[Uno sguardo senza nostalgia
Walter
Benjamin e il suo angelo. Uno sguardo all'indietro che non si presenta solo
come nostalgia o ispirazione di un futuro possibile. Ripensare il nostro
rapporto con la storia vuol dire anche riconsiderare, nel presente, quelle
possibilità che nel passato sono state interrotte. Impossessarsene,
trasformarle in atto politico. Le «Tesi di filosofia della storia» sono state
pubblicate nel 1942 ma l'angelo di Benjamin continua a guardare indietro perché
il passato non è passato e i suoi orrori possono nuovamente ripresentarsi
La IX delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin
(quella in cui egli accenna alla figura dell'angelo della storia e al suo
guardare «indietro») è forse il luogo letterario e metaforico più visitato
dalla critica e anche il testo che simbolicamente ha segnato la «scoperta» di
Benjamin negli ultimi trent'anni. Pubblicate per la prima volta nel 1942, solo
a metà degli anni `70 le Tesi iniziano ad
essere valutate come un testo normativo e non più solo «oscuro» o «intrigante».
Sono Giulio Schiavoni, Fabrizio Desideri Franco Rella e Enzo Rutigliano
(rispettivamente: Walter Benjamin. Sopravvivere alla cultura, Sellerio; Walter
Benjamin il tempo e le forme, Editori riuniti; Il silenzio
e le parole, Feltrinelli; Lo sguardo dell'angelo, Dedalo) ad
aprire una nuova stagione della critica e a fare delle Tesi un testo
esemplare del legame inquieto tra individuo e storia. Un tema su cui, da
allora, molti sono tornati proprio riflettendo sulla figura dell'angelo, da
Massimo Cacciari (L'angelo necessario, Adelphi) a
Stéphane Moses (La storia e il suo angelo, Anabasi) a
Michel Löwy (Redenzione e utopia, Bollati Boringhieri).
A monte di quel cambio di registro si colloca la crisi dello
storicismo, la fine dell'idea che la storia sia uno «sgomitolamento lineare»,
la percezione nella sinistra che il materialismo storico non sia solo una
filosofia della certezza proiettata verso l'avvenire.
Tuttavia anche così, la pregnanza delle sollecitazioni
proposte nelle Tesi resta vaga, sospesa tra
una metafora accattivante, in cui la crisi celebra se stessa come nuova
metafisica della storia, e il rischio di una riscrittura complessiva di una
filosofia della storia che per quanto critica alla fine fonda solo la retorica
della sua enunciazione, ma si priva di una qualsiasi ipotesi di lettura
critica.
Al centro di quelle pagine non risiede solo la critica allo
storicismo, ma anche l'analisi critica del ruolo dello storico e la
confutazione di quel suo presunto oggettivismo indotto dall'uso acritico delle
fonti e dei documenti a cui troppo spesso surrettiziamente si ritiene di
riscrivere oggettivamente la storia, ovvero di scrivere la storia com' «è
andata davvero». Perché l'angelo della storia guarda indietro?
Proviamo allora a riprendere in mano il testo della tesi IX
e a sondarlo da un differente angolo prospettico (riprendo il testo da Walter
Benjamin, Sul concetto di storia, a cura di Gianfranco
Bonola e Michele Ranchetti, Einaudi 1997, che costituisce l'edizione critica
più articolata e documentata del testo delle Tesi
e da cui riprenderò più avanti anche le citazioni dai materiali preparatori per
la loro stesura).
«C'è un quadro di Klee - scrive Benjamin - che si chiama Angelus novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in
procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi
sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegati. L'angelo della
storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove
davanti a noi appare una catena di
avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe,
che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi.
Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma
dal paradiso soffia una bufera che si è impigliata nelle sue ali, ed è così
forte che l'angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge
inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso
il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che chiamiamo progresso, è questa bufera.»
