[Tutte le strade attraversano l'Ovest
Latitudini-mondo
«PASSAGGIO A OCCIDENTE. Tecnica e valori nell'età globale», il nuovo libro di
Giacomo Marramao per Bollati Boringhieri: continuità e discontinuità, globale e
locale, universalismo e differenza, secolarizzazione e democrazia dopo il Leviatano
e contro la logica dell'identità. Ma dove sono i soggetti della liberazione dal
comando?
Processi e genealogie Un transito verso la seconda
modernità destinato a produrre trasformazioni profonde nell'economia, negli
stili di vita. E nell'ontologia del presente
Passaggio a Occidente è un libro organizzato
a raggiera, avverte Giacomo Marramao. Vale a dire che dopo aver definito nel
primo capitolo il radicale mutamento teorico che la globalizzazione impone alle
categorie delle forme del governo e alla definizione del politico, dopo aver
enunciato la tesi del «passaggio ad Occidente», egli svilupperà un'altra serie
di approcci, a partire da condizioni periferiche, eppure convergenti nella
dinamica costitutiva del «passaggio». Che cos'è dunque questo passaggio?
Marramao: «La mia tematizzazione filosofica della globalizzazione si dice
passaggio ad Occidente dove «passaggio» adombra, a un tempo, il continuo e il
discontinuo, il processo e la svolta». Altrimenti detto, passaggio ad Occidente
è «un transito verso la modernità destinato a produrre trasformazioni profonde
nell'economia, nella società, negli stili di vita e nei codici di comportamento
non solo delle civiltà "altre" ma della stessa civiltà occidentale...
mai prima dell'avvento della visuale stereoscopica della società-mondo era
apparsa così evidente la natura multiversale del
processo di civilizzazione e la pluralità delle possibili vie alla modernità». Mundus e Globus stabiliscono
tra loro (come sintagma di diverse prospettive linguistiche che formano gli
astratti di «mondializzazione» e «globalizzazione») un paradosso che porta
insieme a concentrarsi su espansione del mondo e chiusura del globo. Questa è
la scoperta del passaggio. Nessuna visione unilaterale,
nessuna dialettica tra dentro e fuori, un'apertura invece a un nuovo paradigma
che è anche chiave di una dinamica costitutiva: ben scavato, vecchia talpa! Ma
si impone subito il problema del perché questa descrizione fenomenologica del
passaggio non voglia piegare la percezione del mutamento di paradigma alla
trasformazione ontologica che eventualmente gli sottostà. Detto in altri
termini perché non debba interpretare il futuro come a-venire, e allora
distendere o trasformare il metodo archeologico in prospettiva genealogica.
Marramao percepisce il problema e ne dà subito
un'interpretazione che lo scava dall'interno: Occidente e secolarizzazione,
globalizzazione e secolarizzazione, al seguito dei suoi studi precedenti,
sempre importanti e puntuali (come vedremo). E' dentro questa coppia di
significati che si instaura la riflessione: di nuovo continuità e
discontinuità, e qui la preferenza per un termine come «seconda modernità»
piuttosto che «postmodernità», e di insistere sul philum
storico, e leggermente paradossale, di una congiunzione che comprende la
disgiunzione. Ripetendo Ulrich Beck. Si badi bene: non è che la novità radicale del passaggio sia qui negata! Se vogliamo seguire
lealmente il discorso di Marramao, dobbiamo riconoscere che egli insiste
oltremodo su questa novità, sia dal punto di vista del rapporto tra spazio e
processi di singolarizzazione, sia dal punto di vista del rapporto fra il
politico leviatanico e altri modelli di costituzione politica. In ciascuno di
questi casi si tratta di vedere il nuovo sorgere
sull'originale orizzonte globale: nessuna «analogia interna» fra nazionale e
globale ma piuttosto produzione di località, glocal,
e in generale compenetrazione del locale e del globale; d'altra parte
superamento di ogni modello identitario, e conseguentemente di tutte le
mediazioni tradizionali del politico; apertura invece verso la costruzione di
nuovi modelli e di livelli plurimi di definizione del governo... E si potrebbe
continuare. Come si diceva: attraverso il rifiuto di ogni ottica dicotomica,
nell'esaltazione della pratica sociale dell'immaginazione, Marramao
interiorizza il passaggio.
