RASSEGNA STAMPA

21 GIUGNO 2003
TONI NEGRI
[Tutte le strade attraversano l'Ovest
Latitudini-mondo «PASSAGGIO A OCCIDENTE. Tecnica e valori nell'età globale», il nuovo libro di Giacomo Marramao per Bollati Boringhieri: continuità e discontinuità, globale e locale, universalismo e differenza, secolarizzazione e democrazia dopo il Leviatano e contro la logica dell'identità. Ma dove sono i soggetti della liberazione dal comando?
Processi e genealogie Un transito verso la seconda modernità destinato a produrre trasformazioni profonde nell'economia, negli stili di vita. E nell'ontologia del presente

 Passaggio a Occidente è un libro organizzato a raggiera, avverte Giacomo Marramao. Vale a dire che dopo aver definito nel primo capitolo il radicale mutamento teorico che la globalizzazione impone alle categorie delle forme del governo e alla definizione del politico, dopo aver enunciato la tesi del «passaggio ad Occidente», egli svilupperà un'altra serie di approcci, a partire da condizioni periferiche, eppure convergenti nella dinamica costitutiva del «passaggio». Che cos'è dunque questo passaggio? Marramao: «La mia tematizzazione filosofica della globalizzazione si dice passaggio ad Occidente dove «passaggio» adombra, a un tempo, il continuo e il discontinuo, il processo e la svolta». Altrimenti detto, passaggio ad Occidente è «un transito verso la modernità destinato a produrre trasformazioni profonde nell'economia, nella società, negli stili di vita e nei codici di comportamento non solo delle civiltà "altre" ma della stessa civiltà occidentale... mai prima dell'avvento della visuale stereoscopica della società-mondo era apparsa così evidente la natura multiversale del processo di civilizzazione e la pluralità delle possibili vie alla modernità». Mundus e Globus stabiliscono tra loro (come sintagma di diverse prospettive linguistiche che formano gli astratti di «mondializzazione» e «globalizzazione») un paradosso che porta insieme a concentrarsi su espansione del mondo e chiusura del globo. Questa è la scoperta del passaggio. Nessuna visione unilaterale, nessuna dialettica tra dentro e fuori, un'apertura invece a un nuovo paradigma che è anche chiave di una dinamica costitutiva: ben scavato, vecchia talpa! Ma si impone subito il problema del perché questa descrizione fenomenologica del passaggio non voglia piegare la percezione del mutamento di paradigma alla trasformazione ontologica che eventualmente gli sottostà. Detto in altri termini perché non debba interpretare il futuro come a-venire, e allora distendere o trasformare il metodo archeologico in prospettiva genealogica.

Marramao percepisce il problema e ne dà subito un'interpretazione che lo scava dall'interno: Occidente e secolarizzazione, globalizzazione e secolarizzazione, al seguito dei suoi studi precedenti, sempre importanti e puntuali (come vedremo). E' dentro questa coppia di significati che si instaura la riflessione: di nuovo continuità e discontinuità, e qui la preferenza per un termine come «seconda modernità» piuttosto che «postmodernità», e di insistere sul philum storico, e leggermente paradossale, di una congiunzione che comprende la disgiunzione. Ripetendo Ulrich Beck. Si badi bene: non è che la novità radicale del passaggio sia qui negata! Se vogliamo seguire lealmente il discorso di Marramao, dobbiamo riconoscere che egli insiste oltremodo su questa novità, sia dal punto di vista del rapporto tra spazio e processi di singolarizzazione, sia dal punto di vista del rapporto fra il politico leviatanico e altri modelli di costituzione politica. In ciascuno di questi casi si tratta di vedere il nuovo sorgere sull'originale orizzonte globale: nessuna «analogia interna» fra nazionale e globale ma piuttosto produzione di località, glocal, e in generale compenetrazione del locale e del globale; d'altra parte superamento di ogni modello identitario, e conseguentemente di tutte le mediazioni tradizionali del politico; apertura invece verso la costruzione di nuovi modelli e di livelli plurimi di definizione del governo... E si potrebbe continuare. Come si diceva: attraverso il rifiuto di ogni ottica dicotomica, nell'esaltazione della pratica sociale dell'immaginazione, Marramao interiorizza il passaggio.

