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Moustapha Safouan si presenta puntuale nella piccola sala ricolma di
ascoltatori del circolo culturale Artémis, dove parlerà del desiderio e
dell'etica a partire dai "Seminari" di Lacan, vestito in maniera
singolarmente pesante considerata l'afa opprimente del pomeriggio. È un
vecchio signore di oltre ottant'anni, dai tratti decisi e raffinati tipici di
molti intellettuali arabi di cultura francese, pacato nei modi ed
estremamente riflessivo. Il "Giardino Freudiano" ha organizzato con
cura l'incontro con questo psicanalista che ha attraversato da protagonista
la stagione per molti aspetti straordinaria durante la quale si è imposta in
Francia la figura, tra le altre, di Jacques Lacan, singolare e controverso
intellettuale dall'influenza vastissima, e non solo nell'ambito della
psicanalisi, che ha saputo rileggere Freud attraverso gli strumenti dello
strutturalismo e della linguistica.
È Chiara Bortoli ad aprire la serata con una performance di danza di
grande impatto emotivo, dove i movimenti, gli scatti, l' esporsi del
corpo mostrano nella loro varietà ed imprevedibilità come davvero
nell'individuo l'Io non sia altro "che un sintomo privilegiato
all'interno del soggetto", come appunto diceva Lacan, e che certo non lo
esaurisce.
Subito dopo, Safouan legge la sua relazione manoscritta e lo si ascolta
volentieri riprendere i principi cardine dell'impostazione lacaniana (le
nozioni di "soggetto" e di "significante") per poi subito
caratterizzare la specificità del suo intervento affermando come
paradossalmente il desiderio più intimo sia "la parte del soggetto a lui
più estranea". E proprio il desiderio, sempre collegato alla mancanza,
il desiderio che ha come oggetto il desiderio degli altri, investe tutto ciò
che Lacan ha chiamato il "campo freudiano". A partire da qui
diventa possibile allora analizzare la pratica psicanalitica, interrogarla
sulla sua efficacia, leggerla come "l'arte di creare l'evento
verità", senza dimenticare di porre la questione se la verità sia qualcosa
di veramente salutare per tutti, essendo l'analisi non tanto una terapia (né
una "terapia efficace"), ma una pratica che può apportare benefici
al "rapporto del soggetto con l'oggetto della sua angoscia". Viene
qui evidenziato una volta di più come la psicanalisi sia una sapere finito,
dove la possibilità di fallire è per così dire costitutiva del rapporto
analista-analizzato.
A questo proposito, Safouan racconta due casi clinici (che poi commenterà
anche in riferimento all' Uomo dei lupi di Freud) evidenziando lo scacco
dell'analisi, il punto dove l'analista non ha più il controllo. È questo
probabilmente il momento più intenso della serata, perché la psicanalisi è il
farsi stesso, di seduta in seduta, della "cura attraverso la
parola", ed è dunque nel lavoro sui singoli casi che si giunge a
percepire, seppur indirettamente, trattandosi di una conferenza, ma in
maniera tanto nitida quanto al limite indecifrabile che l'uomo più che
parlare "è parlato".
Safouan racconta senza fretta, indugia a lungo sui particolari, ricostruisce
pazientemente gli elementi del discorso. Più tardi, durante il dibattito,
penserà qualche secondo prima di rispondere alle domande quasi a ribadire
come l'analisi di un caso rimanga sempre in qualche modo aperta e non smetta
di richiamare il pensiero all'esercizio e all'attenzione. Ma Safouan continua
e tocca diverse e differenti questioni unite tuttavia dal loro essere in
qualche modo investite dal desiderio, non ultima un'interessante
considerazione sull'analisi didattica che gli dà modo di spaziare dal
desiderio dello psicanalista al rapporto (sempre problematico) della pratica
con l'istituzione psicanalitica. Vario e multiforme è infatti il desiderio
che, secondo Lacan, è qualcosa di diverso da una tendenza organica essendo
legato in primo luogo al linguaggio, il quale gli fa posto facendolo così
essere. Così, lo statuto del desiderio è etico e per questo, pur nella
consapevolezza che non colmerà la mancanza iniziale da cui si orgina, è
indispensabile "non cedere sul proprio desiderio".
La serata giunge al termine, fa molto caldo, Safouan è stanco, ma c'è ancora
un piccolo spazio per qualche domanda. Non più sul tema dell'incontro, ma su
qualcosa che riguarda da vicino la sua storia di egiziano, studente di
filosofia in Francia, poi psicanalista e dunque traduttore in arabo de L'interpretazioni
dei sogni di Freud. Si sa come l'Islam sia rimasto, da un certo punto di
vista, inaccessibile alla psicanalisi e in generale quanto problematico sia
pensare a qualcosa come una secolarizzazione all'interno della cultura araba.
«La maggior parte della gente vive allo stato di pastori e dunque
semplicemente non pensa all'analisi. In molte grandi città arabe, invece, vi
è un grande interesse nelle classi cosiddette colte nei confronti della
psicanalisi. Quella della secolarizzazione è una questione di rapporti di
forza tra ciò che potremmo chiamare scienza e la religione. Il Corano è un
testo aperto a molte interpretazioni, purtroppo ad essere vincente è oggi
quella più reazionaria».
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