![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 SETTEMBRE 2003 |
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Un pane d'orzo, «rozzo e pungente»; questa la
dottrina "grossolana" che, secondo Alberto Magno, «deve essere
distribuita ai laici come il foraggio al bestiame», salvando il frumento, il
nutrimento spirituale, per i chierici. Il Medioevo sembra riservare la teologia
e la filosofia ai maschi consacrati, educati nelle scuole delle cattedrali o
nei primi nuclei universitari: ma non sarà sempre così, se solo mezzo secolo
separa Alberto da Dante e dal suo Convivio,
un banchetto filosofico alla cui tavola si mangia un pane nero, aspro, proprio
il pane d'orzo che lo stesso Dante paragona all'italiano volgare. Il Convivio è scritto in volgare per essere
accessibile davvero a tutti, come di tutti era detta la vocazione al sapere
nell'esordio della Metafìsica di Aristotele: il latino non sarebbe stato
comprensibile ai "laici", ossia gli illetterati, o coloro che
conoscono una lingua sola, quella che parlano. Gli stessi che non hanno fatto
ne mai faranno studi ecclesiastici, ma che pure amano la «donna gentile», la
filosofia che ha aiutato Dante a riprendersi dalla disperazione per la morte di
Beatrice.
Ruedi Imbach ci guida alla scoperta di una filosofia
medievale, ben distinta dalla teologia, scritta dai laici e per i laici, forse
anche per le donne. Alle spalle di Imbach, che rifiuta facili sociologismi, la
lezione di Kurt Flasch, che studia la filosofia «nel suo luogo di nascita»,
ossia lavora sui testi con perizia
filologica ma tenendo ben a mente da chi e per chi, dove e quando quel
testo è stato redatto. L'idea di fondo è che non esistano problemi universali
parte di una filosofia "perenne", ma contingenze che di volta in
volta producono domande e instradano alla ricerca di soluzioni. Caricatura del
platonismo, ribadisce Imbach, sarebbe la pretesa di far discutere tra loro Platone
e Heidegger, magari consentendo un'interlocuzione anche a Tommaso d'Aquino.
Certo, molti lo hanno fatto, a volte con risultati non riprovevoli, notando a
distanza di millenni il ripresentarsi ostinato di alcune tematiche. Ma, leggiamo
in Imbach, per la storia della filosofia è più vantaggiosa un'equilibrata presa
di distanza che sappia ben collocare le pagine nella loro origine storica,
sociale, culturale e, naturalmente, filosofica: «Compito dello storico non è quello di scoprire ciò che rimane e
perdura, quanto quello di evidenziare cambiamenti e differenze».
Seguiamo quin di con gusto il resoconto di, Imbach, autore dalla penna felice, che ci conduce presso le corti di Roberto d'Angiò e di Federico II, luoghi di fervidissima produzione (e traduzione) fìlosofica, dove ebraico, arabo, latino e greco accompagnavano il volgare nelle discussioni. Luoghi poco considerati, perché gli studiosi di filosofia medievale «essendo essi stessi docenti, hanno ignorato che ci si potesse occupare di filosofìa anche all'esterno delle aule e delle accademie». E poco si sono occupati, fatti salvi alcuni grandissimi (Gilson, Nardi, Corti), di Dante e delle sue opere filosofiche: un non professionista della filosofia, né magister né monaco, insomma un laico che dichiara possibile, auspicabile, la «felicità mentale», con abusata ma limpida espressione, davvero per tutti coloro che sappiano usare della ragione e ne accettino i limiti. Come Sigieri di Brabante, che gode del Paradiso per avere riconosciuto i limiti della ragione naturale: una posizione che tuttora suscita dibattiti sull'averroismo di Sigieri e quindi di Dante stesso. Come Virgilio, consapevole di aver vissuto un'epoca in sé limitata, precedente la Rivelazione. Non come Ulisse, cui è dedicato un acuto capitolo del lavoro di Imbach, ove il mito dell'uomo impavido, resistente alle tentazioni, persino identificato con Cristo dall'immaginazione medievale (che come è noto non ha letto Omero, ma Virgilio e Ovidio), si trasforma nell'emblema di colui che parte senza fare più ritorno perché tornare non vuole. Non così il filosofo di questi secoli che laicamente, e felicemente, saprà usare dell'intelletto per imparare a vivere e morire meglio.