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Diritto e ricerca scientifica sono sempre più
intrecciati. La giurista Sheila Jasanoff spiega quali sono, oggi, i temi
più discussi
La scienza alla sbarra
Se in giudizio i periti sostengono tesi opposte, è il
giudice che decide quale sia la «vera» scienzaMolti ricercatori chiedono
libertà di indagine, ma è la società a imporre un argine: la sfiducia
Scienza e diritto non sono due mondi così separati come la
tradizionale organizzazione degli studi universitari potrebbe far pensare:
acquistano infatti sempre maggiore importanza per la società le tematiche
in cui giudici e scienziati confrontano i propri linguaggi. Basta pensare a
tutte le questioni in cui i magistrati sono chiamati a pronunciarsi (talora
in assenza di leggi specifiche) su temi quali inquinamento ambientale
(dall'elettrosmog alle scorie nucleari), biotecnologie, genetica, effetti
avversi dei farmaci (vedi caso Lipobay) o adeguatezza delle cure mediche
(caso Di Bella). Inoltre l'affinamento dei mezzi investigativi (sono noti
gli interventi del Ris dei carabinieri nelle indagini giudiziarie) rende
sempre più frequente il ricorso all'opinione di periti e più ampio l'uso di
prove scientifiche nei processi (fino allo scontro tra perizie tecniche di
segno opposto tra accusa e difesa, con il tribunale chiamato a decidere
quale sia la "vera" scienza).
Su tutt'altro piano, ma altrettanto cruciali per la società, si pongono
invece le discussioni sui diritti dell'attività di ricerca, sugli eventuali
limiti che devono esserle posti, sulla possibilità di sfruttamento
economico (brevetto) del lavoro degli scienziati.
Un interessante contributo a questi temi è offerto dalla giurista Sheila Jasanoff,
che insegna Diritto, scienza e politica alla J.F. Kennedy School of
Government della Harvard University, ed è autrice del libro La scienza
davanti ai giudici (Giuffré editore, pagine XXII + 392, euro 25,82).
Jasanoff osserva che oggi si presta molta più attenzione al rapporto tra
scienza e diritto e che la nostra teorizzazione della società si è molto
modificata: «Un tempo le scienze politico-sociologiche si occupavano di
stratificazioni sociali, ora anche di knowledge o risk society, di scienza
e tecnologia in ambito sociale»: persino i tribunali hanno cominciato a
partecipare al processo di modernizzazione post-globalizzazione. Eppure «le
risorse concettuali del la giurisprudenza appaiono inadeguate» sia per il
ritardo con cui interviene il diritto, sia per l'ignoranza scientifica, sia
ancora per il ruolo "ibrido" dei periti («un soggetto con
conoscenze specialistiche, ma che ha un'importante influenza nel sistema
giuridico»). A tale riguardo ha fatto giurisprudenza negli Stati Uniti la
sentenza del '93 sul caso Daubert: si è stabilito che i giudici possono
ammettere la testimonianza di esperti che, pur non dotati di particolari
riconoscimenti da parte della scienza "ufficiale", si avvalgano
di conoscenze e metodi scientifici. E che il diritto non parli una lingua
davanti alla scienza è dimostrato dalla sentenza della Corte costituzionale
del Canada che ha rifiutato la validità del brevetto dell'oncotopo
(riconosciuto invece negli Stati Uniti) sulla base di diverse motivazioni tra
cui la distinzione tra forme di vita superiore e inferiore: secondo i
giudici canadesi infatti, gli organismi complessi non possono essere
inclusi nella categoria dei "composti di materia" usata per i
microrganismi.
Anche sulla libertà di ricerca il dibattito è ampio. Da un lato gli
scienziati lamentano i vincoli posti ad alcuni campi di ricerca avanzati
(Ogm e cellule staminali) e richiedono di potersi muovere negli studi con
libertà, lasciando alla società civile il compito di valutare i risultati e
scegliere quali linee privilegiare. Ma nel Libro bianco sulla governance,
redatto per conto della Commissione europea, è emerso il crollo di fiducia
nella competenza degli esperti da parte della popolazione europea, che non
guarda più solo ai benefici ma anche ai danni che il progresso può portare
con sé. E il gruppo di lavoro voluto dalla stessa Commissione Ue ha
indicato la necessità di una «democratizzazione degli esperti». Sheila
Jasanoff osserva che «siamo forse tutti d'accordo che i progressi scientifici
vadano realizzati in un quadro di democrazia e che il potere di condurre
indagini scientifiche è una libertà fondamentale. Tuttavia la scie nza
negli ultimi due secoli ha avuto così successo in senso ideologico nel
proporre il proprio modello, da avere perso un'interfaccia istituzionale. E
l'istituzione - puntualizza la giurista - è un modo strutturato per
risolvere problemi a livello sociale». In definitiva diritto e scienza da
soli non bastano: «Sì alla protezione della ricerca scientifica dal regime politico,
ma non dalla società civile».
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