Prevalentemente l'attenzione è stata rivolta al quadro di
Klee, ai temi di carattere messianico o mistico o cabalistico, al rapporto tra
visione messianica della redenzione e dimensione utopica della storia, alla
visione antistoricistica della storia. Al centro si colloca l'immagine
complessiva dell'angelo, l'accumulo delle macerie ai suoi piedi, la bufera, la
visione della catastrofe. Tutti aspetti che in qualche modo hanno fatto
convergere la riflessione di Benjamin con quella di Scholem, una riflessione
che ha un tema comune e punti di divergenza.
Il tema è la conciliazione tra attesa ed evento, tra
investimento sul farsi della storia e delusione del suo accadere. Diversamente:
tra risorse interiori e fattualità storica.
Una lettura della e sulla storia che entrambi riversano
sulla storia e sul vissuto ebraico e che allude (al di là dell'esperienza
ebraica nella storia) a una possibile interpretazione rinnovata del «vissuto
mistico» e del vissuto utopico.
Per Scholem il problema è la possibilità che la
trasgressione renda possibile in una condizione di catastrofe la redenzione e
dunque l'inaugurazione di una qualche ipotesi messianica. Per Scholem guardare
indietro significa cogliere il nesso tra catastrofe e redenzione e dunque
permettere l'individuazione del principio di catastrofe come luogo generativo
di una nuova identità (è questo in breve il nucleo fondativo di tutta la sua
ricerca sul nichilismo religioso che egli disegna nel primo saggio dedicato a
questo tema che costituisce il primo nucleo del Sabbatay
Sevi, Einaudi, l'opera di una vita).
Per Benjamin, l'ipotesi della redenzione non produce
automatismi o possibilità che si originano dalla catastrofe ma nasce nella
possibilità di guardare al presente attraverso le risorse sconfitte o bloccate
da un passato che si propone come strumento di replica. Il futuro non è dato,
non è lineare né è sviluppo progressivo.
Lo sguardo indietro dell'angelo, così, richiama non solo il
principio della catastrofe come macchina generativa, ma è proprio la dimensione
della catastrofe ad avere altro valore e altro significato nell'ambito della
sua riflessione.
L'angelo della storia si potrebbe dire è obbligatoriamente
rivolto al passato, proprio perché per fondare futuro è necessario
impossessarsi del passato. E' un dato meccanico ed entro certi aspetti anche
scontato.
E tuttavia in questo volgersi indietro non risiede una
domanda di sapere. Si guarda al passato - e dunque indietro
- per impossessarsi del passato. E occorre possedere il passato per usarlo. «Lo storico è un profeta rivolto all'indietro»,
aveva scritto Benjamin nel 1917 (Walter Benjamin, Metafisica
della gioventù, Einaudi).
E riprendendo le stesse parole nelle note preparatorie alle Tesi, prosegue: «Egli volta le spalle al proprio tempo; il
suo sguardo di veggente si accende davanti alle vette degli eventi precedenti
che svaniscono nel crepuscolo del passato. E' a questo sguardo di veggente che
il proprio tempo è più chiaramente presente di quanto non lo sia ai
contemporanei che «tengono» il passo con lui».
Una notazione che per certi aspetti allude a quanto Lucien
Febvre aveva detto nel corso della sua lezione inaugurale al College de France
(«L'uomo non si ricorda del passato: lo ricostruisce. (...)Ma muove dal
presente, e solo attraverso il presente, sempre, conosce, interpreta il
passato» (L. Febvre, Problemi di metodo storico,
Einaudi).
Ma questo primo livello apre verso una diversa lettura.
Rievocando una sua radicata convinzione Benjamin scrive, a metà degli anni `30,
nelle sue note su Parigi: «L'elemento distruttivo o critico della storiografia
si esplica nello scardinare la continuità storica. La storiografia autentica
non sceglie il suo oggetto a man leggera. Non lo afferra, lo estrae a forza dal
decorso storico. Questo elemento distruttivo nella storiografia va concepito
come reazione a una costellazione di pericoli che minacciano tanto il contenuto
della tradizione quanto il suo destinatario. Contro questa costellazione di
pericoli muove la storiografia: sta ad essa dar prova della sua presenza di
spirito. In questa costellazione di pericoli l'immagine dialettica guizza fulmineamente.
