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La
natura politica della mente linguistica
Il nuovo libro di
Paolo Virno «Quando il verbo si fa carne» (Bollati Boringhieri) è dedicato
alle occasioni in cui la natura umana evidenzia la piena visibilità
empirica di esperienze - come la facoltà di linguaggio, l'autocoscienza, la
storicità - spesso considerate, a torto, inaccessibili alla percezione
diretta
FRANCA D'AGOSTINI
Ci sono contingenze -
abbastanza brevi, forse si può parlare di decenni - in cui il lavoro di
ricerca nella teoria sembra incrociare la prassi: epoche e situazioni che
si possono chiamare di «fortuna culturale» della filosofia. La Francia,
luogo di nascita degli intellettuali nel senso proprio del termine, è
specializzata nel produrre questo genere di eventi. L'epoca dei philosophes è stata certamente una fase
di grande incontro tra chi cercava (per professione o missione) soluzioni
teoriche, e l'uomo comune; e l'ombra dell'illuminismo francese giunge fino
a Hegel e al marxismo. Heidegger fu in seguito filosofo accademico e
«popolare» al tempo stesso, ma fu l'esistenzialismo francese a gettare le
premesse heideggeriane (e apertamente contro la volontà dell'autore) nella
mischia degli stili di vita e dei programmi politici. Naturalmente, nel
momento in cui una filosofia diventa cultura rischia di non essere più
filosofia, cioè ricerca teorica, e dunque è abbastanza giustificato il
fatto che l'incontro tra le irrigidite strutture accademiche dei saperi e
il pensiero della strada sia fragile e breve, e i suoi promotori abbiano
molti nemici (tanto nell'accademia quanto nella strada). Così è stato per
la breve e discussa vita dell'università di Vincennes, centro dell'ultima
filosofia che gettò un ponte tra ricerca teorica e prassi politica: il
cosiddetto neostrutturalismo o post-strutturalismo. Da allora, cioè dagli
anni Settanta, il fenomeno non si è più riprodotto (se si eccettua
l'esperienza italiana del pensiero debole, che era un prolungamento di
quella francese, con protesi tedesche): la ricerca filosofica sta sulle
cattedre, mentre i «movimenti» viaggiano con gambe extra-filosofiche, o si
affidano a un teorizzare (per esempio il neo-situazionismo della Jeune-Fille), che più o meno
volontariamente si colloca a distanza da un dibattito filosofico sempre più
specializzato e frammentato.
Eppure, mai come in questi tempi di pensiero globale, di
sfide bioetiche, di opportunità telematiche, la prassi politica sembra aver
toccato punti di tale nevralgico interesse filosofico. Mai come in questa
epoca è stato così palesemente in gioco un domandare fondamentale ed
essenziale, che ripropone le antiche domande sul «tutto», sulle «essenze»
delle cose e dell'uomo, sulla verità e la non verità della comunicazione
sociale, sulla conoscibilità o imperscrutabilità di certi dati reali, sulla
autocomprensione dei popoli e delle culture.
Ma, forse proprio perché la posta in gioco sembra alta,
la filosofia (se si eccettuano tecnici sempre più specializzati e sempre
meno «filosofi») balbetta di fronte a queste evenienze, o mostra una
schiera di teorizzanti scomposta, in cui ciascuno ignora o disprezza il
lavoro dell'altro, oppure si limita a ripetere certe ovvietà della cultura
dominante (ovvietà che per lo più consistono nel ridere ottusamente o
ritrarsi scandalizzati di fronte a quel che sembra essere una «nostalgia
del fondamento»). Questo stato di cose, evidente ormai da un certo tempo,
costituisce lo sfondo e la premessa del nuovo libro di Paolo Virno, Quando il verbo si fa carne (Bollati Boringhieri, pp.
244, 20,00 euro). L'autore lo dichiara apertamente, nelle prime pagine:
«Queste riflessioni sulla facoltà di linguaggio e la natura umana hanno nel
proprio orizzonte il primo movimento politico che mette esplicitamente a
tema le prerogative fondamentali della nostra specie. Parlo degli uomini e
delle donne che riempirono le strade di Genova nel luglio del 2001,
riscattando l'idea di `sfera pubblica' dalle atroci caricature cui è spesso
soggetta». Si rischia di fraintendere il senso e la portata della proposta
teorica di Virno, se non si tiene a mente il collegamento del suo lavoro
con l'emergere di una politica «fondamentale», ossia una prassi politica
che appunto «mette a tema», come lui dice, i fondamenti, le premesse, le
condizioni, della vita, della specie umana, dell'essere storico e biologico
dell'uomo.
Il libro infatti è una riconsiderazione del tema del
linguaggio, in cui il dialogo con i testi più canonici della
contemporaneità filosofica e antropologica è costantemente rinviato al
progetto pratico-politico, o meglio alle premesse ontologiche o anzi metafisiche
che possono inquadrare e sostenere tale progetto. L'esigenza di mantenersi
in questa strettoia crea ogni tanto discontinuità: ci sono punti chiari,
sottili e ben argomentati, e punti più concitati ed ellittici, in cui
prevale la fretta di dire rapidamente tutto il dicibile, o in cui ci si
abbandona alle impazienze tipiche di chi (comprensibilmente) non ha sempre
voglia di considerare il lettore come un bambino da portar per mano passo
passo tra gli aforismi di Wittgenstein, il Cours
di de Saussure, e i saggi filosofici di Austin.
