RASSEGNA STAMPA

6 LUGLIO 2003
FRANCA D'AGOSTINI
[Dove la vita incontra i fondamenti filosofici
Quando sono in gioco le definizioni e le idee della vita, della morte, della natura umana, il ruolo protagonista spetta alla metafisica. Un tempo disciplina fortunata, poiché coincideva con la quasi totalità della filosofia, ha ispirato, negli ultimi due secoli, schiere di nemici che la associano a una ottusa fuga dalla realtà e a una colpevole vaghezza
È possibile pronunciarsi sul destino degli embrioni crioconservati, o sull'aborto, o sull'eutanasia, senza avere le idee chiare sulla differenza (o l'affinità) tra gli esseri umani e le cose e gli altri animali, su quando un essere umano incomincia a essere un essere umano, e quando finisce di esserlo? È possibile ragionare sui diritti umani, e sul modo giusto di difenderli, senza essersi messi d'accordo circa che cosa sono o si presume dovrebbero essere gli esseri umani? Probabilmente no, ma non si tratta di domande retoriche. Il dibattito su questi temi, anche se vasto, e vario, e spesso disperso, percorre la filosofia di oggi, ma anche il pensiero comune, i romanzi, i ragionamenti al caffè, le perplessità confessate alla posta del cuore. C'è, ed è abbastanza avvertibile, un po' ovunque, un certo bisogno di ridefinizioni delle basi teoriche, di riconsiderazione dei parametri. Forse si potrà anche parlare di una certa irruzione del tema dei fondamenti nel discorso comune: un affiorare dei fondamenti. Ma c'è anche una diffusa incertezza circa le modalità - e la stessa legittimità - di porre e svolgere discorsi «fondamentali» di questo tipo.

La fortunata-sfortunata disciplina filosofica che dovrebbe occuparsi di simili argomenti è la metafisica. È una disciplina fortunata, perché per lungo tempo è stata considerata coincidente quasi con l'intera filosofia, o vista come la sezione più alta e più importante della filosofia. È sfortunata perché, come ognuno sa, ha avuto negli ultimi due secoli una grande quantità di avversari e nemici, tanto che anche nel linguaggio ordinario al termine «metafisica» si associa un'idea di ottusa fuga dalla realtà, o di colpevole vaghezza, o di risibile irrilevanza. Un po' meno noto, e mai penetrato nel pensiero comune, è il fatto che i tentativi di riabilitare e rilanciare la metafisica nel Novecento sono stati almeno tanti quante le imprese denigratorie. Nel complesso, la disparità di opinioni sul tema (e su un tema così vitale: visto che, a quanto sembra, sono in gioco le definizioni e le idee che abbiamo della vita, della morte, della natura umana, ecc.) è stata tale, che anche dal punto di vista «tecnico», ossia da parte dei filosofi che si occupano professionalmente di metafisica, non c'è una vera omogeneità di vedute sulla sua natura, il suo uso, i suoi possibili metodi, e i suoi rapporti con altre sezioni della filosofia, e con altre discipline.

Va notato come tale acceso dibattito, che sembra riguardare solo le istituzioni della filosofia - le querelles sulle sue cattedre, i suoi insegnamenti e le modalità e le sedi della sua ricerca - abbia molte ripercussioni proprio in relazione alla questione di fondo: deve-può la filosofia occuparsi di definire e ridefinire gli esseri umani, la natura umana, l'identità personale? Posto che possa e debba, quale potrebbe essere la relazione tra tali definizioni teoriche e le pratiche del giurista, del politico, del medico, dello scienziato, dell'uomo comune, che si trovano alle prese con problemi «fondamentali»? Molti ritengono che sia buona regola, in questi contesti, evitare accuratamente le disquisizioni teoriche di fondo, ossia rispondere senz'altro di no alle domande poste all'inizio dell'articolo: non è necessario sapere che cosa è un essere umano per decidere che posizione prendere riguardo all'aborto o all'eutanasia.

