![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 AGOSTO 2003 |
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L’insostenibile peso del bene e
della libertà
Miriadi le interpretazioni suscitate dalla «Leggenda del
Grande Inquisitore», il «Poema» che Dostoevskij fa declamare a Ivan Karamazov. Al
tempo dell’inquisizione Gesù torna ancora una volta tra la gente, a Siviglia, e
guarisce e risuscita i morti, come un tempo. Ma il Grande Inquisitore lo fa
imprigionare e, di notte, gli scaglia tutte le parole del suo odio. Giustamente,
Xavier Tilliette, dell’Institut Catholique di Parigi, considera la «Leggenda»
come uno dei momenti più alti della riflessione filosofica sulla Bibbia ( I
filosofi leggono la Bibbia, Queriniana, 2003). L’accusa del vecchio
Inquisitore a Gesù è di non aver dato ascolto al Demonio che lo tentò nel
deserto. Per Ivan e i suoi interpreti l’antagonismo tra Gesù e l’Inquisitore è
fuori dubbio. Ma il problema è così semplice? Il Vecchio, che per Ivan è
l’incarnazione della Chiesa cattolica, dice a Gesù: «Da lungo tempo noi non
siamo più con te, ma con lui» , col Demonio, «lo spirito intelligente e
terribile... dell’autodistruzione e del non essere», «della morte e della
distruzione» e, insieme, «spirito eterno e assoluto». Il Vecchio sta con lui
non perché voglia annientare gli uomini, ma perché, amandoli, non può che
ingannarli: li rende schiavi per renderli felici fino alla tomba, oltre la
quale «non troveranno che la morte», il niente. Inganno e sottomissione
riparano dall’infelicità, dal dolore, dall’angoscia.
Egli accusa infatti Gesù di aver voluto che gli uomini fossero liberi :
nella fede in lui, nell’amore, nella scelta tra il bene e il male. Ma gli
uomini «temono e fuggono» la libertà, «giacché nulla per l’uomo e per la
società umana è mai stato più intollerabile della libertà»: «Nulla più
seducente», «ma anche nulla più angosciante» del «terribile fardello» in cui
essa consiste. Gesù ha reso infelice l’uomo.
È indubbia, dunque, l’antitesi tra Gesù e il Vecchio. Ma non c’è anche, tra
loro, un’intesa ben più profonda del comune amore per gli uomini, ben più
profonda di tutti i tratti comuni che Dostoevskij lascia intendere e di cui è
consapevole? E’ più profonda di tutto ciò che la nostra cultura va dicendo
della libertà e della morte?
Per Ivan, sia la morte, lo spirito del Demonio, sia la libertà sono
angoscianti. Il Vecchio dice sì che «la tranquillità e perfino la morte è
all’uomo più cara della libera scelta tra il bene e il male»; e tuttavia gran
parte dell’opera dell’Inquisitore è volta a riparare gli uomini dall’angoscia
provocata dalla consapevolezza che «oltre la tomba non troveranno che la
morte», non una «ricompensa celeste ed eterna». Ma - diciamo - libertà e morte
sono entrambe angoscianti perché la distruzione, generata dallo spirito della
morte, è libera (libero è il Demonio nel suo opporsi a Dio, conficcando in se
stesso e nel mondo il pungiglione della morte), e la libertà è distruttiva.
Nella sua forma visibile, la distruzione piomba sì sulle cose, ma dopo averle
lasciate nascere e, per un po’, vivere. Ma la libertà di scegliere è ancora più
distruttiva. Quando essa sceglie qualcosa, rifiuta qualcos’altro, e a
quest’altro che non è scelto essa non consente nemmeno di nascere. La
distruzione brucia l’albero, la libertà il germoglio. Tronca la stessa
possibilità di nascere e di esistere.
Si può ribattere che la libertà voluta da Gesù è quella che sceglie il bene e
che questa scelta non è distruttiva, ma costruisce, è creativa, «edifica». Ma
se tutti gli uomini avessero scelto il bene e tutti fossero stati quindi
costruttivi, «edificanti», creativi, che cosa esisterebbe ora di tutta la
storia dell’uomo, quella che noi conosciamo, certo sovrabbondante di orrori,
colpe, violenze, e che tuttavia è considerata come l'unica dimensione in cui
(per ora, secondo alcuni) l’uomo si è di fatto realizzato, l’unica patria e
dimora che sin qui vi è data in sorte? Se tutti gli uomini avessero liberamente
scelto il bene e fossero stati costruttivi ed edificanti, di nostra patria e
dimora, per quanto terribile, non esisterebbe nulla; la scelta del bene ne
avrebbe bruciati il seme e il germoglio, ne avrebbe distrutto la stessa
possibilità.
S i può ancora ribattere che, se si fosse scelto il bene, già su questa terra
sarebbe esistito il regno dei cieli. Ma ciò non significa che questo
regno, liberamente voluto dall’uomo edificante, non sarebbe stato
distruzione del regno della Terra. L’anticipazione del regno dei cieli avrebbe
bruciato la possibilità di tutto ciò che l’uomo sin qui è stato.
Ma va anche aggiunto che se la libertà è distruttiva, la schiavitù è effetto
tra i più orrendi della distruzione. La tirannia e ogni forma di dispotismo
devastano l’uomo e distruggono la libertà -distruggono cioè quella forma di
distruzione in cui la libertà consiste. Certo, tutti «noi» preferiamo la
libertà alla schiavitù, ma questo non deve farci credere che il problema
dell’esistenza sociale si risolva col rafforzamento di queste nostre
preferenze, ottenuto magari all’interno della riflessione politica - o
religiosa -. Sì, noi «noi» abbiamo queste preferenze, ma le esercitiamo stando
sospesi su un abisso in cui la nostra cultura stenta a gettare uno sguardo.
Le diverse forme di creatività distruttiva e di distruttività creatrice si
combattono e prevale la più potente. Schumpeter parlava della «distruzione creatrice»
del capitalismo; ma ora, sullo stesso capitalismo sta prevalendo la distruzione
creatrice esercitata dalla tecnica, cioè sta prevalendo la libertà della
tecnica. Che a sua volta è sospesa su quell’abisso. Si incomincerà a guardare
verso il suo fondo?