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di Sossio Giametta
A rispettosa distanza dall'uscita del "Meridiano" Hölderlin e dai
peana intonati in onore di questa grande e patetica figura di poeta, occorre,
per la precisione, dire alcune cose. A Bruxelles, nel 1989, Hans Georg
Gadamer disse, durante una cena da un comune amico, due cose a mio avviso
esagerate: una, che Nietzsche è un dilettante di genio, ma non un filosofo;
due, che Hölderlin è la grande scoperta della nostra epoca. A Palermo, nel
2001, in occasione del Premio Nietzsche, Karl Pestalozzi, continuatore
dell'edizione Colli-Montinari delle opere di Nietzsche, disse su Hölderlin
parole smozzicate ed estatiche. Per Giorgio Colli Hölderlin era "un
greco in carne e ossa", mentre Nietzsche era "sfocatoinquinato,
umanizzato dalla solitudine".
Le traduzioni e edizioni di Hölderlin si moltiplicano e l'hölderlinmania
dilaga. All'origine di questo revival del puro e sfortunato poeta di Lauffen
(visse male, a parte la parentesi di Susette-Diotima, finché fu sano e poi,
per 37 anni, ottenebrato dalla pazzia) c'è il libro di Heidegger, La
poesia di Hölderlin . In esso Heidegger testimonia il "colloquio
pensante", pone la questione dell'essenza della poesia e di come il
pensiero stesso, nel suo gesto ultimo, si apra su tale essenza (cancellando
la parola "essenza" le opere di Heidegger si ridurrebbero di un quinto
dicendo le stesse cose). Hölderlin ha detto il sacro e la fuga degli dèi, che
però ci risparmiano se abitiamo in loro vicinanza. Di interpretazioni neanche
a parlare: il meglio per loro è di dileguarsi, come le dimostrazioni in
filosofia. L'essere è indicibile e solo la poesia può darne un barbaglio.
Parole a loro volta sacre? Non per Hannah Arendt, amante e amica di Heidegger
salvo temporanee arrabbiature, diciamo incordature. Come quando, nel '49,
scrisse a Jaspers: «Ho letto qui alcuni suoi saggi su Hölderlin e certe lezioni
su Nietzsche (il famoso Nietzsche!), particolarmente atroci, chiacchiere e
nient'altro". Croce tratta Heidegger già meglio (o peggio?): le sue
teorie sono «un'eco languida, aforistica e indimostrata della grande teoria
vichiana che l'origine della lingua si ritrova dentro quella della poesia».
Ma le grandi scuole figliano. Ed è così che da noi Severino si affida a
Leopardi e Eschilo. Non per la poesia, no: per la filosofia. Citando però due
massimi, a cui non si possono paragonare i due di Heidegger: Hölderlin e
Trakl. Non perché Hölderlin non sia un poeta di tutto rispetto, un Leopardi
adolescente (Trakl, pur bravo, ne è un po' la brutta copia). Ma perché la sua
grandezza sembra sottostare a limitazioni. Anzitutto a giudizio di Goethe
(posposto, anzi congedato, insieme a Omero, Dante e Shakespeare). Hölderlin
gli fu presentato da Schiller. Egli vi vide la delicatezza del Jüngling (il
"fanciullino" tedesco), che piaceva a Schiller, e non gli diede
spago. Poi a giudizio di Croce. Greco Hölderlin? Era «assertore di un
ellenismo che è germanesimo e germanesimo più profondo e più tedesco di ogni
romanticismo o di ogni medievalismo».
E proprio questa è la ragione per cui piace tanto ai tedeschi, specie
medievalisti come Heidegger (negava il Rinascimento ed era per la Umwä
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