Dunque, la metafisica - in quanto pretende di dar lezioni su ciò - è insensata e irrilevante. Altri ritengono che la domanda sull'essere delle persone, sull'inizio, il finire e il persistere delle loro identità nel tempo, sulla natura delle cose, degli enti sociali, dell'ambiente, non debba essere di competenza di una (sola) disciplina, ma debba riguardare, caso per caso, le singole scienze: così ci sarà una «ontologia regionale» della fisica, fatta da fisici (se mai con l'aiuto dei filosofi), e una «ontologia regionale» dell'ecologia, della politica, della biologia. La metafisica, in quanto vorrebbe pronunciarsi sull'essere in generale di tutte queste regioni dell'essere, sarebbe perciò inutile e vaga, e sbagliata nel suo principio, in quanto assegnerebbe alla filosofia il compito di trattare questioni specifiche, che sono di giusta e specifica competenza dei saperi specializzati.

Altri ancora pensano che invece la filosofia generale (o come oggi si usa dire «teorica», ossia non applicata a quello o a quell'altro settore di studi) debba affrontare il problema, ma che certo non dovrebbe farlo in modo «metafisico». Per costoro la metafisica non è un ambito di indagine filosofica, ma è un modo di fare filosofia: e costoro sono molto numerosi, in diverse parti del mondo (anche se forse la tesi corrisponde a una linea dominante in Europa). Per la maggior parte di loro la metafisica è il frutto di una fatale confusione di ruoli tra scienza e filosofia: si pretende di parlare dell'essere, e della realtà, in termini teorici generali, non empirici, non scientifici; si pretende di parlare dell'essere e della realtà come se essere e realtà fossero «oggetti» qualsiasi, da osservare ed esaminare al modo in cui un mineralogista esamina un pezzo di roccia.

Però oggi si sta assistendo a una certa rivoluzione nell'ambito delle opinioni filosofiche medie circa la pratica della «metafisica», e nell'uso stesso del termine. In gran parte questo si deve al diffondersi di tendenze e correnti della filosofia analitica (dai continuatori diretti o indiretti di Strawson a quelli di Kripke e di David Lewis) che non sono mai state nemiche della metafisica, e che non hanno mai avuto grandi imbarazzi nel considerarla come una disciplina filosofica legittima, di tutto rispetto, e capace di offrire buoni risultati al dibattito teorico generale. Per avere un'idea delle fortune della metafisica in ambito analitico (a dispetto delle esplicite avversioni di Wittgenstein e dei neopositivisti al riguardo) si potrà partire dalla raccolta dei Classics of Analytical Metaphysics di Blackman (University Press of America, 1984) per giungere alla recente Blackwell Guide to Metaphysics, curata da Richard Gale.

Nell'accezione analitica la metafisica è un settore ben regimentato, con sotto-sezioni specializzate su temi come l'identità personale, la causalità, il tempo, la modalità (ossia: il possibile, il necessario, l'impossibile). L'ontologia, ovvero l'indagine sull' «essere» (fondamentalmente, al modo di Quine, la risposta alla domanda: che cosa c'è? o: che cosa esiste?), è considerata una sua ripartizione interna. Negli ultimi anni, si è assistito a una vera «esplosione» bibliografica su temi metafisici e ontologici nella pubblicistica anglo-americana. Si è addirittura parlato di un «ontological turn», che ha dato materia per infinite presentazioni complessive, companions, introduzioni.

In Italia, in verità, non è facile ancora trovare aggiornamenti sul tema, anche se già da diversi anni molti se ne occupano, per esempio nelle università di Torino, di Bergamo e di Padova. Un lavoro introduttivo davvero consigliabile è Parole, oggetti, eventi di Achille Varzi (Carocci), che spiega con estrema cura e chiarezza quanto ci si può aspettare da una riproposizione in stile analitico delle tematiche metafisiche in ontologia. È inoltre in corso di pubblicazione (Angeli) una raccolta di saggi su temi ontologici curata da Claudia Bianchi e Andrea Bottani, Significato e ontologia, con saggi di autori italiani (tra gli altri: Berti, Bonomi, Giaretta, Usberti, Varzi, Vassallo) e stranieri (Engel, Hughes, Sainsbury).

