RASSEGNA STAMPA

11 SETTEMBRE 2003
DARIO ANTISERI
[

IL PENSIERO ALLA PROVA
Finite le grandi ideologie immanenti, è nell'orizzonte di una ragione che si fa consapevole dei propri limiti che oggi necessariamente vanno reimpostati i rapporti tra ragione e fede

Filosofi, il ritorno di Dio

Si riapre il confronto fra la via tomistica classica e quella di Pascal e Kierkegaard, oggi rilanciata anche in ambito teologico. La strada aperta dalla «Fides et ratio»

 

Ne I racconti dei Chassidim Martin Buber, riporta, tra altri, questo insegnamento del Rabbi Menahem Mendel di Kozk: «"Dove abita Dio?". Con questa domanda il Rabbi di Kozk stupì alcuni uomini dotti che erano suoi ospiti. Quelli risero di lui: "Che dite? Se il tutto il mondo è pieno della sua gloria!". Ma egli rispose da sé alla propria domanda: "Dio abita dove lo si lascia entrare"».
Il secolo che abbiamo appena lasciato alle spalle è un secolo che in molti suoi influenti e diffusi movimenti filosofici, ha preteso di cancellare lo spazio della fede, di proibire appunto l’ingresso di Dio nella mente e nel cuore degli uomini. Così, se per i materialisti (Buchner, Vogt o Moleschott, per esempio) la trascendenza è semplicemente illusione; e per i positivisti Dio è un’ipotesi inutile, per gli idealisti le verità di fede sono rappresentazioni mitiche da cui la filosofia estrarrà il nocciolo razionale. Con Marx, le cose vanno ben oltre, giacché, per lui, la fede in Dio non è né illusione, né mito e nemmeno un’ipotesi inutile: è piuttosto il frutto di un’alienante oppressione le cui cause vanno estirpate dalla radice: «La religione è il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo spietato. Essa è l’oppio del popolo».
Una «nevrosi ossessiva universale», vede Freud nella fede religiosa. E dopo gli esistenzialisti atei (Sartre, Camus, Merleau-Ponty), i loro avversari, gli strutturalisti, alla domanda «che cosa si può sperare?», Jacques Lacan, ha risposto: «Non si può sperare assolutamente in niente. Non vi è alcuna specie di speranza». E addirittura puri non sensi sono per i neopositivisti, tutti gli asserti di fede e le proposizioni metafisiche, si tratta, dirà A.J. Ayer «soltanto di materiale per lo psicanalista».
Sennonché c’è da prendere atto che, ai nostri giorni, la riflessione filosofica più matura – così come, per esempio, emerge da fondamentali opere di epistemologia, ermeneutica, analisi linguistica o anche dal marginalismo austriaco – ha eroso la prete sa fondazionistica della filosofia, sostituendo ad essa una concezione non-giustificazionista che ha scavato e scava nei limiti dell’umana ragione, portando a luce l’impossibilità di venire in possesso di fondamenta inconcusse non solo per le teorie scientifiche ma anche per proposte filosofiche.