Ma fino a che punto quest'interiorizzazione del passaggio non blocca e svuota il passaggio stesso? La continua ripresa del philum della continuità impone la differenza del vivere come articolazione piuttosto che come rottura. E la soggettività che si muove all'interno di questi passaggi si ritrova assegnata ad una funzione di organizzazione formale, rischia di ridursi a una vuota continuità trascendentale, piuttosto che giocarsi sull'alterità dei processi. Non c'è più soggetto qui. La polifonia della globalizzazione, del passaggio, può certo aprirsi al meticciaggio antropologico: ma che cosa muove questo passaggio? Quali sono le lotte che determinano lo sviluppo? Per dirla con e contro Weber: qual è il passaggio dall'emancipazione dalla ragione strumentale ad una prospettiva di liberazione dal comando? L'Angelus novus, che si pone al centro del passaggio, può vedere l'a-venire solo quando, guardando indietro, vede un orizzonte di lotte, vede il prodursi della soggettività in lotta. Così, ad esempio, è chiaro che, ponendosi a livello di impero, di nuovo, il tema della sovranità può sembrare scorretto: ma solo se non si assume, dentro il passaggio, una moltitudine capace di produrre nuova soggettività e di opporre al philum il rizoma. Il problema non consiste nella sproporzione teorica del rapporto concettuale, ma nella dismisura ontologica dell'insurrezione della moltitudine.

Marramao percepisce con intensità l'insieme di questi problemi. Non a caso in alcune bellissime pagine oppone Jaspers ad Heidegger, rovescia l'analisi della situazione spirituale del tempo in determinazione dell'incompiutezza del progetto della modernità. Pone insomma sempre più strettamente l'universalismo occidentale a confronto con la differenza. Attacca in maniera sempre più pesante ogni illusione identitaria, ogni identità religiosa, mette a confronto e spinge per la confluenza dei modelli opposti di rappresentazione e di modellizzazione del reale: differenza è anche contingenza, è anche relatività, è anche scoperta di luogo dialogico vero, effettivo, inverante il passaggio. La critica che Marramao conduce qui, nelle pagine conclusive del primo capitolo del suo libro contro le «false» relativizzazioni del contesto socio-politico da parte di Rawls e di Habermas, è esemplare: per inverare il passaggio occorre che esista un luogo di conflitto.

Di nuovo qui il nostro interrogativo: chi sono i soggetti di questo conflitto? Quali sono le direzioni dalle quali il conflitto promana, quale la sua genealogia? Cosa residua dalla doppia ingiunzione dell'universalismo e della differenza? Per quale ragione (che non sia banalmente scettica) le mani che scrivono e coniugano queste parole debbono sempre essere sbagliate?

Il libro di Marramao (Bollati Boringhieri, pp. 248, € 26,00) è molto bello e molto forte è la strategia retorica che, lungo il resto del volume, svolge le tematiche proposte nel primo capitolo. Ma Marramao è anche un uomo prudente e quindi prima di affrontare la soluzione del problema lavora alacremente al suo approfondimento critico. Da questo punto di vista mi sembra vadano apprezzati i capitoli «3 -Dammerung: nel crepuscolo della sovranità. Stato, soggetti, diritti fondamentali; 4-L'esilio del Nomos. Carl Schmitt e la globale Zeit; 5- Dono, scambio, obbligazione. Karl Polany e la filosofia sociale». Si tratta di analisi che si collegano a Dopo il Leviatano. Individui e comunità (2000), libro che, per molti versi, si lega e si confonde con questo che leggiamo. Bene, in ognuno dei capitoli che abbiamo citato, ci sono spunti per la costruzione della teoria del passaggio: i titoli riportati ce lo fanno intendere. Ma a me sembra che ci sia anche qualcosa di più: in particolare nel capitolo sul «crepuscolo della sovranità» c'è una formidabile ripresa della letteratura costituzionalista italiana. (E' molto importante questa operazione di recupero di autori e testi giuridici in termini filosofici: come il successo di alcuni libri di origine italiana ha recentemente mostrato, la letteratura costituzionale italiana vale a livello globale e la stupida vuotezza dei contenitori accademici italici, l'incapacità degli editori italiani a provarsi sul livello mondiale, non deve intimidirci davanti all'originalità e alla forza di alcune opere e linguaggi inventati da costituzionalisti e giuristi italiani). Il capitolo su Carl Schmitt, è ottimo: purtroppo Carl Schmitt, diversamente da Marramao, ha dato direzione conclusiva e soluzione politica, ahimé nazista, a tutte le contraddizioni, virtuali o possibili, e in questo senso formidabilmente produttive, del suo pensiero. Quanto al capitolo su Polanyi esso è un'ottima, anche se paradossale (nel procedimento a raggiera prescritto dall'autore) introduzione all'analisi e alla definizione di un concetto etico e di un progetto normativo dell'idea di «comune» contro le definizioni privatistiche e giuspubbliciste di questo. (E' davvero questo un tema da rilanciare nella discussione politica globale!).