Ma fino a che punto quest'interiorizzazione del passaggio
non blocca e svuota il passaggio stesso? La continua ripresa del philum della continuità impone la differenza del vivere
come articolazione piuttosto che come rottura. E la soggettività che si muove
all'interno di questi passaggi si ritrova assegnata ad una funzione di
organizzazione formale, rischia di ridursi a una vuota continuità
trascendentale, piuttosto che giocarsi sull'alterità dei processi. Non c'è più
soggetto qui. La polifonia della globalizzazione, del passaggio, può certo
aprirsi al meticciaggio antropologico: ma che cosa muove questo passaggio?
Quali sono le lotte che determinano lo sviluppo? Per dirla con e contro Weber:
qual è il passaggio dall'emancipazione dalla ragione strumentale ad una
prospettiva di liberazione dal comando? L'Angelus
novus, che si pone al centro del passaggio, può vedere l'a-venire solo
quando, guardando indietro, vede un orizzonte di lotte, vede il prodursi della
soggettività in lotta. Così, ad esempio, è chiaro che, ponendosi a livello di
impero, di nuovo, il tema della sovranità può sembrare scorretto: ma solo se
non si assume, dentro il passaggio, una moltitudine capace di produrre nuova
soggettività e di opporre al philum il rizoma.
Il problema non consiste nella sproporzione teorica del rapporto concettuale,
ma nella dismisura ontologica dell'insurrezione della moltitudine.
Marramao percepisce con intensità l'insieme di questi
problemi. Non a caso in alcune bellissime pagine oppone Jaspers ad Heidegger,
rovescia l'analisi della situazione spirituale del tempo in determinazione
dell'incompiutezza del progetto della modernità. Pone insomma sempre più
strettamente l'universalismo occidentale a confronto con la differenza. Attacca
in maniera sempre più pesante ogni illusione identitaria, ogni identità
religiosa, mette a confronto e spinge per la confluenza dei modelli opposti di
rappresentazione e di modellizzazione del reale: differenza è anche
contingenza, è anche relatività, è anche scoperta di luogo
dialogico vero, effettivo, inverante il passaggio. La critica che Marramao
conduce qui, nelle pagine conclusive del primo capitolo del suo libro contro le
«false» relativizzazioni del contesto socio-politico da parte di Rawls e di
Habermas, è esemplare: per inverare il passaggio occorre che esista un luogo di conflitto.
Di nuovo qui il nostro interrogativo: chi sono i soggetti di
questo conflitto? Quali sono le direzioni dalle quali il conflitto promana,
quale la sua genealogia? Cosa residua dalla doppia ingiunzione
dell'universalismo e della differenza? Per quale ragione (che non sia
banalmente scettica) le mani che scrivono e coniugano queste parole debbono
sempre essere sbagliate?
Il libro di Marramao (Bollati Boringhieri, pp. 248, € 26,00)
è molto bello e molto forte è la strategia retorica che, lungo il resto del
volume, svolge le tematiche proposte nel primo capitolo. Ma Marramao è anche un
uomo prudente e quindi prima di affrontare la soluzione del problema lavora
alacremente al suo approfondimento critico. Da questo punto di vista mi sembra
vadano apprezzati i capitoli «3 -Dammerung:
nel crepuscolo della sovranità. Stato, soggetti, diritti fondamentali;
4-L'esilio del Nomos. Carl Schmitt e la globale Zeit; 5- Dono, scambio, obbligazione. Karl Polany e
la filosofia sociale». Si tratta di analisi che si collegano a Dopo il Leviatano. Individui e
comunità (2000), libro che, per molti versi, si lega e si confonde con questo
che leggiamo. Bene, in ognuno dei capitoli che abbiamo citato, ci sono spunti
per la costruzione della teoria del passaggio: i titoli riportati ce lo fanno
intendere. Ma a me sembra che ci sia anche qualcosa di più: in particolare nel
capitolo sul «crepuscolo della sovranità» c'è una formidabile ripresa della
letteratura costituzionalista italiana. (E' molto importante questa operazione
di recupero di autori e testi giuridici in termini filosofici: come il successo
di alcuni libri di origine italiana ha recentemente mostrato, la letteratura
costituzionale italiana vale a livello globale e la stupida vuotezza dei
contenitori accademici italici, l'incapacità degli editori italiani a provarsi
sul livello mondiale, non deve intimidirci davanti all'originalità e alla forza
di alcune opere e linguaggi inventati da costituzionalisti e giuristi
italiani). Il capitolo su Carl Schmitt, è ottimo: purtroppo Carl Schmitt,
diversamente da Marramao, ha dato direzione conclusiva e soluzione politica,
ahimé nazista, a tutte le contraddizioni, virtuali o possibili, e in questo
senso formidabilmente produttive, del suo pensiero. Quanto al capitolo su
Polanyi esso è un'ottima, anche se paradossale (nel procedimento a raggiera
prescritto dall'autore) introduzione all'analisi e alla definizione di un
concetto etico e di un progetto normativo dell'idea di «comune» contro le
definizioni privatistiche e giuspubbliciste di questo. (E' davvero questo un
tema da rilanciare nella discussione politica globale!).