Il «primo convegno italiano di ontologia analitica», che si svolgerà a Padova da domani al 9 luglio, forse non permetterà di misurare con esattezza quanto l'apporto analitico possa dare all'elaborazione dei grandi temi ontologici dell'attualità, ma potrà contribuire a una prima ricognizione sulle risorse umane e teoriche oggi disponibili anche in Italia per restituire alla filosofia tale compito di elaborazione. La tavola rotonda prevista in conclusione sulla «ricerca italiana in ontologia» forse potrà riprendere anche la questione (che da molti anni viene posta e per lo più lasciata irrisolta) della integrabilità di tali ricerche analitiche con la tradizione dell'ontologia e della metafisica europee, i cui presupposti sono parzialmente diversi.

È interessante notare che nell'uso analitico la metafisica corrisponde a un significato che non è molto lontano da quel che Heidegger intendeva con questo termine nel 1929, nel saggio Was ist Metaphysik?, molto maltrattato da Carnap. Ossia: una «ontologia fondamentale», una indagine che si occupa di tutto ciò che riguarda l'essere in generale, i suoi modi di presentazione e il suo distendersi nel tempo (o identificarsi con il tempo). Ma è anche utile osservare che l'uso analitico, in fondo, non è neanche molto lontano da quel che Aristotele stesso, autore dei libri che poi ricevettero il nome Metafisica, intendeva per questa «scienza prima». Nel primo di questi libri, infatti, Aristotele definisce la scienza di cui si tratta come scienza che «ha per oggetto i principi e le cause prime». Dunque per Aristotele la metafisica è studio dei fondamenti, e solo derivatamente e secondariamente, come sottolinea Enrico Berti (che è stato uno dei rarissimi difensori italiani della metafisica nell'epoca della sua recente sfortuna storica), «ontologia».

Per Aristotele in effetti l'ontologia (ma Aristotele non usava questo termine, coniato nel Seicento, proprio nell'epoca in cui le sorti della metafisica iniziavano a vacillare), ossia l'indagine sull'essere in quanto essere, è solo uno dei temi dei libri «metafisici», che trattano di una grande varietà di cose: da analisi concettuali a ricognizioni storiografiche, da riflessioni sulla «sostanza» a considerazioni sull'essere di Dio. Dunque disciplina «fondamentale», o interessata ai fondamenti, ma anche disciplina plurimetodica, e interessata a ogni aspetto dell'essere: all'essere in quanto essere come alla sostanza, agli universali concettuali come all'essere di Dio, ai modi di considerare l'essere, e alle loro aporie.

Forse bisognerebbe ritornare (come consiglia Berti, e come hanno consigliato altri difensori della metafisica contro le proscrizioni di neopositivisti e heideggeriani, per esempio Hans Georg Gadamer) a un consapevole recupero della nozione (pseudo)aristotelica di metafisica come filosofia prima, o meglio filosofia dei fondamenti, delle premesse, delle condizioni, dei concetti fondamentali dell'essere e delle definizioni di base del nostro ragionare e argomentare sulla realtà, su entità e identità. Ciò permetterebbe di chiarire, forse, molti enigmi del lavoro filosofico contemporaneo, per esempio il fatto che i nemici della metafisica in quanto nemici dei fondamenti e dei discorsi sui fondamenti, di solito fanno già della metafisica, almeno in due sensi: in quanto devono pur avere dei fondamenti per criticarla, e in quanto anche una indagine critica dei fondamenti è pur sempre una indagine «fondamentale», dunque è «metafisica» quanto al suo tema.

inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti