RASSEGNA STAMPA

28 GIUGNO 2003
MARCO MAZZEO
[Il nostro punto di vista si fonda sul linguaggio
L'ultimo Wittgenstein discusso nel libro di Sara Fortuna «Ad un secondo sguardo», uscito dalla manifestolibri
Esistono delle immagini che non sono come le altre. Si tratta di immagini, chiamate di solito «ambigue» o «bistabili», che hanno la caratteristica di racchiudere in sé due volti o oggetti che è possibile scorgere solo in alternanza. Una delle più note è quella della «anatra-lepre»: uno stesso fascio di linee se viene osservato da sinistra verso destra ritrae un'anatra, guardandolo secondo la direzione opposta mostra una lepre. Un'altra di queste immagini è quella che di primo acchito sembra proporre una brocca, anonima e stilizzata, ma che a un occhio più attento rivela la presenza di due profili che si guardano. Buona parte della filosofia del `900 ha considerato immagini come questa delle semplici curiosità percettive simili all'ambiguità imperfetta dell'illusione sensoriale e frutto dell'ingegno di un grafico ispirato. Sara Fortuna dimostra che non è così, e lo fa discutendo gli ultimi scritti di Ludwig Wittgenstein nel suo libro Ad un secondo sguardo. Il mobile confine tra percezione e linguaggio (manifestolibri, 2002, 14 euro): immagini come quella dell'anatra-lepre non costituiscono una semplice bizzaria, attraente e marginale, ma un potente caso limite che esprime uno degli assi portanti della natura umana. Ad un secondo sguardo propone una tesi forte: l'animale umano si distingue dalle altre forme di vita perché in grado non solo di percepire «informazioni utili a garantire il miglior adattamento possibile degli organismi all'ambiente» ma anche di «vedere come», di scorgere diversi aspetti all'interno di una stessa situazione percettiva. Prendiamo un ramo, ad esempio. Il nostro cane cosa vede in esso? Ben che vada, un oggetto da riporto: quando glielo lanciamo, il cane lo afferra e lo riporta, tutto qui. Certo, con uno scimpanzé la situazione si fa più complessa poiché quest'animale è in grado di farne usi diversi: a volte ne fa uno strumento per catturare formiche, altre una protesi per avvicinare della frutta altrimenti irraggiungibile. La scimmia utilizza, però, lo stesso oggetto in modi diversi secondo un repertorio comportamentale limitato, legato rigidamente a un contesto preciso: come ricorda lo psicologo gestaltista Köhler, ad esempio, lo scimpanzé può utilizzare il ramo per afferrare la banana che pende fuori dalla sua gabbia solo se compare nella stessa scena visiva in cui è presente il frutto appeso lì fuori. Senza quest'innesco percettivo - essere accanto alla banana - il ramo non ce la fa a tradursi in strumento: la scimmia è priva di quella capacità di gettare un «secondo sguardo», che non consiste dunque solo in un «sentimento contemplativo», ma costituisce un'attitudine pratica, quella attitudine che incarna «la capacità che gli esseri umani hanno di decondizionarsi».

L'Homo sapiens ha infatti la possibilità, che agli altri primati manca, di vedere un oggetto in modi diversi all'interno della stessa situazione e di farne il fulcro di usi sempre nuovi. Mentre per l'animale il ramo resta un morto pezzo di legno, che di tanto in tanto assume un valore funzionale specifico e isolato, per la nostra specie quello stesso ramo vive una continua trasfigurazione, mostra il suo volto molteplice, si fa vedere come bastone. Pur essendo riconosciuto come lo stesso oggetto, cambia aspetto, si fa percussore e mezzo di supporto, attrezzo ginnico e simbolo del comando. E' come per l'immagine dell'anatra-lepre: sappiamo che si tratta sempre della medesima figura e, al contempo, che rappresenta cose diverse.

Per questo motivo, il «vedere come» costituisce una dimensione decisiva della natura umana, poiché fonda una facoltà, quella del linguaggio, che rappresenta la massima espressione della nostra capacità di spostare il punto di vista: lo sguardo duplice costituisce il motore ludico che ci consente di giocare con nostra figlia e prendere la scopa per un cavallo; è la fonte da cui scaturiscono nuove interpretazioni e che ci permette di capire che una frase come «non fa un po' troppo caldo qui dentro?» non costituisce una descrizione della temperatura odierna ma un ordine implicito del tuo capo che, maledizione, vuole la finestra aperta. Dunque, la figura dell'anatra-lepre simboleggia una condizione, quella umana, che della pluristabilità fa un punto di forza, ma anche il suo tallone d'Achille. Poiché «l'antinomia è parte integrante della forma di vita umana», la capacità di creare nuovi sensi, giocare e costruire strumenti fa il paio con la difficoltà ad avere una posizione definitiva, a dire l'ultima parola. Da una parte ciò corrisponde all'apertura di una vita sempre disponibile a rimettersi in discussione, dall'altra alla precarietà di una condizione inquietante perché labile.

La nostra capacità di «guardare ancora» consente al settantenne Einstein di continuare la sua rivoluzione della fisica contemporanea; ma è anche ciò che costringe Gottlob Frege a prendere atto che la teoria logica cui ha dedicato una vita intera è messa in ginocchio dalle intuizioni di un matematico molto più giovane, Bertrand Russell. E' il «vedere come» che permette alla nostra specie di innamorarsi dopo il pensionamento: ma quel secondo sguardo è anche in grado di spezzare il matrimonio più consolidato e l'unione apparentemente più certa, perché non la vediamo più allo stesso modo.



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