RASSEGNA STAMPA

12 GIUGNO 2003
FRANCESCO TOMATIS
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Bellezza e verità, un binomio per il futuro

Se la filosofia vuole parlare all’uomo deve indagare il fondo estetico delle cose. È la tesi dell’ultimo saggio di Sergio Givone

 

L'opinione comune che la filosofia non serva a nulla. L’estetica, trattando filosoficamente di realtà del tutto inutili se non immaginarie, come le opere d’arte o il bello naturale, dovrebbe servire ancora meno. Ma come la filosofia, pur nella sua inutilità o, meglio, inutilizzabilità, a differenza di altri saperi è capace di indagare i presupposti e i confini del proprio orizzonte comprensivo, così l’estetica, pur occupandosi di immagini e sensazioni, priva quindi persino di certezza conoscitiva, non solo di utilizzabilità pratica, rivela addirittura l’orizzonte veritativo, il senso sovrasensibile delle cose.
A sostenerlo è Sergio Givone, attualmente il maggior filosofo estetico, non solo nostrano, con particolare convinzione e in una presentazione introduttiva, semplice e lineare, ma certo non priva di profondità, attraverso la quale conduce anche il lettore non iniziato ad ascoltare la sua Prima lezione di estetica (Laterza, pagine 168, euro 10,00).
La tesi di fondo è che solo come estetica la filosofia può forse, oggi, non rinunciare alla propria esigenza veritativa. Senza bellezza non c’è infatti verità. E solo nella verità inconcettuale e incostruibile del senso estetico è possibile trovare quel senso comune che ancora possa alimentare un vivere sociale reciproco e libero.
Certamente, secondo Givone, non è facile sostenere la capacità del bello di rivelare la verità, soprattutto in una civiltà che lo degrada ad artificiosa cosmesi, riducendo nella moda la bellezza a realtà mercantile. Tuttavia l’inaspettato apparire di un’opera d’arte, di un paesaggio, di un volto di una persona, che ci stupisca ancora con la sua bellezza inspiegabile e vera, universale eppure soggettiva, sorgivamente libera ma anche cogente e necessaria, è l’unico orizzonte veritativo capace di dare un senso trascendente, metafisico, alle nostre esperienze più o meno sensibili o immaginarie.
Ciò che secondo Givone dice l’esperienza estetica, più di ogni altra presunta conoscenza pratica o teoretica, è la libertà originaria, propria all’essere stesso, presente in ogni realtà. L’esperienza estetica è esperienza di libertà. Una libertà non solamente soggettiva, ma dischiudente l’orizzonte di senso ultimo dell’essere, nel suo diretto e originario confrontarsi con il nulla stesso.
Seppur in negativo, dicendo come nel mondo attuale la bellezza non sia quello che deve essere, l’arte contemporanea persino nell’abbandono dell’estetico testimonia quindi ancora il valore veritativo del bello. Una bellezza che rivela la verità proprio perché capace di confrontarsi con il negativo, scaturendo dal nulla con repentina libertà. Dostoevskijanamente, "la bellezza salverà il mondo" solo nel farsi memoria della vita offesa e, paradossalmente assieme, cioè anche tragicamente, nell’esser rivelazione dell’abissale libertà presupposta veritativamente all’uomo, così sensibile da lasciarsene stupire.

 

 

 

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