[Galileo
e Keplero, dietro il mistero del dialogo mancato
Le ragioni che impedirono
ai due massimi scienziati del Seicento di ritrovarsi sul comune terreno della
difesa dell'universo copernicano. Un libro di Massimo Bucciantini edito da
Einaudi
Nella prefazione a La tensione essenziale Thomas Kuhn ricorda,
riferendosi alla meccanica di Aristotele, come una narrazione storica debba
cercare la prospettiva che renda comprensibili anche le assurdità e gli errori
commessi dagli scienziati. Nella scienza (e nella sua storia) l'errore può
essere più fecondo della verità; crediamo che la verità si spieghi da sé, e
solo per l'errore andiamo in cerca di ragioni extrascientifiche. Per il rifiuto
da parte di Galileo di accogliere la scoperta di Keplero dell'ellitticità delle
orbite planetarie, Erwin Panofsky, in Galileo critico delle arti (Cluva), trovò una spiegazione
affascinante nell'adesione al gusto classico, in base al quale solo la
regolarità del cerchio poteva convenire ai moti celesti. L'immaginario rinascimentale
di Galileo predilige il «magnifico, ricco e mirabile» Ariosto rispetto alle
«favolette» del Tasso, il quale ci fa entrare in una sorta di Wunderkammer, piena di coserelle curiose, ma
che hanno in fondo «del pellegrino», come gli schizzi di Baccio Bandinelli o
del Parmigianino. Keplero sarebbe invece un manierista o, come dirà Severo
Sarduy in Barroco (Il Saggiatore), l'interprete
del dinamismo barocco in cui la perdita del centro trova il suo emblema
nell'ellisse, la stessa forma che governa le chiese del Borromini o la pittura
di El Greco. All'ipotesi di Panofsky si rivolgerà James Mc Allister (Bellezza e rivoluzione nella
scienza,
Mc Graw-Hill, 1998) per offrire l'esempio eminente di come le rivoluzioni
scientifiche equivalgano ad un mutamento di stile, come già avevano sostenuto
Feyerabend. Un libro recente di Massimo Bucciantini - Galileo e Keplero. Filosofia,
cosmologia e teologia nell'Età della Controriforma (Einaudi, pp. 359, euro 36,00) -
ricostruisce il complesso intreccio di ragioni che, al di là di troppo rigide
gabbie interpretative, impedirono ai due massimi scienziati del primo Seicento
di ritrovarsi sul comune terreno della difesa dell'universo copernicano, contro
le resistenze degli aristotelici e dell'ortodossia religiosa, cattolica o
luterana che fosse.
Galileo e Keplero non si incontrarono mai e rari furono i
loro scambi epistolari; la prima lettera fu inviata da Galileo nel 1597 per
ringraziare Keplero dell'invio di una copia del Mysterium
Cosmographicum, la prima opera teorica (fatta eccezione per i dialoghi di
Giordano Bruno, che attende nelle carceri romane il rogo del 1600)
esplicitamente in sintonia con l'eliocentrismo di Copernico. Keplero cerca di
delineare l'ordine geometrico che Dio aveva imposto al creato: le distanze fra
i pianeti corrispondono alle dimensioni delle sfere iscritte e circoscritte ai
cinque poliedri regolari del Timeo platonico.
Nella lettera Galileo afferma di aver già confutato gli argomenti contrari al
moto della Terra; gli studi sul moto di caduta dei gravi del periodo padovano,
dal 1592 al 1610, si inscrivono in un «copernicanesimo silenzioso» che intende
smontare vecchie e nuove obiezioni al moto della Terra. Le nuove obiezioni
erano quelle di Tycho Brahe che Galileo crederà di aver risolto quando, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del 1632, definirà la
relatività del moto e la legge di conservazione del movimento circolare
uniforme che, sbagliando, ritiene inerziale.
Nel sistema di Brahe, la Terra immobile continua ad occupare
il centro dell'universo, attorno ad essa ruotano la Luna ed il Sole, a sua
volta centro dei moti orbitali degli altri pianeti. A tale sistema si andavano
accostando anche studiosi della Curia romana, ormai convinti delle debolezze
della fisica di Aristotele, nella speranza di contrastare l'eresia di
Copernico, la cui condanna ufficiale sarà pronunciata solo nel 1616, in
occasione del cosiddetto primo processo a Galileo. Proprio per far cadere la
distinzione fra l'atmosfera terrestre e l'etere celeste, che ancora permaneva
nel sistema di Brahe, Galileo finirà per proporre teorie errate, a proposito di
stellae novae, comete e macchie solari, teorie
che lo stesso Keplero giudicherà un pericoloso cedimento all'idea bruniana di
omogeneità dell'universo e che finivano per saldare il copernicanesimo ad una
tradizione sgradita al Sant'Uffizio, quella dell'atomismo.