I capitoli 2, 6, 7 del libro si slanciano nello sviluppo
tematico dell'ipotesi del «passaggio». Il concetto di passaggio è approfondito
come zona di confine, come apertura del ventaglio dei possibili, come
autoriflessione e presa di responsabilità di fronte a tutte le violente operazioni
intese a realizzare il virtuale: il problema è semmai contrario, quello di
virtualizzare continuamente il reale. Dal punto di vista politico, poi: che
cosa vorrà dire democrazia quando essa rompe con l'universalismo astratto delle
sue premesse storiche? Democrazia: comunità paradossale, comunità dei
senza-comunità, democrazia come apertura a-venire, come passione del
disincanto, come accettazione di ospiti inattesi... Qui il filo del
ragionamento è ripreso, così come nel successivo saggio su Voltaire e la
tolleranza... La raggiera che s'era aperta nel progetto del libro è qui di
nuovo problematizzata, talvolta leggermente, talvolta con dura determinazione.
La definizione della democrazia come comunità paradossale è in realtà una
interpretazione molto forte del processo democratico: qui si intravedono in
effetti «comunità di sans-», soggetti che
soffrono, carne che vuole farsi corpo... Marramao non gira attorno al problema:
qui stringe la raggiera in rete politica, dichiara la parte da cui sta.
I due ultimi capitoli del libro (Capitolo 8, «Cifre della
differenza»; Capitolo 9, «L'Europa dopo il Leviatano. Tecnica, politica,
Costituzione») sono molto importanti: essi offrono alcune cifre per una
ricostruzione effettiva, su dalla problematica che era stata posta all'inizio
del libro. Il capitolo 8 muove dalla critica che il secondo femminismo ha
portato alla nomenclatura ontologica del genere che il primo femminismo avrebbe
fissato. Esso trova nelle indicazioni di Donna Haraway e di Judith Butler il principio
di una logica generativa, e in genere un costruttivismo, che permettono di
porre il problema della produzione di soggettività in termini propri.
Contemporaneo allo sviluppo di questo tema è l'approfondimento deleuziano di un
concetto costitutivo di differenza. Le differenze non identificano mai l'essere
ma sempre lo differenziano. Il costitutivo è il contrario dell'identico; e se
insisteremo nei giochi di strategia, reincardineremo la questione del comune,
di ciò che ci costituisce, dentro le barriere architettoniche della logica
identitaria: di contro noi ci muoveremo costruttivamente solo quando
attraverseremo i rapporti, le prossimità, le distanze, i legami e i conflitti:
differenze irriducibili che non identificano mai l'essere ma sempre lo producono.
Qui la produzione di soggettività è vera e propria produzione di corpi.
E infine. A proposito dell'ultimo capitolo, sul Multiversum, che una eventuale costituzione dell'Europa
potrebbe forse determinare, non ci interessa qui insistere sul tema politico
federale (pur estremamente importante). Interessa piuttosto insistere sul
contenuto del Multiversum, poiché esso è materia che si espande ovunque:
ciascun soggetto costituisce nella sua singolarità una moltitudine. Ma se le
moltitudini costituiscono il soggetto, ogni mondo è un mondo di mondi, ogni
soggetto è una moltitudine nella moltitudine. Questa è probabilmente la chiave
di attraversamento ovvero la trama del passaggio che dobbiamo compiere, meglio,
che stiamo compiendo.
Chissà se guardando indietro a questo passaggio, un uomo del
Tremila potrà parlare ancora di Occidente: certo, parlerà di se stesso come
passaggio e delle lotte che hanno distrutto l'Occidente come della matrice del
comune e della trasformazione del suo corpo. Perché l'uomo Tremila sarà un
corpo multiverso e un passaggio comune..
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