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E Kant non mandò la ragione all'ergastolo
Un saggio della filosofa Jacobelli Isoldi contesta
Wittgenstein: la logica non può conoscere l'infinito, però lascia libero
campo alla fede
Una tentazione di continuo riaffiorante nello sviluppo del
pensiero filosofico è stata ed è quella della sua autodissoluzione. Così,
tanto per citare uno dei casi più noti, per i neopositivisti viennesi le
proposizioni filosofiche, poiché fattualmente inverificabili, sarebbero non
tanto false, quanto piuttosto dei puri e semplici non-sensi. Le teorie
filosofiche, insomma, non avrebbero alcuna forza conoscitiva, essendo
quella scientifica l'unica conoscenza valida. In tal modo, i filosofi
sarebbero costretti a mangiare nel piatto della scienza e ad accontentarsi
dei suoi avanzi.
Nel 1947, al Moral Sciences Club di Cambridge, quello dell'esistenza o meno
dei genuini problemi filosofici e di autentiche teorie filosofiche fu il
tema che vide contrapposti, in un «drammatico» incontro, Ludwig Wittgenstein
e Karl Popper. Wittgenstein era dell'avviso che le questioni filosofiche
fossero generate da «perplessità linguistiche», e che i problemi
apparentemente filosofici - come quello dell'induzione o dell'esistenza o
meno dell'infinito attuale o potenziale - si riducessero a questioni di
logica o di matematica. Popper, dal canto suo, espresse la sua convinzione
di sempre, e cioè che si danno teorie filosofiche (sul senso o meno della
storia, sulla fondabilità razionale o meno dei valori, sulla demarcazione tra
scienza e non-scienza, e quindi sulla scientificità o meno di concezioni
come quella marxista o la psicanalisi, eccetera) perché si danno autentici
problemi filosofici che sorgono da ambiti non-filosofici come la
matematica, la ragione, le scienze naturali, la politica o la religione.
Ebbene, la concezione scientista che intende cancellare l'autonoma
esistenza delle teorie filosofiche trova di certo una delle più consistenti
radici nel criticismo kantiano. Kant, infatti, dette una risposta
negativa alla domanda se la metafisica sia possibile come scienza. La
scienza cui Kant si riferiva era sostanzialmente la concezione newtoniana
del mondo; e la metafisica non poteva essere come la meccanica di Newton,
perché priva del riferimento empirico, incapace cioè di venire controllata
da fatti osservabili. Kant, pertanto, fissò il limite della ragione umana.
Ora, tutti i filosofi di tradizione kantiana hanno inteso questo limite
come chiusura della ragione. Ed è proprio questa interpretazione che Angela
Maria Jacobelli Isoldi, nota studiosa di Kant, mette in discussione nel
suo recente libro La dignità del limite (Rubbettino, pp. 268, euro
12). E lo fa sulla base della più scrupolosa e attenta documentazione.
Ecco, la tesi di fondo dell'autrice: «Saldamente ancorata alla sua
determinazione sensibile, la coscienza umana guarda con ansia a quell'al di
là al quale non può applicare le coordinate spazio temporali e concettuali
della sua capacità conoscitiva; e in relazione ad esso si pone quelle
domande sulla sua esistenza alle quali è consapevole di non poter dare una
risposta definitiva».
Kant, dunque, diversamente dai fautori del riduzionismo scientistico, non
pensa ai confini tracciati dal perimetro della conoscenza scientifica come
ad un ergastolo della ragione umana, ma li considera piuttosto come una
specie di torre di avvistamento su un oceano di umane esperienze differenti
da quelle della scienza, ma non per questo non valide o meno umane. E così,
allora, scrive ancora l'illustre interprete di Kant, che «questa coscienza
finita, riconoscendo di non avere mezzi logici per solcare quell'infinito
mare che appena intravede, ma non riuscendo ad eliminare le domande e i
problemi che sorgono dall'avvistamento di quell'indeterminabile al di là
(...), lascia libero il campo a quella peculiare esperienza di fede che
costituisce la religiosità e dà vita alle religioni».
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