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Bellezza e verità, un binomio per il futuro
Se la filosofia vuole parlare all’uomo deve indagare
il fondo estetico delle cose. È la tesi dell’ultimo saggio di Sergio Givone
L'opinione comune che la filosofia non serva a nulla.
L’estetica, trattando filosoficamente di realtà del tutto inutili se non
immaginarie, come le opere d’arte o il bello naturale, dovrebbe servire
ancora meno. Ma come la filosofia, pur nella sua inutilità o, meglio,
inutilizzabilità, a differenza di altri saperi è capace di indagare i
presupposti e i confini del proprio orizzonte comprensivo, così l’estetica,
pur occupandosi di immagini e sensazioni, priva quindi persino di certezza
conoscitiva, non solo di utilizzabilità pratica, rivela addirittura
l’orizzonte veritativo, il senso sovrasensibile delle cose.
A sostenerlo è Sergio Givone, attualmente il maggior filosofo estetico,
non solo nostrano, con particolare convinzione e in una presentazione
introduttiva, semplice e lineare, ma certo non priva di profondità,
attraverso la quale conduce anche il lettore non iniziato ad ascoltare la
sua Prima lezione di estetica (Laterza, pagine 168, euro 10,00).
La tesi di fondo è che solo come estetica la filosofia può forse, oggi, non
rinunciare alla propria esigenza veritativa. Senza bellezza non c’è infatti
verità. E solo nella verità inconcettuale e incostruibile del senso
estetico è possibile trovare quel senso comune che ancora possa alimentare
un vivere sociale reciproco e libero.
Certamente, secondo Givone, non è facile sostenere la capacità del bello di
rivelare la verità, soprattutto in una civiltà che lo degrada ad
artificiosa cosmesi, riducendo nella moda la bellezza a realtà mercantile.
Tuttavia l’inaspettato apparire di un’opera d’arte, di un paesaggio, di un
volto di una persona, che ci stupisca ancora con la sua bellezza
inspiegabile e vera, universale eppure soggettiva, sorgivamente libera ma
anche cogente e necessaria, è l’unico orizzonte veritativo capace di dare
un senso trascendente, metafisico, alle nostre esperienze più o meno
sensibili o immaginarie.
Ciò che secondo Givone dice l’esperienza estetica, più di ogni altra
presunta conoscenza pratica o teoretica, è la libertà originaria, propria
all’essere stesso, presente in ogni realtà. L’esperienza estetica è
esperienza di libertà. Una libertà non solamente soggettiva, ma
dischiudente l’orizzonte di senso ultimo dell’essere, nel suo diretto e
originario confrontarsi con il nulla stesso.
Seppur in negativo, dicendo come nel mondo attuale la bellezza non sia
quello che deve essere, l’arte contemporanea persino nell’abbandono
dell’estetico testimonia quindi ancora il valore veritativo del bello. Una
bellezza che rivela la verità proprio perché capace di confrontarsi con il
negativo, scaturendo dal nulla con repentina libertà. Dostoevskijanamente,
"la bellezza salverà il mondo" solo nel farsi memoria della vita
offesa e, paradossalmente assieme, cioè anche tragicamente, nell’esser
rivelazione dell’abissale libertà presupposta veritativamente all’uomo,
così sensibile da lasciarsene stupire.
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