Le tesi di fondo mi sembrano riconducibili
sostanzialmente a quattro, tra loro connesse. La prima è la messa a punto
di una sorta di platonismo naturalistico, che forse (per citare riferimenti
non molto considerati da Virno) avrebbe buoni appoggi nell'animismo
concettuale di Hegel o di Deleuze. Si tratta del tema che dà il titolo al
libro: il farsi (o anche l'essere) carne del logos, del linguaggio. Le
condizioni del conoscere, dell'essere, dell'accadere, dice Virno, non sono
funzioni incorporee separate dalla effettività concreta delle esperienze
«fisiologiche», ma sono esse stesse oggetto di esperienza. Di qui Virno
elabora una ipotesi epistemologica, che definisce come un «sensismo di
secondo grado», e che si basa sull'idea wittgensteiniana delle «evidenze
imponderabili» proprie di una considerazione fisiognomica (ovvero
superficiale, attenta alla lettura dell'evidente percettivo) del
linguaggio. Tali evidenze sono imponderabili in quanto non rinviano a un
significato, ma aprono «una fruizione non semiotica del sensibile».
La seconda tesi è l'idea di una riabilitazione della
reificazione. Con questa idea Virno denuncia (non so quanto volutamente) le
proprie ascendenze: la riabilitazione della reificazione, in effetti, è uno
dei punti fermi della considerazione insieme immaginativa
ed energetica del marxismo effettuata
dal post-strutturalismo, ed è tipica del movimento che non sarebbe
sbagliato definire dei fratelli minori del `68, quelli che si richiamavano ai maestri
di Vincennes, ma la cui «via italiana» fu presto interrotta e deviata dal
dolore e dall'errore degli anni di piombo. La novità della posizione
attuale di Virno consiste in un approfondimento della tematica nella luce
delle nuove emergenze politiche, con un chiaro legame a una visione più
duttile e avvertita dei fenomeni linguistici, artistici, religiosi.
La terza e la quarta tesi, in un certo senso,
costituiscono il quadro «metafisico» (ma Virno non approverebbe, credo,
questa parola) entro il quale si giustificano le due precedenti, e
rispettivamente portano avanti: una idea di natura-storia come sfondo del
divenire sociale, e una idea di individuo collettivo come protagonista
della trasformazione sociale. La terza tesi è sviluppata in un capitolo
centrale, forse il migliore del libro, in cui Virno precisa il significato
di «storia naturale», partendo da un celebre confronto tra Chomsky e
Foucault sul concetto di «natura umana», avvenuto in Olanda nel 1971. I due
autori, nota Virno, sono perfettamente d'accordo sugli obiettivi politici
(opposizione alla guerra in Vietnam, appoggio alle lotte operaie), ma in
fatale disaccordo sulla possibilità di ricavare «da certe prerogative
biologiche dell'animale umano» un modello di società giusta. Chomsky lo
ritiene possibile, ma il suo modo di articolare natura e prassi storica è
«inconsistente» e rischioso: se per Chomsky «un elemento fondamentale della
natura umana è il bisogno di lavoro creativo», e ciò fonda la sua posizione
politica «anarco-sindacalista», chi mettesse in risalto altri aspetti del
«naturale», per esempio il «bisogno di sicurezza», potrebbe legittimare
misure politiche autoritarie. D'altra parte, per Foucault «natura umana» è
solo un «indicatore epistemologico», la delineazione di un campo di studi,
ed è illegittimo assegnargli determinazioni di contenuto.
Ci troviamo, spiega Virno, allo scontro tra materialismo
storico e materialismo naturalistico, e occorre dire a gran voce quanto
entrambe le posizioni oggi suscitino in noi una profonda insoddisfazione. Qui emerge allora la proposta di fondo
dell'autore, che è per un materialismo linguistico, dove «linguaggio» vale
soprattutto come naturale «potentia loquendi», e dunque assevera l'essenza
dell'uomo come «animale non definito».
Svincolatosi dalla stanca alternanza tra naturalità e
storicità del concetto di natura umana, Virno passa allora a mostrare come
l'idea marxiana di un «individuo sociale», portatore dell'«intelletto
generale» che è il pensiero delle moltitudini, comporti (inaspettatamente)
l'esaltazione del singolo: il singolo, in altre parole, verrebbe esaltato,
non già sacrificato, dall'ideale dell'azione collettiva. In tale quadro
(che Virno riporta alla teoria dell'individuazione pre-individuale di
Gilbert Simondon) si ribaltano e si scavalcano totalmente le nozioni di
«popolo», e di «democrazia rappresentativa»: «poiché il collettivo è teatro
di un'accentuata singolarizzazione dell'esperienza, ovvero costituisce il
luogo in cui può finalmente esplicarsi ciò che in ogni vita umana è
incommensurabile e irripetibile, nulla di esso si presta ad essere
estrapolato, o, peggio che mai, `delegato'».
L'autore esamina dettagliatamente le importanti
conseguenze di queste tesi, riuscendo in ultimo a riallacciare i fili
spezzati di un tipo di teoria o di un modo di fare teoria che forse
presentava più opportunità di quante la sua storia abbia realizzato. Nella
postfazione al libro, Daniele Gambarara fa un breve consuntivo di quel che
ha comportato la svolta linguistica del Novecento, e ricordando che «solo
ora i filosofi del linguaggio e della mente cominciano a sentire il bisogno
di una teoria della prassi comunicativa e cognitiva», nota che invece Virno
è già piuttosto avanti in questa direzione. Resta il classico enigma di
fondo, che sempre affligge chi concepisce e pratica la filosofia come
pensiero concreto: in quale misura l'aggancio pratico o politico di questo
molto condivisibile materialismo storico-naturale in quanto linguistico
potrà tradursi in esperienza effettiva?
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