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Fede e ragione, nessuna lotta
«Già Agostino e Kuhn insegnano che sono sono due le
vie per arrivare alla Verità. Ma nessuna è autonoma» Interviene Giovanni Reale:
«L'idea di un conflitto in realtà è illusoria. Se si nega la trascendenza
si perde l'unica forza che fa procedere davvero la conoscenza»
La fede ha sempre avuto dei nemici che - in età moderna e
più ancora in quella contemporanea - le hanno negato ogni validità dal
punto di vista conoscitivo. Ma ciò a cui si è giunti seguendo questa
via, risulta essere in netta antitesi con la verità. Negando valore alla
fede nega proprio una di quelle "forze" senza cui la conoscenza
stessa - in generale e in particolare - non può procedere. La fede,
infatti, ha un suo "valore conoscitivo" essenziale.
Si potrebbe anzi dire che noi viviamo e agiamo ogni giorno fondandoci sulla
fede in ciò che ci viene comunicato, ben più che sulla pura ragione, ossia
affidandoci a controlli basati su verifiche empiriche e matematiche e
quindi puramente razionali.
In Fides et ratio, a questo riguardo, Giovanni Paolo II fa alcuni
bellissimi rilievi in spirito squisitamente agostiniano: «(...) Nella vita
di un uomo le verità semplicemente credute rimangono molto più numerose di
quelle che egli acquisisce mediante la personale verifica. Chi, infatti,
sarebbe in grado di vagliare criticamente gli innumerevoli risultati delle
scienze su cui la vita moderna si fonda? Chi potrebbe controllare per conto
proprio il flusso delle informazioni, che giorno per giorno si ricevono da
ogni parte del mondo e che pure si accettano in linea di massima, come
vere? Chi, infine, potrebbe rifare i cammini di esperienza e di pensiero
per cui si sono accumulati i tesori di saggezza e di religiosità dell'uomo?
L'uomo, essere che cerca la verità, è dunque anche colui che vive di
credenza».
Ma possiamo qui richiamare un esempio sulla portata essenziale della
"fede" - senza la quale la ragione e la scienza non potrebbero
procedere - anche spostandoci su un piano completamente differente, proprio
quello della scienza. Qui non si tratta di quella fede che si abbraccia per
quanto concerne quelle cose sulle quali la sola ragione non è in grado di dare
risposte, ma della fede in quanto tale, ossia come forza e facoltà dello
spirito umana in generale.
Thomas Kuhn - uno dei più significativi epistemologi contemporanei - nella
sua opera maggiore spiega quanto segue. Uno scienziato che vive in un
momento in cui cade in crisi il paradigma scientifico che in precedenza
aveva dominato incontrastato nell'ambito delle sue ricerche (prendiamo per
esempio il momento della caduta del paradigma geocentrico e il sorgere del
paradigma alternativo eliocentrico), dove prendere posizione nei confronti
del nuovo paradigma basandosi ben più che su prove già acquisite, sulla
"fiducia" nelle promesse che derivano dal nuovo paradigma: «Egli
deve cioè, aver fiducia che il nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere
i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che il
vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di
tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede».
Kuhn parla addirittura di "conversione": «Il trasferimento della
fiducia da un paradigma ad un altro è un'esperienza di conversione che non
può essere imposta con la forza». E ancora: «I singoli scienziati
abbracciano un nuovo paradigma per ogni genere di ragioni e di solito per
parecchie ragioni allo stesso tempo. Alcune di queste ragioni - ad esempio,
il culto del sole che contribuì a convertire Keplero al copernicanesimo -
si trovano completamente al di fuori della sfera della scienza».
Quali sono i nessi strutturali fondativi tra la "fede" e
la "ragione"? Usando una espressione coniata dalla filosofia
moderna e contemporanea, potremmo indicare nel "circolo
ermeneutico" un'adeguata metafora per intendere quei nessi.
Alla Veri tà - diceva Agostino - l'uomo può giungere o basandosi
sull'"autorità", oppure sulla "ragione", ossia o
mediante la "fede" o mediante la "ricerca" fatta con la
"ragione". Ma "fede" e "ragione" non sono
forze conoscitive separate; esse sono legate da "rapporti
biunivoci": l'una presuppone l'altra e viceversa, in modo, appunto, dinamico
e circolare.
È ben nota la formula agostiniana con cui si riassumono questi nessi
strutturali biunivoci e circolari: «Credo per capire, capisco per credere».
In effetti, chi crede, proprio credendo pensa e anche quando pensa crede.
Si tratta di due forze dello spirito umano inscindibili. Dal punto di vista
esistenziale con la sola ragione non si potrebbe vivere. Ma anche dal punto
di vista strettamente scientifico, senza una fede - come Kuhn dimostra -
non si potrebbe procedere.
In Fides et ratio il Pontefice presenta una messaggio assai forte
sul nesso fra fede e ragione, ben difficilmente controvertibile: «La
ragione, privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri
laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La
fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza,
correndo il rischio di non essere più una proposta universale. È illusorio
pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior
incisività; essa, al contrario cade nel grave pericolo di essere ridotta a
mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia
dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e
radicalità dell'essere».
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