RASSEGNA STAMPA

9 LUGLIO 2003
TONINO BUCCI
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Non occorrono eccessive doti filologiche per...

 

 

Non occorrono eccessive doti filologiche per mettere in guardia il lettore gramsciano dinanzi al rischio di smarrirsi nel labirinto dei "Quaderni", tanto per la difficoltà di raccapezzarsi tra le diverse stesure del testo durante la detenzione del dirigente comunista, quanto per la complessa architettura del materiale. A nulla varrebbe seguire passo dopo passo la scrittura di Gramsci senza la garanzia di una bussola, di un filo conduttore, di un fulcro attorno al quale disporre i temi via via affrontati. Non è perciò soltanto un'avvertenza formale quella anteposta da Alberto Bugio al suo volume Gramsci storico. Una lettura dei "Quaderni del carcere" (Editori Laterza, pp. 338, euro 29,00) nella quale si precisa il carattere non antologico dello studio affrontato. «Questo libro è tratto dai Quaderni del carcere di Gramsci, ma non è un'antologia di note scelte in base a un criterio tematico».

Se una certa tradizione di lettura ha privilegiato l'approccio al pensiero gramsciano per temi e antologie - di cui non va tuttavia trascurato l'indubbio merito divulgativo - qui si tratta, all'opposto, di «liberare questo libro dalla prigione delle note, di scoprirne la chiave, di immaginare come Gramsci l'avrebbe strutturato se non proprio scritto, di ricomporlo cercando di percorrere per sommi capi e senza pretese di completezza lo spartito dei Quaderni».

L'ipotesi proposta da Burgio è di leggere l'opera gramsciana come «un grande libro di storia: una storia dell'Occidente borghese, o, come Gramsci scrive più semplicemente, del "mondo moderno", una storia critica della modernizzazione europea: un grande libro di storia che è, al tempo stesso, un libro sulla storia, sul suo significato e sulla sua logica, sui suoi rapporti con la filosofia (la riflessione teorica) e la politica (la prassi rivoluzionaria)». La lettura dei Quaderni può così disporsi attorno al motivo centrale della storia, se per essa si intenda non solo l'accumulo di fatti e azioni nel tempo, ma anche l'attività della riflessione, dell'analisi, dello scavo al di sotto della superficie caotica degli eventi per rintracciarne schemi logici. E' un lento, meticoloso lavorio analitico che non si esaurisce tuttavia nella contemplazione teorica del passato, anzi da esso dipende la possibilità stessa dell'agire politico nell'epoca moderna: «o vi è diffusa consapevolezza della struttura dello svolgimento storico, o non vi è soggettività politica». Se tra conoscenza del passato e azione nel presente si forma un circolo, ciò avviene in seguito alla frattura della modernità, al consolidamento del dominio della borghesia sull'intera società e alla nascita di soggetti collettivi sul terreno del «lavoro» e della «produzione». Proprio perché non si dà politica, in questo nostro tempo storico, slegata dalle «grandi masse», è necessario che l'azione collettiva (della classe, del partito) sia sorretta da una robusta comprensione delle vicende storiche del passato, capace d'intendere le possibilità di sviluppo della società.

L'attività dello storico prende forma tra questa preoccupazione pratica di rendere "intelligente" l'azione politica e la ricerca teorica di strutture logiche dietro l'apparente disordine dei fatti. «La consapevolezza di cui Gramsci parla - spiega Burgio - sorge dal riconoscimento di costanti, di nessi ricorrenti, di relazioni strutturali che conferiscono alle situazioni fisionomie familiari. E difatti, in tanto conoscere la storia serve a guidare l'attività pratica, a orientare questa o quella iniziativa di volontà, in quanto consente» di rintracciare nello svolgimento storico «forze relativamente permanenti, che operano con una certa regolarità e automatismo». E' un passaggio fondamentale perché, secondo la lettura di Burgio, possa darsi una scienza moderna della politica, un impianto teorico in grado di strappare l'azione delle masse dalle secche dei fatti occasionali e collegarle al progresso della storia. «La ragione politica non può fermarsi all'occasionale, deve raggiungere l'organico; non può limitarsi ai "movimenti che si possono chiamare di congiuntura" perché si presentano come "immediati, quasi accidentali"». Deve invece riconoscere l'organico, cogliere il movimento spontaneo delle masse e collegarle dialetticamente alle leggi della storia.

Su questo nesso tra teoria e pratica Gramsci fonda la sua idea di rivoluzione, elabora una risposta al fallimento della prospettiva socialista in Occidente. Non è sufficiente, in estrema sintesi, che si produca una crisi nelle forme di dominio della borghesia perché automaticamente avvenga il passaggio a una superiore forma di società. In corrispondenza degli scenari critici occorre che alle contraddizioni materiali si accompagni un'azione delle classi lavoratrici capace di afferrare l'intelligenza dello sviluppo storico. Dal proprio laboratorio di analisi Gramsci osserva la soggettività politica moderna nel suo costituirsi dal contesto materiale, attento a non separare il momento dell'azione da quello oggettivo. «Ferma restando - scrive Burgio - la funzione imprescindibile del momento soggettivo, il contesto materiale (le "condizioni oggettive") ha il ruolo preminente della condizione di possibilità della prassi storica. Insomma, non c'è necessità (dello sviluppo degli eventi, ndr) senza diffusa consapevolezza, ma la base di questa è la realtà concreta, lo stato di cose esistente». Proprio la comprensione delle costanti e delle varianti, di ciò che permane identico e di ciò che cambia nello sviluppo storico, può rendere efficace l'azione trasformatrice degli uomini, evitando la fraseologia inconcludente del soggettivismo esasperato o del volontarismo astratto.

E' ovviamente possibile discutere sulla curvatura pratica che Burgio mette al centro del suo studio su Gramsci - come ha rilevato lo storico Angelo d'Orsi nella recensione del volume sul numero de "il manifesto" del primo luglio. E pure, per stare alle parole di quest'ultimo, «non sono mai osservazioni meramente teoretiche, filosofiche, concettuali quelle sulla storia che troviamo nel corpus dei Quaderni: c'è in Gramsci il rovello di chi, meditando sulla sconfitta epocale del movimento operaio, cerca le vie praticabili per "riprovarci", per operare una rivoluzione senza assalto al Palazzo d'Inverno, per realizzare nuove "egemonie": "corazzate", o meno, di "dominio".

 

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