[Il
nostro punto di vista si fonda sul linguaggio
L'ultimo Wittgenstein
discusso nel libro di Sara Fortuna «Ad un secondo sguardo», uscito dalla
manifestolibri
Esistono delle immagini
che non sono come le altre. Si tratta di immagini, chiamate di solito «ambigue»
o «bistabili», che hanno la caratteristica di racchiudere in sé due volti o oggetti
che è possibile scorgere solo in alternanza. Una delle più note è quella della
«anatra-lepre»: uno stesso fascio di linee se viene osservato da sinistra verso
destra ritrae un'anatra, guardandolo secondo la direzione opposta mostra una
lepre. Un'altra di queste immagini è quella che di primo acchito sembra
proporre una brocca, anonima e stilizzata, ma che a un occhio più attento
rivela la presenza di due profili che si guardano. Buona parte della filosofia
del `900 ha considerato immagini come questa delle semplici curiosità
percettive simili all'ambiguità imperfetta dell'illusione sensoriale e frutto
dell'ingegno di un grafico ispirato. Sara Fortuna dimostra che non è così, e
lo fa discutendo gli ultimi scritti di Ludwig Wittgenstein nel suo libro Ad un secondo sguardo. Il
mobile confine tra percezione e linguaggio (manifestolibri, 2002, 14 euro):
immagini come quella dell'anatra-lepre non costituiscono una semplice bizzaria,
attraente e marginale, ma un potente caso limite che esprime uno degli assi portanti
della natura umana. Ad un secondo sguardo propone una tesi forte: l'animale umano si
distingue dalle altre forme di vita perché in grado non solo di percepire
«informazioni utili a garantire il miglior adattamento possibile degli
organismi all'ambiente» ma anche di «vedere come», di scorgere diversi aspetti
all'interno di una stessa situazione percettiva. Prendiamo un ramo, ad esempio.
Il nostro cane cosa vede in esso? Ben che vada, un oggetto da riporto: quando
glielo lanciamo, il cane lo afferra e lo riporta, tutto qui. Certo, con uno
scimpanzé la situazione si fa più complessa poiché quest'animale è in grado di
farne usi diversi: a volte ne fa uno strumento per catturare formiche, altre
una protesi per avvicinare della frutta altrimenti irraggiungibile. La scimmia
utilizza, però, lo stesso oggetto in modi diversi secondo un repertorio
comportamentale limitato, legato rigidamente a un contesto preciso: come
ricorda lo psicologo gestaltista Köhler, ad esempio, lo scimpanzé può
utilizzare il ramo per afferrare la banana che pende fuori dalla sua gabbia
solo se compare nella stessa scena visiva in cui è presente il frutto appeso lì
fuori. Senza quest'innesco percettivo - essere accanto alla banana - il ramo
non ce la fa a tradursi in strumento: la scimmia è priva di quella capacità di
gettare un «secondo sguardo», che non consiste dunque solo in un «sentimento
contemplativo», ma costituisce un'attitudine pratica, quella attitudine che
incarna «la capacità che gli esseri umani hanno di decondizionarsi».
L'Homo sapiens ha infatti
la possibilità, che agli altri primati manca, di vedere un oggetto in modi
diversi all'interno della stessa situazione e di farne il fulcro di usi sempre
nuovi. Mentre per l'animale il ramo resta un morto pezzo
di legno, che di tanto in tanto assume un valore funzionale specifico e
isolato, per la nostra specie quello stesso ramo vive una continua
trasfigurazione, mostra il suo volto molteplice, si fa vedere come bastone. Pur essendo riconosciuto come lo stesso oggetto,
cambia aspetto, si fa percussore e mezzo di supporto, attrezzo ginnico e
simbolo del comando. E' come per l'immagine dell'anatra-lepre: sappiamo che si
tratta sempre della medesima figura e, al contempo, che rappresenta cose
diverse.
Per questo motivo, il «vedere come» costituisce una
dimensione decisiva della natura umana, poiché fonda una facoltà, quella del
linguaggio, che rappresenta la massima espressione della nostra capacità di
spostare il punto di vista: lo sguardo duplice costituisce il motore ludico che
ci consente di giocare con nostra figlia e prendere la scopa per un cavallo; è
la fonte da cui scaturiscono nuove interpretazioni e che ci permette di capire
che una frase come «non fa un po' troppo caldo qui dentro?» non costituisce una
descrizione della temperatura odierna ma un ordine implicito del tuo capo che,
maledizione, vuole la finestra aperta. Dunque, la figura dell'anatra-lepre
simboleggia una condizione, quella umana, che della pluristabilità fa un punto
di forza, ma anche il suo tallone d'Achille. Poiché «l'antinomia è parte
integrante della forma di vita umana», la capacità di creare nuovi sensi,
giocare e costruire strumenti fa il paio con la difficoltà ad avere una
posizione definitiva, a dire l'ultima parola. Da una parte ciò corrisponde
all'apertura di una vita sempre disponibile a rimettersi in discussione,
dall'altra alla precarietà di una condizione inquietante perché labile.
La nostra capacità di «guardare ancora» consente al
settantenne Einstein di continuare la sua rivoluzione della fisica
contemporanea; ma è anche ciò che costringe Gottlob Frege a prendere atto che
la teoria logica cui ha dedicato una vita intera è messa in ginocchio dalle
intuizioni di un matematico molto più giovane, Bertrand Russell. E' il «vedere
come» che permette alla nostra specie di innamorarsi dopo il pensionamento: ma
quel secondo sguardo è anche in grado di spezzare il matrimonio più consolidato
e l'unione apparentemente più certa, perché non la vediamo più allo stesso
modo.
|