La filosofia non salva
Ebbene, è esattamente nell’orizzonte di una ragione che si fa consapevole dei propri limiti, nell’orizzonte di una riconquistata idea di contingenza umana, che necessariamente vanno reimpostati i rapporti tra ragione e fede. La metamorfosi dell’idea di ragione, da ragione fondazionista a ragione fallibile e limitata, riapre lo spazio della fede, e questo è il problema che ne consegue: fin dove si estende una ragione limitata e fallibile in questo riconquistato spazio della fede?
Ci sono pensatori indubbiamente di prim’ordine, le cui ricerche si inseriscono nella più gloriosa tradizione metafisica, dove si pensa di essere in grado di popolare di entità metaempiriche il tutto della realtà. Ciò nella persuasione che prima della metafisica trascendentista cognitiva, la fede cristiana – così è stato affermato – «si presenterebbe come una specie di puro impegno emotivo o come una fabulazione più o meno vaga e mitica»; vale a dire che – come altri han scritto – senza «metafisica classica» la parola della Rivelazione della promessa resterebbe in sospeso.
In ogni caso, più affollata pare essere, al giorno d’oggi, la schiera di quanti sono disposti a tornare a posizioni come quella di Pascal, per il quale «è bene sentirsi stanchi e affaticati dalla ricerca del vero bene, al fine di tendere le braccia al liberatore». La fede è possibile solo in un mondo della contingenza e della disperazione, solo la consapevolezza che non c’è nessuna speranza di costruire con le nostre forze un senso assoluto della vita, della sofferenza, della sofferenza innocente, soltanto questa consapevolezza ci dispone ad invocare quel «senso assoluto» umanamente non costruibile.
«Pensare al senso della vita significa pregare», ha detto Wittgenstein. E, prima di lui, Kierkegaard: «Provvidenza e redenzione sono categorie della disperazione»; in fondo, «tutto il cristianesimo deve essere messo in rapporto alla lotta della coscienza angosciata».
Ecco, allora, che l’accettazione del messaggio di Cristo, il «salto nella fede», trova, all’interno di questa tradizione, la sua ragione più profonda nel fatto che il cristianesimo dona una risposta laddove i filosofi hanno fallito.
La filosofia non salva. E contro l’abuso della ragione nei confronti della fede hanno, da diverse prospettive, argomentato, tanto per restare in casa nostra, filosofi come Pareyson, Prini, Rigobello, Baldini, Bellino, Mathieu, Morra, Cambula, Castelli, Del Noce; e Giovanni Reale addirittura rovescia il consueto paradigma e sostiene che «è la fede che fonda la ragione e non viceversa».
Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger, in un importante articolo dal titolo La fede e la ragione ai nostri giorni (apparso su «Civiltà Cattolica», 1996) ha affermato: «Ritengo che il razionalismo neoscolastico sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Preambula fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli altri tentativi che procedono su questa medesima strada, otterranno alla fine gli stessi risultati. Su questo punto, aveva ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede, indipendentemente da quest’ultima: la nostra fede si fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche». E, prima di Ratzinger, Karl Rahner: «La filosofia e la teologia neoscolastica, pur avendo al proprio attivo tante benemerenze, oggi sembra in qualche modo giunta alla fine». Nella scia della tradizione razionalistica, si muove con argomentazioni non indifferenti, il cardinale Camillo Ruini, per il quale, tuttavia, «va superato, ed in effetti è ormai da tempo superato, un certo approccio piuttosto razionalis tico alla questione dell’esistenza di Dio, che ha avuto spazio anche nella filosofia neoscolastica». E monsignor Rino Fisichella, in un saggio in corso di pubblicazione, sottolinea: «Non è possibile confondere l’istanza metafisica, di cui siamo strenui difensori, con la filosofia neotomista».

Che fine fanno le cinque vie?
In questi giorni, poi, è uscita una nuova e aggiornata edizione della Lettera a un amico che non crede di monsignor Vincenzo Paglia. Dal vasto, approfondito e direi affascinante, confronto che l’autore sviluppa tra le pretese della ragione e le ragioni della fede, ciò che, a mio avviso, alla fine, vien fuori è che Pascal pare avere la meglio su Tommaso (o, meglio, su certe interpretazioni iper-razionalistiche di Tommaso), in quanto Paglia è dell’avviso che «davvero pochi (...) siano giunti a concludere l’esistenza di Dio attraverso le cinque vie dell’Aquinate». Qui vorrei chiedere: l’inestirpabile domanda metafisica sul senso della vita è un problema teorico, una «interrogatio», o invece soltanto «rogatio», cioè invocazione religiosa di un senso che non siamo capaci di costruirci? E forse non è tempo di guardare con riconoscenza e ammirazione, al di là di atteggiamenti inquisitori, alle diverse tradizioni, ai differenti tentativi teorici lasciatici da geniali filosofi credenti?
In fondo, è la stessa «Fides et ratio» che incoraggia ad assumere una simile prospettiva, quando dice che «le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici; e tuttavia poiché la verità cristiana ha un valore salvifico, ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo».

 

 

 

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