni cristiani - osservava - è quello di far emergere un cristianesimo
radicale e perciò paradossale. Paradossale nel senso di diverso dal comune
sentire, inaudito e straordinario. Un cristianesimo che è affiorato, per esempio,
nella Lettera a Diogneto, nel Testamento di Francesco d'Assisi, il quale
trovava un preciso criterio di autenticazione "nel sentire dolce, da amaro
che era, lo stare con i lebbrosi", nell'evangelismo manzoniano.
Di
fronte al rifiuto generalizzato di attribuire valore fondativo al mondo del
diritto e soprattutto di far coesistere vita morale e vita giuridica, Mancini
si è impegnato a elaborare una filosofia del diritto come ermeneutica: un porsi
in ascolto dei dati storici della vita del diritto, nella fiducia che esista
una verità che si offra perché si diano significati alla comprensione e
all'azione. Ne L'ethos dell'Occidente (Marietti 1990) ha mostrato come l'idea
di giustizia vada considerata non solo sotto il profilo esclusivamente formale
(giustizia come produzione di eguaglianza con il dare a a ciascuno in parti
eguali), ma nell'agire dell'uomo giusto. Questo agire costituisce il fondamento
morale del diritto.
Un
ethos che voglia essere dalla parte del futuro, che sconfigga le categorie
della distruzione e della morte, che superi i limiti della politica definita
alla Carl Schmitt come lotta tra amico e nemico, esige una nuova ambientazione:
va messo in relazione con l'urgenza di sostituire l'essere-presso l'altro con
l'essere-con. Alla conoscenza e all'estetica deve succedere il primato
dell'etica e dell'accoglienza. Temi che richiamano esplicitamente la
riflessione di Emmanuel Lévinas, assunta da Mancini come indicazione di un
itinerario in vista della fondazione di una cultura della pace, della "coesistenza
dei volti".
Uno dei
crucci più forti, negli ultimi mesi della sofferenza, era il non poter lavorare
al volume che avrebbe voluto titolare Frammento su Dio, apparso postumo e
incompiuto, presso la Mo rcelliana nel 2000, eppur giunto presto alla seconda
edizione. A partire dall'interrogazione se e in quali termini possa essere
detto e ridetto l'assoluto incognito di Dio, Mancini voleva mettere a frutto
lunghe indagini precedenti per individuare i caratteri di quella che amava
chiamare - nella scia di Dostoevskij - "logica dei doppi pensieri",
cifra sintetica della struttura del pensiero che "non ha valore e atto
unico", ma "sempre si spezza in queste doppie valenze che non
necessariamente rivelano doppiezza, ma dualità, mancanza di occhi trasparenti,
severa necessità di tener conto della complessità delle cose".
La
ricca vicenda culturale di Mancini si è dunque sviluppata entro due poli
precisi: Dio e la città dell'uomo. E questo a partire dalle prime esperienze
milanesi nell'Università Cattolica e nel lungo magistero urbinate, discutendo
con i pensatori più significativi della seconda metà del '900, incrociando
criticamente le correnti filosofiche e teologiche che hanno segnato "il
secolo breve".
Sfoglia
le pagine
Italo
Mancini, il pensiero contro il nulla
"In
Dostoevskij la profezia delle derive del razionalismo"
La
religione fra etica e scienza
premi
A
Carpi, l'abbiccì del dialogo tra le fedi
Gallarate,
il bene e le sue radici