Ma fra le ragioni che impediscono ai due scienziati di
saldare un'alleanza vi è anche la durezza del clima politico. Il Mysterium di Keplero era preceduto dalla prefazione di
Mästlin, noto per essersi decisamente schierato contro la riforma del
calendario promossa da papa Gregorio XIII nel 1582. La Venezia di cui Galileo
godeva la protezione stava vivendo gli anni difficili dell'Interdetto scagliato
dal Papato per il conflitto con il frate servita Paolo Sarpi, di cui Galileo
era amico anche per i comuni interessi scientifici. La controffensiva cattolica
per riconquistare terre austriache, tedesche, polacche, premeva ormai anche sul
discusso Imperatore Rodolfo II, cultore di occultismo ed alchimia. A lui
Keplero, che dal 1601 aveva sostituito Brahe come matematico imperiale, dedica
l'Astronomia nova
dove, dopo lo «scontro con Marte», cioè il faticoso calcolo della sua
orbita, annuncia la scoperta dell'ellitticità delle orbite planetarie.
Da Praga Keplero, dopo aver sperato di prendere il posto
lasciato vacante da Galileo a Padova, si trasferirà a Linz, scontrandosi con un
ambiente luterano che non tollera il suo spirito irenico ed erasmiano. L'ideale
di armonia religiosa, modellato sulla melodia pitagorica dei cieli, troverà
conferma nella dedica dell'Harmonice mundi
(1619, da poco è scoppiata la guerra dei Trent'anni) al sovrano inglese Giacomo
I, riponendo in lui la speranza di pacificare un'Europa divisa ed insanguinata.
Nel 1610 Galileo si trasferisce a Firenze, con il titolo di Filosofo e
Matematico del Granduca; è l'annus mirabilis del
Sidereus Nuncius, in cui presenta le scoperte
compiute con il suo «occhiale»: le fasi di Venere, la superficie scabrosa e
montagnosa della Luna, i satelliti di Giove e le macchie solari, ed anche il
Collegio romano approva ufficialmente i «miracoli» celesti.
Keplero è in prima linea nella difesa delle scoperte di
Galileo, anche offrendo con la Diottrica la
dimostrazione geometrica e la giustificazione teorica del funzionamento delle
lenti telescopiche. Ma a Keplero l'opera di Galileo pare il frutto di un abile
lavoro artigianale, da «meccanico», non da filosofo; le scoperte celesti,
compiute col «temerario vetro», gli appaiono slegate da considerazioni
cosmologiche. Per Galileo al contrario solo le osservazioni possono trasformare
in verità «sensatamente provate» le tesi di Keplero; non sbagliava Primo Levi
quando osservava che «Galileo era grande scrittore perché descriveva ciò che
aveva visto». I due scienziati declinano in modo diverso il copernicanesimo;
certo Keplero era uomo «d'ingegno libero ed acuto», dirà il Dialogo, ma nozioni come attrazione o virtus magnetica (ad esempio nella spiegazione delle maree)
apparivano a Galileo ricadute nell'ermetismo tardo-rinascimentale, «cose
leggiere e stravaganti». In realtà, l'Ermete a cui guarda Keplero, osserva
Bucciantini, è Euclide che ci ha fornito la chiave della geometria con la quale
la mente divina ha ordinato il mondo. Come attesta la polemica con Robert
Fludd, l'universo di Keplero non si fonda su misteriose corrispondenze o su
armonie numerologiche, ma non è estraneo ad una sorta di misticismo geometrico.
Anche per Galileo l'ordine stabilito da Dio all'atto della creazione si fonda
su pondere, mensura
et numero, ed il libro della natura è scritto in caratteri matematici; ma
se per Keplero la conoscenza scientifica è inseparabile dalla rivelazione
divina, per lo scienziato italiano nessuna armonia cosmica sarà conoscibile in toto, nessun Mysterium
può costituire un serio programma di ricerca, nessun debole discorso umano può
farsi giudice delle opere di Dio.
Così mentre Keplero mantiene una prospettiva fortemente
antropocentrica, ribadendo che la Terra per la sua posizione intermedia è la
sede più degna della creatura dominante, a Galileo non ripugna l'idea che «il
mondo compreso da i nostri sensi, in comparazione dell'universo possa essere
così piccolo come il mondo de i vermi rispetto al nostro». Forse il nostro
mondo è uno dei tanti appartenente al «gregge» di infiniti altri; più che la
lezione di Bruno, agisce qui la suggestione dell'atomismo, e, come ha
ipotizzato Pietro Redondi in Galileo eretico
(Einaudi, 1983), è forse questa la ragione nascosta della condanna di Galileo:
l'adesione ad una filosofia corpuscolare che finiva per negare il dogma della
transustanziazione.
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