Tale immagine è identica all'oggetto storico; essa giustifica lo scardinamento
del continuum». (Walter Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi).
Lo sguardo indietro dell'angelo non si presenta solo come
«nostalgia» o come ispirazione per un possibile futuro diverso - per un futuro
anteriore -, ma come segno di un diverso modo di concepire la storia. Al centro
del rapporto con la storia non sta un dato gnoseologico (ovvero «conoscere la
storia»), ma connettere al presente le possibilità interrotte nel passato e
riammetterle come strumenti per un futuro possibile. In questa seconda ipotesi
conoscere la storia è «impossessarsi del passato», ovvero saperlo tradurre in
atto politico. In questo senso riscattarlo.
Nel linguaggio di Benjamin l'espressione «impossessarsi del
passato», implica una doppia operazione. La prima è quella che essenzialmente è
rivolta alla riscoperta di una dimensione «dimenticata», «nascosta» o comunque
«sopita» del passato. La storia in questo senso è anche una «contro-storia».
Ma «impossessarsi del passato» implica saper cogliere ciò
che in questo presente si rende immediato, necessario e anche scardinante del
possibile recupero di «quel passato». Non ciò che del passato è utilizzabile
nel presente come «antidoto», ma ciò che nel passato si propone come oppositivo a questo presente.
Negli appunti per la stesura delle Tesi scrive Benjamin: «Non è che il passato getti la sua
luce sul presente o che il presente getti la sua luce sul passato: l'immagine è
piuttosto ciò in cui il passato viene a convergere con il presente in una
costellazione.
L'immagine del passato che balena nell'adesso della sua
conoscibilità - ovvero di un passato che non è morto - è, secondo le sue
determinazioni ulteriori, un'immagine del ricordo. Assomiglia alle immagini del
proprio passato che si presentano alla mente degli uomini nell'attimo del
pericolo. Queste immagini, come si sa, vengono involontariamente. La storia, in
senso rigoroso, è dunque un'immagine che viene dalla rammemorazione involontaria,
un'immagine che s'impone improvvisamente al soggetto della storia nell'attimo
del pericolo.»
Tuttavia nel processo di rammemorazione non sta tanto una
dimensione salvifica del ricordo, quanto una possibile contromossa. La rammemorazione - e dunque la riemersione da
una precedente condizione di oblio - non implica la riattivazione di un ricordo
e dunque non richiama la funzione della memoria. Si fonda su un processo
attivo, non rievocativo.La rammemorazione si accredita perciò come la fonte da
cui proviene la storia.
Guardare indietro implica, così, ritrovare quelle
circostanze che permettono di recuperare ciò che si è interrotto nella storia,
e dunque di rimetterlo tra le cose che consentono un diverso sviluppo del
presente e dunque una chance di diverso futuro.
«Marx - scrive Benjamin negli appunti per la stesura delle Tesi - dice che le rivoluzioni sono la locomotiva della
storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le
rivoluzioni sono il ricorso al freno d'emergenza da parte del genere umano in
viaggio su questo treno». La rivoluzione, così, è contemporaneamente la rottura
del continuum storico e la sua possibile
inversione. In altre parole le rivoluzioni sono l'interruzione
del processo lineare della storia, o meglio il non-momento
della storia.
Ma questo significato non è proprio solo della
«rivoluzione», ovvero del processo di rovesciamento di potere, evento
straordinario che interviene sulla linearità temporale inaugurando un «nuovo
tempo». Più generalmente esso allude a qualsiasi gesto - o a un insieme di atti
- che renda impossibile la ripetizione e la prosecuzione nel tempo indefinito
di un sistema dato di potere e di oppressione.
