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È STATO uno fra i grandi intellettuali tedeschi ed europei, la cui
intelligenza acutissima lo portò ad una sòrta di translucido pessimismo; la
cui vereconda vena poetica lo portò ad amare la musica che pur considerava
ormai spenta; il cui occhio d’osservatore del mondo lo condusse ad
individuare nella società occidentale del proprio tempo la voce d’un
crepuscolo spirituale e morale che egli chiamò alienazione e, nei momenti di
crisi piú cupa, «reificazione» (dal latino «res», cosa = diventare una cosa).
Fu lui, Theodor Wiesengrund Adorno, oggi celebrato nel centenario della
nascita avvenuta a Francoforte sul Meno il giorno 11 di settembre, che
impeccabilmente fece l’autopsía alla musica del Novecento. Filosofo e
sociologo, estetologo, musicista e musicologo, fu direttore del paradimmatico
«Institut für Sozialforschung» francofortese: formidabile opificio di teoria
e pratica sociologiche; amico e collega di Max Horkheimer con cui scrisse
l’epocale «Dialettica dell’Illuminismo»; amico di Thomas Mann che consigliò
nella stesura delle parti musicali del «Doktor Faustus»; collega di Herbert
Marcuse (dipoi approdato a facili ed empiristiche filosofie giovanilistiche).
Non si può capire il linguaggio europeo dei suoni del trascorso secolo se non
si leggono le opere precipue del Nostro: da «La filosofia della musica» a
«Wagner und Mahler», da «Introduzione alla sociologia della musica, dodici
lezioni» a «Dissonanzen». Scrittore rigoroso, scabro, a tratti sibillino, ma
piú sovente solcato da intuizioni geniali, innestate su una Weltanschauung, o
visione del mondo, che non concedeva stolidi conforti o muffati spiragli di
speranza, non ostanti le sue radici culturali e dialettiche di stampo
hegelo-marxista.
Anzi, le teorie marxiane dell’arte Adorno le contestò con implacabile
congruenza, rimarcandone il fittizio e vacuo realismo di facciata,
l’impennacchiata parata degli pseudo valori sociali e popolari, il mito
realistico e socialista dell’immediata «comprensibilità» dell’opera, la quale
in verità impedisce d’intendere quanta piú realtà autenticamente significante
sia contenuta nello shock che produce ciò ch’è incomprensibile. Arte non vuol
dire, per Adorno, largizione d’un edonismo a buon mercato, bensí opposizione
al corso d’un mondo che punta di continuo, parole sue, «la pistola al petto
dell’uomo».
Da qui l’apoteosi adorniana dell’avanguardia musicale della seconda «Wiener
Schule»: motivo di scandalo per i musicomani e critici benpensanti del primi
decenni del secolo ventesimo. Da qui l’esaltazione di Arnold Schönberg, Alban
Berg ed Anton Webern nei loro inflessibili procedimenti verso la dissoluzione
del sistema tonale nella direzione del nuovo linguaggio: atonale, prima;
seriale, in sèguito. Un linguaggio che aveva constatata l’impossibilità
d’usare ancora bellurie quali il do maggiore, la triade e la settima
diminuita, dopo la rivoluzione cromatica e decadente wagneriana. Ed alla
maniera che la pittura liquidava un’esausta e disossata figuratività per
mondarsi e rigenerarsi nell’astrattismo, la musica viennese d’avanguardia,
ossia la «Neue Musik», aveva il còmpito - etico prim’ancora ch’estetico - di
protestare contro la saturazione d’un sistema linguistico che rifletteva una
società industriale i cui valori di scambio e di consumo subentravano ormai
ai valori dell’humanitas.
E da qui anche la contrapposizione paradossale (ma non troppo) tra Schönberg
e Stravinskij: il primo, con la sua musica vituperata, irta e scontrosa,
alfiere d’una sgradevole denunzia; il secondo, con la sua musica ammiccante
ad un finto modernismo, campione di uno status quo ove tutto all’apparenza
cambiava permodoché tutto restasse eguale nella sostanza. Il maestro di
Francoforte, ça va sans dire, non nutriva dubbî sulla necessità di schierarsi
dalla parte di quell’arte che sorgendo da reami diruti volgeva lo sguardo ad
un domani disingannato affatto.
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