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Ma l'universo dove finisce?
I primi risultati del satellite Wmap sembrano mettere
in discussione il modello standard di un cosmo senza confini.
E tra gli astrofisici infuria la polemica
Tre ipotesi ormai si scontrano: che sia finito ma più piccolo, che sia
finito ma più grande o che sia infinito
Per i cosmologi dissidenti sostenere che sia limitato non significa che
abbia un bordo o un ciglio
Di Luigi Dell'Aglio
Ne discutevano animatamente i filosofi greci. Platone e i
suoi seguaci erano per l'universo finito e perciò chiuso. Democrito ed
Epicuro sostenevano invece che la Terra e gli altri corpi celesti ruotano
in un vuoto infinito. Allora la cosmologia si confondeva con la filosofia.
Oggi una raffinata tecnologia permette di osservare scientificamente aree
sempre più remote dell'universo; e c'è stata la relatività einsteiniana.
Eppure la disputa continua e ancora non si può dire chi possa vincerla. Per
giunta, proprio le equazioni della relatività generale di Einstein sembrano
avvalorare tanto la tesi dell'universo infinito che quella dell'universo
finito. Ma c'è un fatto nuovo. Una schiera di astrofisici
"indisciplinati" si ribella al modello standard dell'universo
infinito. In Francia, soprattutto, Jean-Pierre Luminet, docente
universitario a Parigi e astrofisico del Centre National de la Recherche
Scientifique, contesta il modello tradizionale. Secondo questo modello,
subito dopo il Big Bang l'universo primordiale conosce una fase di rapida e
trascinante espansione. La conseguenza è che il cosmo viene concepito come
un'entità infinita. La "nouvelle vague" dell'astrofisica si basa
sugli studi compiuti sulla radiazione fossile, cioè sulla radiazione che
nell'universo è perfettamente uniforme e di uguale intensità in tutte le
direzioni. E' questa radiazione ad aver pesato notevolmente a favore della
teoria del Big Bang come spiegazione dell'origine dell'universo. La
radiazione fossile - scoperta casualmente nel 1965 da Arno Penzias e Robert
Wilson, che per questo ottengono il Nobel nel 1978) - è stata studiata
sempre più in dettaglio negli ultimi anni. Prima con il satellite Cobe
(Cosmic background explorer), poi con il progetto Boomerang diretto da
Paolo De Bernardis, astrofisico della "Sapienza" di Roma e da
Andrew Lange del Caltech. Cobe dimostra quanto i cosmologi già si aspettavano,
e cioè che la radiazione cosmica presenta una disomogeneità che doveva
sussistere anche nell'universo primordiale. Boomerang, studiando queste
disomogeneità, deduce qual è la geometria, cioè la forma dell'universo e lo
definisce piatto (flat, come dicono gli astrofisici anglosassoni, che non
vuol dire "sottile come una sogliola"). E l'universo piatto è
parente stretto dell'universo infinito. Ma De Bernardis ha compiuto la sua
ricerca con palloni lanciati in Antartide; il progetto successivo, quello
con il satellite Wmap (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe), esplora tutto
il cielo da grandi altezze e conferma che è necessario studiare la
radiazione di fondo. Dai dati forniti da Wmap alla fine di febbraio di
quest'anno, alcuni cosmologi hanno tratto la convinzione che l'universo sia
di dimensioni finite. Fra l'altro, dallo studio della radiazione di fondo
risulterebbero vibrazioni acustiche che hanno attraversato l'universo
primordiale. E un particolare ha destato curiosità: fra queste vibrazioni
mancano le note gravi. Perché? Perché l'universo non è tanto grande da
poterle "suonare", è una delle interpretazioni fornite. E poi ci
si rifà agli stessi "padri" della teoria del Big Bang: il russo
Alexandre Friedmann e il belga George Lemaitre si pronunciarono per
l'ipotesi dell'universo finito. Ma come, proprio loro? E qui intervengono
di nuovo Jean-Pierre Luminet e quanti la pensano come lui. Immaginare un
universo finito non vuol dire che abbia un ciglio o un bordo (in questo
caso bisognerebbe chiedersi che cosa c'è oltre). E subito i sostenitori
dell'universo finito raccontano la storia dell'esploratore che parte dal
Polo Nord. Camminando sempre verso sud lungo una traiettoria rettilinea,
dopo 20 mila chilometri si trova al Polo Sud; ma poi, continuando sempre in
linea retta, finisce per tornare al punto di partenza. Se si aggiunge una
terza dimensione, anche una navicella intergalattica partita dalla Terra vi
ritornerebbe senz'altro, se viaggiasse sempre nella stessa direzione. Ecco,
in sostanza, un universo finito in cui spazio e tempo sono c urvi. Più o
meno la concezione platonica che intendeva l'universo come una serie di
sfere concentriche, l'ultima delle quali è abitata dalle stelle. Per dare
un quadro completo delle teorie in lizza, bisogna aggiungere quei cosmologi
i quali non solo si chiedono quale forma abbia l'universo ma se ne abbia
una soltanto e "perché l'abbia scelta". La cosmologia oltre che
una filosofia può diventare un'arte.
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