RASSEGNA STAMPA

23 SETTEMBRE 2003
PIER GIORGIO GRASSI
[A dieci anni dalla morte un convegno sul filosofo e teologo

Italo Mancini, il pensiero contro il nulla

Intuì che la crisi del marxismo avrebbe cambiato l'orizzonte etico e sociale dell'Occidente aprendo la strada al nichilismo realizzato e alla caduta dei valori

 

A dieci anni dalla prematura scomparsa di Italo Mancini permane un forte interesse nei confronti della sua lunga riflessione filosofico-teologica, in particolare da parte di studiosi delle nuove generazioni che non l'hanno personalmente. conosciuto. È questa una delle ragioni che ha spinto la Morcelliana di Brescia a progettare l'edizione critica delle opere più significative.

Il pensatore urbinate aveva compreso che dopo la crisi del marxismo teorico e del socialismo realizzato, sarebbe cambiato rapidamente il paesaggio dottrinale con l'affermarsi di una forma di "pensiero negativo" dominata dalla "logica della disgregazione", con la dichiarazione (ripresa da Nietzsche) dell'andare a zero delle idee e dei valori che per secoli hanno nutrito l'Occidente. Il gioco dell'immediatezza, "lo scialo delle sensazioni" chieste all'inconscio, il ritorno del politeismo, il recupero della diversità della morale (in mancanza dell'identità della persona), avrebbero preso il posto del primato del discorso, del concetto, dell'unità.

In un testo mondadoriano del 1988, Il pensiero negativo e la nuova destra, Mancini indicava nel simbolo del rizoma (vero paradosso botanico perché non è né pianta, né radice), messo in circolo dai francesi Deleuze e Guattari, la cifra di questi nuovi paesaggi dottrinali, "un'apologia della distrazione, del frammentarismo del pensiero come pulsione non programmata, discontinua, nascente".

Mancini ha invitato i teologi a fare i conti con i nuovi contesti culturali, all'interno dei quali vanno ripensati i temi del cristianesimo per dare risposta alla domanda su come si possa far movimento sotto l'impulso del kerygma cristiano e su come si possa stare nella storia riproponendo la professione di fede. Da parte sua ha tratteggiato il volto di un cristianesimo aperto, in sintonia con un uomo chiamato a camminare eretto lungo le strade della città secolare. Il modo più autentico per garantire la permanenza dei segni cristiani - osservava - è quello di far emergere un cristianesimo radicale e perciò paradossale. Paradossale nel senso di diverso dal comune sentire, inaudito e straordinario. Un cristianesimo che è affiorato, per esempio, nella Lettera a Diogneto, nel Testamento di Francesco d'Assisi, il quale trovava un preciso criterio di autenticazione "nel sentire dolce, da amaro che era, lo stare con i lebbrosi", nell'evangelismo manzoniano.

Di fronte al rifiuto generalizzato di attribuire valore fondativo al mondo del diritto e soprattutto di far coesistere vita morale e vita giuridica, Mancini si è impegnato a elaborare una filosofia del diritto come ermeneutica: un porsi in ascolto dei dati storici della vita del diritto, nella fiducia che esista una verità che si offra perché si diano significati alla comprensione e all'azione. Ne L'ethos dell'Occidente (Marietti 1990) ha mostrato come l'idea di giustizia vada considerata non solo sotto il profilo esclusivamente formale (giustizia come produzione di eguaglianza con il dare a a ciascuno in parti eguali), ma nell'agire dell'uomo giusto. Questo agire costituisce il fondamento morale del diritto.

Un ethos che voglia essere dalla parte del futuro, che sconfigga le categorie della distruzione e della morte, che superi i limiti della politica definita alla Carl Schmitt come lotta tra amico e nemico, esige una nuova ambientazione: va messo in relazione con l'urgenza di sostituire l'essere-presso l'altro con l'essere-con. Alla conoscenza e all'estetica deve succedere il primato dell'etica e dell'accoglienza. Temi che richiamano esplicitamente la riflessione di Emmanuel Lévinas, assunta da Mancini come indicazione di un itinerario in vista della fondazione di una cultura della pace, della "coesistenza dei volti".

Uno dei crucci più forti, negli ultimi mesi della sofferenza, era il non poter lavorare al volume che avrebbe voluto titolare Frammento su Dio, apparso postumo e incompiuto, presso la Mo rcelliana nel 2000, eppur giunto presto alla seconda edizione. A partire dall'interrogazione se e in quali termini possa essere detto e ridetto l'assoluto incognito di Dio, Mancini voleva mettere a frutto lunghe indagini precedenti per individuare i caratteri di quella che amava chiamare - nella scia di Dostoevskij - "logica dei doppi pensieri", cifra sintetica della struttura del pensiero che "non ha valore e atto unico", ma "sempre si spezza in queste doppie valenze che non necessariamente rivelano doppiezza, ma dualità, mancanza di occhi trasparenti, severa necessità di tener conto della complessità delle cose".

La ricca vicenda culturale di Mancini si è dunque sviluppata entro due poli precisi: Dio e la città dell'uomo. E questo a partire dalle prime esperienze milanesi nell'Università Cattolica e nel lungo magistero urbinate, discutendo con i pensatori più significativi della seconda metà del '900, incrociando criticamente le correnti filosofiche e teologiche che hanno segnato "il secolo breve".

 

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