I capitoli 2, 6, 7 del libro si slanciano nello sviluppo tematico dell'ipotesi del «passaggio». Il concetto di passaggio è approfondito come zona di confine, come apertura del ventaglio dei possibili, come autoriflessione e presa di responsabilità di fronte a tutte le violente operazioni intese a realizzare il virtuale: il problema è semmai contrario, quello di virtualizzare continuamente il reale. Dal punto di vista politico, poi: che cosa vorrà dire democrazia quando essa rompe con l'universalismo astratto delle sue premesse storiche? Democrazia: comunità paradossale, comunità dei senza-comunità, democrazia come apertura a-venire, come passione del disincanto, come accettazione di ospiti inattesi... Qui il filo del ragionamento è ripreso, così come nel successivo saggio su Voltaire e la tolleranza... La raggiera che s'era aperta nel progetto del libro è qui di nuovo problematizzata, talvolta leggermente, talvolta con dura determinazione. La definizione della democrazia come comunità paradossale è in realtà una interpretazione molto forte del processo democratico: qui si intravedono in effetti «comunità di sans-», soggetti che soffrono, carne che vuole farsi corpo... Marramao non gira attorno al problema: qui stringe la raggiera in rete politica, dichiara la parte da cui sta.

I due ultimi capitoli del libro (Capitolo 8, «Cifre della differenza»; Capitolo 9, «L'Europa dopo il Leviatano. Tecnica, politica, Costituzione») sono molto importanti: essi offrono alcune cifre per una ricostruzione effettiva, su dalla problematica che era stata posta all'inizio del libro. Il capitolo 8 muove dalla critica che il secondo femminismo ha portato alla nomenclatura ontologica del genere che il primo femminismo avrebbe fissato. Esso trova nelle indicazioni di Donna Haraway e di Judith Butler il principio di una logica generativa, e in genere un costruttivismo, che permettono di porre il problema della produzione di soggettività in termini propri. Contemporaneo allo sviluppo di questo tema è l'approfondimento deleuziano di un concetto costitutivo di differenza. Le differenze non identificano mai l'essere ma sempre lo differenziano. Il costitutivo è il contrario dell'identico; e se insisteremo nei giochi di strategia, reincardineremo la questione del comune, di ciò che ci costituisce, dentro le barriere architettoniche della logica identitaria: di contro noi ci muoveremo costruttivamente solo quando attraverseremo i rapporti, le prossimità, le distanze, i legami e i conflitti: differenze irriducibili che non identificano mai l'essere ma sempre lo producono. Qui la produzione di soggettività è vera e propria produzione di corpi.

E infine. A proposito dell'ultimo capitolo, sul Multiversum, che una eventuale costituzione dell'Europa potrebbe forse determinare, non ci interessa qui insistere sul tema politico federale (pur estremamente importante). Interessa piuttosto insistere sul contenuto del Multiversum, poiché esso è materia che si espande ovunque: ciascun soggetto costituisce nella sua singolarità una moltitudine. Ma se le moltitudini costituiscono il soggetto, ogni mondo è un mondo di mondi, ogni soggetto è una moltitudine nella moltitudine. Questa è probabilmente la chiave di attraversamento ovvero la trama del passaggio che dobbiamo compiere, meglio, che stiamo compiendo.

Chissà se guardando indietro a questo passaggio, un uomo del Tremila potrà parlare ancora di Occidente: certo, parlerà di se stesso come passaggio e delle lotte che hanno distrutto l'Occidente come della matrice del comune e della trasformazione del suo corpo. Perché l'uomo Tremila sarà un corpo multiverso e un passaggio comune.
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vedi anche
Filosofia (e) politica