[Il
folle volo da Ulisse a Bruno
Quando venimmo a
quella foce stretta/ Ov’ Ercole segnò li suoi riguardi,/ Acciò che l'uom più
oltre non si metta» (Inferno XXVI, vv. 107-109), cioè allo stretto di
Gibilterra, Ulisse e i suoi compagni - nella versione poetica di Dante - sono
ormai «vecchi e tardi», disposti a correre il rischio del «folle volo» per fare
esperienza di un «mondo senza gente». La loro rotta sembra una disperata
rincorsa al Sole che tramonta. Eppure, questa sorta di medievale tour di
marinai della terza età avviene nel segno della trasgressione. Non solo della
tradizionale prudenza dei navigatori, che ben si guardavano dal gettarsi oltre
le Colonne d'Ercole, ma anche della sapienza divina che ha situato l'alto monte
del Purgatorio nel mezzo dell’Oceano. Il volo non può che essere folle, perché
votato al disastro: altro che «virtute e conoscenza», che nell'esortazione di
Ulisse ciascun vero uomo dovrebbe cercare di perseguire. Ma quelle parole sono
pronunciate da una figura che per Dante è quasi la personificazione
dell'inganno. Come dire che conoscenza e virtù possono essere anche votate al
male. Cristoforo Colombo era convinto che non fosse affatto folle quel tipo di
crociera, che avrebbe permesso «passando per Occidente» di raggiungere a
Oriente terre ricche come le Indie. Ma anche lui sembra esser stato
ossessionato dalla montagna del Purgatorio: la Terra non andava considerata
esattamente rotonda perché «essa aveva piuttosto la forma di un seno di donna
con la protuberanza del capezzolo» (che coincideva, appunto, con l'alto monte
di Dante). Colombo si sbagliava: non doveva trovare sulla sua rotta le Indie,
ma scoprire comunque qualcosa di molto interessante. Non l'altro mondo delle
anime che scontano la loro pena, ma un nuovo mondo e pieno di gente, nonché di
strane piante e animali, per non dire di oro e altri preziosi metalli. Cariche
di queste meraviglie dovevano tornare in Europa le Caravelle. E cominciava una
ben diversa Odissea, quella dei popoli indigeni vessati e rapiti dai
conquistatori «cristiani».
Il Cinquecento, che vede compiersi il Grande Periplo con il ritorno dei
superstiti della flotta agli ordini di Magellano (ma non lui che perisce) e al
tempo stesso gli astronomi discutere di «novità celesti», plasmerà una potente
metafora: i «filosofi della natura» sono come gli esploratori geografici -
entrambi gustano il frutto proibito della scoperta e ne rendono partecipi gli
altri. Nel secolo successivo, in piena rivoluzione scientifica, Galileo Galilei
sarà presentato dagli Accademici dei Lincei come «il Fiorentino scopritore non
di nuove terre ma di non ancor vedute parti del cielo». Ancor ai tempi nostri,
come ha sottolineato Paul Feyerabend, ogni vero ricercatore non può che
sentirsi imbarcato in un viaggio verso la sua «America della conoscenza».
Questa potente retorica rovescia quella di Dante: i nuovi adepti di «virtute e
conoscenza» sono soprattutto uomini giovani, ma forse non così disinteressati.
Già nel dialogo La cena de le Ceneri (1534) Giordano Bruno capovolgeva
quest'immagine e spezzava l'analogia. I navigatori dei nostri oceani, da quelli
dell'antica mitologia a uomini come Colombo, hanno insegnato agli indigeni
delle terre che hanno «scoperto» soprattutto «l'arte di assassinarsi e
tiranneggiarsi l'un l'altro» (e dunque folle è stato davvero il loro volo,
giacché ha esportato i modi europei della violenza). Al contrario, il filosofo
della natura, armato della propria ragione, «ha varcato l'aria, penetrato il
cielo, discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo» e in questo modo
«ha donato gli occhi alle talpe» cioè ha liberato dall'ignoranza almeno quella
parte di umanità capace di seguire virtù e conoscenza.
Aveva ragione Bruno in questa sua «stroncatura»? Lo stesso Colombo nella sua Relazione
della navigazione lungo tutta la costa meridionale di Cuba (1495) riporta
di essere stato salutato da un cacicco «nell'isola di Santiago, che gli
indigeni chiamano Jamayca», con queste parole: «Dappertutto la gente ti teme, e
tu hai distrutto i cannibali, che sono assai numerosi e feroci, facendo a pezzi
le loro canoe e case, prendendo le donne e i figli, uccidendo quanti non
poterono mettersi in salvo». Oggi, in un’epoca in cui qualunque leggenda non è
immune da revisione, William Least Heat-Moon scrive che Colombo ha dato il via
«a pratiche che avrebbero condotto allo sterminio di interi popoli e culture» (
Colombo nelle Americhe , Einaudi). Al contrario, l'universo «senza
muraglie» e popolato da innumerevoli sistemi solari che Bruno ci ha regalato
nei suoi Dialoghi italiani resta innocente di tutti gli orrori che gli
uomini commettono su questa terra, piccolo pianeta «sperduto» attorno al suo
Sole. Tra i pochi nell'epoca sua a denunciare l'imperialismo degli
esploratori-conquistatori, Bruno rimpiangeva un'età in cui «agili navi» di
pirati come Ulisse ancora non portavano desolazione da una terra all'altra.
L'ultimo «mago», finito sul rogo in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600, nel
suo vivere e morire nella contraddizione può essere eletto a simbolo di
quell'Europa che ha scelto di donare al resto del mondo non la devastazione ma
la conoscenza.
|