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Forse "conoscere se stessi" è possibile soltanto attraverso un
qualche disprezzo nei confronti del divenire o, meglio, della dispersione che
ad esso può accompagnarsi. Così Eraclito poteva dire: "Ho indagato me
stesso", mostrando come il fluire perenne delle cose non sia che
"vuoto, ingannevole e piatto" (come scriveva il giovane Nietzsche),
se non sorretto dalla saggezza che ne sa comprendere il logos profondo.
Chi si accinge a conoscere se stesso, allora, è animato da un'acuta
consapevolezza della missione di cui si sente investito, per la quale è
disposto anche a sacrificare ciò che per gli altri uomini appare
irrinunciabile. Con un movimento paradossale, il saggio va contro la natura e
il mondo per offrire le proprie forze "al servizio dell'umanità",
che pure per "cinque sesti" non è (a suo avviso) che da
disprezzare. Ma per far questo deve costantemente rivolgersi "a se stesso"
( eis heautón , riprendendo Marco Aurelio) più che per conoscersi, per
confermarsi nella giustezza della sua condotta e trovare nei pensieri e nelle
citazioni da altri libri fors'anche una sorta di consolazione mirante a
rafforzare, in ultima analisi, le proprie verità.
L'arte di conoscere se stessi di Arthur Schopenhauer (a cura di Franco
Volpi, Adelphi, Milano, 2003) è un esempio di tale libro "privato",
scritto per se stesso da un pensatore che, al modo di Platone, fa della
separazione tra eternità e temporalità e fra "coscienza migliore" e
"coscienza empirica" la chiave per comprendere l'esistenza. Un
filosofo che, riprendendo Kant, fa sua la distinzione tra fenomeno e cosa in
sé, reinterpretandola in maniera decisamente radicale. Diversamente da Platone
e Kant, infatti, Schopenhauer pone come principio del mondo la pulsione cieca
ed irrazionale della volontà, alla quale ci si deve sottrarre mediante la noluntas
, vale a dire l'annichilimento della stessa volontà che ci costituisce:
«Non più volontà, non più rappresentazione, non più mondo». È a partire da se
stesso, dunque, da questo "tesoro" che serba in sé e che si tratta
soltanto di "portare alla luce", che Schopenhauer legge la propria
esistenza, il suo isolamento, la sua misantropia, l'ambivalenza nei confronti
del matrimonio, il suo non essere compreso dai "bipedes" (com'egli
chiama gli altri uomini), la sua esigenza di disporre di tempo libero e il
suo disprezzo verso la "società comune".
«Non appena ho cominciato a pensare, mi sono sentito diviso dal mondo» scrive
Schopenhauer in maniera particolarmente incisiva, ribadendo come la filosofia
sia per lui conoscenza di ciò che è profondo e che per questo non può che
distinguersi dal sapere del mondo. E questa divisione diventa una specie di
marchio di autenticità che giustifica la rinuncia ad una vita come le altre
e, nello stesso tempo, assicura alla propria saggezza una sorta di
immortalità. Ma forse questo continuo insistere e ritornare su questa
esigenza e lo stesso tono perentorio e secco attraverso cui viene negato ogni
ripensamento circa la possibilità di un commercio meno aspro con il mondo,
lasciano trasparire qualcosa. In fondo, q uesti fogli scritti a partire dal
1821 avrebbero dovuto essere distrutti, secondo la volontà dell'autore, dopo
la sua morte. O almeno così dichiarò Wilhelm von Gwinner, l'esecutore
testamentario, che poi li copiò senza citarli nella sua biografia di
Schopenhauer da dove furono recuperati attraverso un paziente lavoro
filologico volto a separare ciò che era di von Gwinner da ciò che era di
Schopenhauer.
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