RASSEGNA STAMPA

31 AGOSTO 2003
ELENA MOLINARI
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A colloquio con lo studioso americano Mark Buchanan, tra i massimi esperti della «teoria della complessità». E delle relazioni

Nelle reti il mondo è piccolo

Martedì lo studioso a Roma per presentare il suo libro
Spiega: «Ideati dall’uomo o presenti in natura, sistemi diversi rivelano la stessa struttura, ma non sappiamo perché. Affrontare questa sfida può aiutarci a comprendere meglio la realtà in cui viviamo»

E' davvero un piccolo mondo. Non soltanto ci sono al massimo sei strette di mano fra due persone qualunque dei sei miliardi che vivono sul pianeta, ma gli stessi sei gradi uniscono anche i neuroni del cervello, la catena alimentare del Sudafrica, i computer di Internet. Persino la famigerata rete elettrica degli Stati Uniti. E a quanto pare non è una coincidenza. «Alcune delle verità più profonde del nostro mondo - sostiene Mark Buchanan nel suo ultimo libro, Nexus - sembrano verità sulla sua organizzazione, non sugli elementi che lo compongono o sul modo in cui le parti si comportanto se prese singolarmente». Il motivo non è chiaro, sostiene Buchanan, fisico di formazione e scrittore di professione. Ma l'autore americano non ha dubbi di essere sulle tracce di qualcosa di grosso. Come un'intelligenza universale innata che porta le strutture complesse a organizzarsi in modo simile.
Per spiegare che cosa questo intersecarsi di reti possa significare, Nexus (il libro, edito da Mondadori, sarà presentato dall'autore a Roma martedì alle 17, presso la Facoltà di ingegneria della Sapienza, nell'ambito della Conferenza internazionale sulle reti) ripercorre le scoperte compiute da matematici, fisici, sociologi, neurologi e psicologi, soprattutto negli ultimi cinque anni, a partire dal lavoro di due matematici all'Università di Cornell a Ithaca, nello stato di New York. Duncan Watts e Steve Strogatz furono i primi a sorprendersi quando intuirono che la teoria dei sei gradi di separazione formulata negli anni Sessanta dallo psicologo Stanley Milgram funzionava anche per spiegare l'architettura del cervello di un lombrico e quella della rete elettrica americana - frutto dell'evoluzione uno e dell'ingegneria umana l'altro.
I due matematici coniarono la definizione di «piccolo mondo» ed ebbero l'ardire di pensare che altri universi potessero essere ricondotti allo stesso grafico. Una provocazione che venne immediatamente raccolta in settori disparati delle scienze. Per un moti vo semplice, spiega Buchanan in un'intervista dalla sua casa in Normandia: «Perché negli ultimi anni molti settori si sono scontrati con problemi terribilmente aggrovigliati e gli scienziati sono disperatamente alla ricerca di uno strumento che li aiuti a capirli».
Ecco lo strumento, dice Buchanan. Se non si capisce perché un sistema si comporti in un certo modo (si pensi al cervello umano) si cambi approccio e se ne osservi invece la struttura per vedere se è un «piccolo mondo». Vale a dire, se i suoi elementi sono raggruppati in tante piccole «comunità», o sottosistemi, all'interno delle quali ogni elemento ha strette connessioni con ogni altro, come in una famiglia. E si veda se al centro di ogni famiglia c'è un elemento - come il cugino che conosce tutti in città - cui tutti i parenti sembrano essere collegati. Questo amico di tutti, normalmente, avrà anche uno e due contatti al di fuori del suo gruppo di appartenenza. Legami più deboli di quelli con parenti e vicini di casa, ma fondamentali, perché fanno da ponte fra diversi gruppi.
«Ad essere sconvolgente è che tendono a comportarsi in questo modo sia sistemi semplici lasciati a sé stessi e che crescono fino a creare interazioni via via più complesse, sia sistemi che sono stati pensati dall'alto nella loro complessità», spiega Buchanan. Due esempi sono la rete delle reti (il World Wide Web e il sistema operativo di un computer. Il primo, formato dai «link» di ipertesto che collegano una pagina Internet all'altra, è cresciuto a dismisura a partire da poche pagine. Ma ora è diventato in tutto e per tutto un "piccolo mondo". Il secondo è il frutto di ricerche di programmatori che tentavano di far dialogare il software di base di un computer con decine di altri programmi.
Il motivo della similitudine? «Non si sa - risponde Buchanan - non è chiaro quali forze siano in gioco. È chiaro però che questa struttura tende ad essere efficiente. È veloce, perché per andare da un punto all'altro della rete non bisogna p ercorrerla tutta, ma basta entrare in contatto con gli snodi più trafficati. Ed è protetta dagli incidenti. Se un nodo smette di funzionare non isola tutti quelli con cui è in contatto, perché ci sono altre vie per raggiungerli».
Il prototipo di questo meccanismo è niente di meno che il cervello umano. Ogni neurone è connesso a quelli più vicini, che assolvono la stessa funzione (linguaggio piuttosto che memoria) e ha uno o due «legami deboli» con altre regioni più remote. «In questo modo - afferma Buchanan - se un neurone viene danneggiato non compromette le altre funzioni».
Tutte queste analisi hanno formato una vera a propria scienza, la teoria della complessità. Che, sebbene ancora allo stato embrionale, secondo Buchanan ha la potenzialità di rispondere a domande chiave per la vita umana. Sapere che anche l'epidemia dell'Aids si comporta come un «piccolo mondo», può aiutare a fermarla. E nei meccanismi di interconnessione delle regioni del cervello può risiedere la spiegazione dell'unicità di ogni essere umano. «Se vuoi capire come funziona il mondo - conclude l'autore - questo è un buon punto di partenza».

 

 

 

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