Aspetto che impone un diverso approccio - o almeno un
approccio maggiormente articolato - intorno alla riflessione sui «giusti»
(certamente più problematico di quanto non sia stato proposto da Todorov nel
corso degli anni '90; per tutti si veda Tentazione
del bene, tentazioni del male, Garzanti).
Si potrebbe osservare più generalmente come tutta la
riflessione concernente i «giusti», ovvero la possibilità che in condizione di
oppressione totalitaria si dia replica e risposta diversa da quella statuita e
prevista dal sistema sia collocabile all'interno di questa riflessione. Un gesto
che è reso possibile dal fatto di evocare e proporre un diverso modo di
spiegare e fondare il presente.
In questo senso il concetto di «giusto» o di «banalità del
bene» se colto come «sguardo indietro» dell'angelo della storia ha un valore
non riducibile a quello etico o caritativo con cui di solito si è pronti ad
accogliere quell'atto. In altre parole, quell'atto è tale in relazione
all'effetto di «blocco del processo lineare», di pietra
d'inciampo dentro il carattere lineare del farsi della storia che si
accredita come l'alleato «naturale» degli oppressori.
Ma all'interno di questa vicenda non risiede solo la
contingenza dell'atto o la sua imperscrutabilità. «L'omaggio di una cipollina»,
ovvero privarsi di un qualcosa di completamente superfluo, non è sufficiente
perché possa prodursi un gesto altruistico, comunque rovesciato rispetto alla
norma vigente. Lo sguardo indietro dell'angelo dunque suggerisce ancora una
cosa diversa. Dice che solo dal ricordo dell'oppressione e delle umiliazioni
vissute e provate nel passato, si può produrre una forza capace di invertire o
rovesciare la logica imperativa del presente. In altre parole, l'angelo della
storia guarda indietro - e si rivolge al passato - perché il passato non è passato, perché tutti gli orrori del passato
che possiamo anche ritenere lontani e superati, comunque collocati dietro di
noi, hanno sempre la possibilità di ripresentarsi.
Lo sguardo indietro dell'angelo costituisce, allora, un
possibile principio per una diversa dimensione della convinzione e della
retorica politica. Nella lotta politica, la forza, la capacità persuasiva, sono
state riconosciute nel mito politico, nella capacità di proiezione sul futuro e
nella prefigurazione di scenari armonici di radiosi domani. Forse la pratica di
quello sguardo indietro - per quanto spesso intesa come rifondazione del mito
politico utopico - andrà colta come capacità operativa e riflessiva della
memoria, ovvero come la possibilità che si mediti sul passato per evitare una
sua ripetizione.
In questo conto con la storia, in questo «corpo a corpo» col
passato, tuttavia, viene a decadere una funzione che tradizionalmente le grandi
collettività nazionali e i gruppi comunitari hanno affidato alla storia come
fissazione di un calendario civile e come narrazione della propria origine.
La funzione assegnata alla storia a partire dalla
costruzione dei grandi sistemi nazionali è stata quella di fondare il criterio
di identità. Ovvero ad essa è stato affidato il compito di definire l'essenza
di sé. In breve la costruzione del kit simboli e gesti per rispondere all
domanda «Chi sono?» Riconsiderare il passato non in relazione a ciò che si è o
in relazione a una metafisica dell'identità ma in funzione a ciò che si è
fatto, implica scegliere la storia come luogo in cui non si aderisce a una
formula, ma si rimedita su ciò che è accaduto e si agisce per un esito diverso
non garantito da alcuna metafisica, né automatico.
Non c'è alcun futuro salvifico nella riflessione sulla
storia e sul passato, ma solo la possibilità di inventare e trovare nuove vie
per non uscire nuovamente sconfitti. Lo sguardo al passato senza nostalgia alla
fine allude a questa possibilità.
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