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Scienza, più controllo politico
intervista.Speranze e timori della tecnologia: parla
lo studioso Gabriele Falciasecca. «Il rimedio all’allarmismo è investire di
più nella ricerca»
Di Luigi Dell'Aglio
Speranze nella scienza? Ma la scienza non si limita a
suscitare speranze, «sui suoi potenziali benefici ci sono prove
sperimentali». Timori a causa della scienza? La scienza può suscitarne,
perché insieme con la tecnologia è uno strumento assai potente, «ma questo
aumenta la nostra responsabilità nell'utilizzarla; dobbiamo essere
all'altezza». In vista del seminario di sabato 21 giugno a Firenze, dal
titolo "Speranze e timori della scienza e della tecnologia", il
professor Gabriele Falciasecca, docente di ingegneria all'Università di
Bologna, si preoccupa di precisare i termini della questione. E' vero: lo
scienziato autentico sa di non sapere molto, perciò scienza e tecnologia
non possono nascondere le proprie lacune e incertezze, ma se sono queste
che allarmano tanta gente, il rimedio è uno solo: investire di più nella
ricerca, per sviluppare sempre nuove conoscenze e tecnologie migliori.
Soltanto così è possibile raccogliere maggiori garanzie sugli effetti della
tecnologia e renderla più sicura.
Perché negarlo? Di questi tempi, a torto o a ragione, la tecnologia non
suscita fiducia.
«Eppure nessuno può negare che la nostra civiltà sia permeata in modo
profondo dagli sviluppi della scienza e della tecnologia. Questa è parte
integrante della scienza, non è il suo braccio operativo. Molti dei
progressi economici, culturali e di democrazia sono di fatto basati su un
uso corretto degli strumenti offerti dalla tecnologia».
Scienza e tecnologia lavorano sempre per il bene dell'uomo, al suo
servizio?
«In via di principio, sia la scienza che la tecnologia sono certamente un
bene. La scienza deriva dall'innata sete di conoscenza che anima l'uomo; la
tecnologia nasce dall'esigenza di mettere a profitto - per la sopravvivenza
della specie - la più alta capacità umana, l'intelletto. Il problema di
fondo? Da un lato, la società non si è preparata a comprendere veramente
gli aspetti tecnologici del nostro modo di vivere, e perciò reagisce a
volte un po' "al buio", cioè e motivamente. Dall'altro, i poteri
dell'economia e della finanza sono in grado di impadronirsi degli sviluppi
tecnologici e di condizionarne l'uso. (Tutto ciò avviene a beneficio
dell'uomo? Si apre il discorso più generale sulla responsabilità sociale
dell'impresa, locale o multinazionale che sia)».
Quando si profila un rischio, derivante dalla tecnologia, finchè non viene
seriamente accertato, che cosa debbono fare i pubblici poteri?
«Bisogna affrontare i rischi quantificandoli seriamente. E, una volta
accertati, provvedere a ridurli se si può agire sulle cause. Certo la
nostra immaginazione può vedere rischi dovunque e forse alcuni rischi che oggi
non vediamo saranno accertati in futuro. Ma questo non deve impedirci di
affrontare la vita. L'Organizzazione mondiale della sanità non classifica
mai una sostanza come "certamente non cancerogena"; si limita a
definirla "probabilmente non cancerogena". Certo, anche se le
informazioni di cui si dispone non sono complete e rassicuranti quanto si
vorrebbe, i pubblici poteri debbono comunque prendere decisioni. Anche non
decidere è una decisione, a volte più facile delle altre. Ma, nel mondo in
cui viviamo, un atteggiamento troppo "conservativo" può essere il
peggiore: il paese può trovarsi tagliato fuori dallo sviluppo di una
tecnologia e poi vedersela imporre da chi l'ha cavalcata, e allora non ne
avrà più il minimo controllo».
Bisogna credere alla scienza e alla tecnologia fino a prova contraria. Ma
chi stabilisce quando la prova è persuasiva ed esauriente?
«A volte i politici. Ma solo se comprendono a fondo i reali meccanismi di
formazione del consenso scientifico. Nel dibattito tra i ricercatori, ci sono
momenti di discussione quando vecchie teorie mostrano le loro falle o si
aprono orizzonti inattesi. Sono gli stessi esperti del settore che,
attraverso prove ripetute, confronti, giungono piano piano a un
assestamento della conoscenza. E' alla comunità scientifica che occorre
perciò fare riferimento per poter pren dere decisioni. Può capitare che,
fra i ricercatori, vi sia una voce isolata di dissenso. Ed è vero che la
verità scientifica non si raggiunge per votazione a maggioranza. Ma chi
rifugge dal confronto nelle sedi scientifiche e si affida solo ai giornali
merita che si dubiti della fondatezza dei suoi risultati».
Forse l'opinione pubblica sogna ingenuamente una scienza che avanzi veloce,
senza incertezze e senza errori.
«Le debolezze della scienza e della tecnologia provocano in genere una
reazione emotiva, la più sbagliata possibile. (Un esempio. Le antenne delle
stazioni radiomobili che per prime sono apparse nelle nostre città sono
grandi. La gente, vedendole così grandi, ha dato per scontato che
emettessero grandi potenze. In realtà non è così; semmai è proprio il
contrario. Ma una volta diffusa la leggenda...). Comunque le lacune della
nostra conoscenza e delle nostre tecnologie possono essere colmate
sviluppando nuove conoscenze e tecnologie migliori. Occorrono investimenti
di denaro e di persone. Ma c'è un paradosso nella nostra nuova era. Mentre
un esame razionale della situazione dovrebbe spingerci a investire nella
ricerca scientifica e tecnologica, impera sempre più nell'economia un'altra
ricerca, quella del profitto a breve. Eppure la ricchezza e il progresso di
oggi derivano dai lungimiranti investimenti, anche tecnologici, fatti nel
passato. Bisogna tornare a quella logica, altrimenti il mondo dimostrerà di
essere inetto e di non saper più sviluppare né la scienza né la
tecnologia».
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