RASSEGNA STAMPA

3 SETTEMBRE 2003
FRANCA D'AGOSTINI
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Addio maestro dell’ovvio

 

E’ morto Donald Davidson, grande protagonista della filosofia analitica i cui lavori hanno nutrito una infinità di dibattiti sia negli Usa che in Europa

 

 

Donald Herbert Davidson, uno dei grandi protagonisti della filosofia del Novecento, è morto per un attacco di cuore, sabato scorso, a Berkeley. Nato il 6 marzo del 1917 a Springfield, aveva studiato come undergraduate letteratura comparata e filologia classica; l’incontro con Alfred North Whitehead, di cui seguì le lezioni a Harvard, lo convertì alla filosofia. In seguito fu allievo di Willard Van Orman Quine, e sotto la sua guida presentò nel 1949 una dissertazione sul Filebo platonico. Ha insegnato filosofia a Stanford, Princeton, Chicago, e dal 1981 a Berkeley. 

     Il primo scritto, del 1952, ha come titolo “Why study philosophy?”. Ma è solo a partire dagli anni Sessanta, con i primi saggi di filosofia dell’azione e del linguaggio, che Davidson si afferma come un pensatore di primo piano, dapprima nel panorama filosofico angloamericano, poi anche in Europa. Autore, come prevede il canone analitico, di brevi saggi apparsi su rivista, pubblica una prima raccolta di scritti nel 1980, Essays on Actions and Events, e una seconda nel 1984, Inquiries into Truth and Interpretation, entrambi tradotti dal Mulino, a cura di Eva Picardi: Azioni ed eventi e Verità e interpretazione). I testi di un suo confronto critico con Michael Dummett e Ian Hacking sono apparsi in italiano a cura di Luigi Perissinotto, con il titolo Linguaggio e interpretazione. Una disputa filosofica (Unicopli). È uscita quest’anno la traduzione di Subjective, Intersubjective, Objective, pubblicato nel 2001 (la traduzione è a cura di Sergio Levi, per Raffaello Cortina: Soggettivo, intersoggettivo, oggettivo). Nel 2001 aveva tenuto una serie di lezioni sul problema della predicazione all’Università di Perugia, ora in corso di traduzione (a cura di Giancarlo Marchetti).

      I suoi lavori hanno suscitato una quantità pressoché infinita di discussioni e commenti, non soltanto all’interno della filosofia analitica. A Davidson si richiamano negli anni Ottanta tanto Jürgen Habermas quanto Karl Otto Apel. Peraltro l’affinità tra il lavoro di Davidson, giustamente definito da alcuni il “filosofo dell’interpretazione”, e le filosofie del linguaggio europee, che hanno fatto dell’interpretazione il loro nucleo tematico fondamentale, salta agli occhi, e non si tratta di una affinità esteriore o preliminare, ma di una profonda consonanza, riscontrabile su singoli punti problematici, quanto sull’impostazione metafisica generale.

     Forse la caratteristica più saliente dello stile filosofico di Davidson è la sua assoluta e purtuttavia sottile banalità. Alla filosofia occorre essere, almeno entro un certo grado, un po’ banale, e ciò è giustificato anche nell’ottica di una filosofia intesa hegelianamente come voce dello spirito del tempo: come si può rendere conto (anche criticamente) delle verità fondamentali di un’epoca, senza mirare al medio, e al comunemente noto, al condiviso? Il gioco consiste nel fare emergere dalla banalità quel che è filosofico, ossia essenziale, e aristotelicamente “meraviglioso” (o se si vuole: l’inquietante o il perturbante o il patetico, l’intelligente o l’insensato). La capacità di lavorare con l’ovvio e il semplice, rilevando l’enorme complessità che l’uno e l’altro si portano dietro, è stato sicuramente un requisito dei filosofi analitici classici, almeno a partire da Moore, ma in questo forse proprio Davidson è stato il più interessante e affascinante maestro nella seconda metà del Novecento.

     In effetti, il suo pensiero parte da intuizioni molto semplici, intorno a cui poi costruisce un sistema di dettagliate precisazioni e distinzioni: resta però attiva e operante coerentemente, a ogni grado dell’analisi, la natura ampiamente convisibile, e perciò in ultimo razionale, delle idee davidsoniane di fondo.

      Quattro sono gli ambiti problematici frequentati da Davidson: la filosofia del linguaggio, in particolare la teoria del significato, da lui portata a un nuovo livello di autoconsapevolezza; la metafisica, e in particolare l’analisi dei concetti di  causa, azione, evento; la filosofia della mente, ambito in cui è stato sostenitore di una posizione nota come “monismo anomalo”; l’epistemologia (ossia la teoria della conoscenza), argomento degli ultimi scritti, dedicati al problema dell’oggettività (a quali condizioni sappiamo che il nostro pensiero si connette a qualcosa di reale, e di reputato reale anche da altri?).

      Come molti pensatori suoi coetanei, Davidson ha avvertito la necessità di misurarsi con alcuni grandi risultati limitativi della generazione precedente (di Quine, Wittgenstein, Tarski), mostrando come, nonostante certe effettive difficoltà, che suggeriscono correlative e ragionevoli cautele, sia tuttavia possibile in filosofia parlare seriamente di significato, di verità, di oggettività.

      Una introduzione italiana al pensiero davidsoniano, in tutti i suoi aspetti, è Dal punto di vista dell’interprete. La filosofia di Donald Davidson, di Mario De Caro (Carocci).

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