RASSEGNA STAMPA

7 GIUGNO 2003
SANDRO MODEO
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Nel nuovo libro di Ulrich Beck i mutamenti che stanno mettendo in crisi idee e istituzioni

E l’uomo creò la «società del rischio»

Il libretto di Ulrich Beck (trascrizione del suo discorso alla Duma di Mosca del novembre 2001 e secondo volume della nuova collana le «Vele» di Einaudi) è un esempio classico di come l'11 settembre costringa irreversibilmente gli intellettuali a una dipendenza spietata dalla fattualità e da un costante aggiornamento cronistico. Non c'è dubbio, infatti, che Beck sia tra i migliori sociologi in circolazione. Forse il migliore. E qui lo dimostra riassumendo lui stesso, con essenzialità limpida, l'originalità del proprio taglio analitico. Prima ripercorre la dorsale delle proprie tesi: l'emergere di una «società del rischio» in cui i tanti break naturali e sociali (i mutamenti climatici e biotecnologici, i crash finanziari, i terrorismi transnazionali) stanno mettendo in crisi idee e assetti consolidati come la fede religiosa, la divisione in classi, le istituzioni politiche e giuridiche. E poi mostra nel dettaglio la conseguente inadeguatezza di un lessico antiquato e rigido rispetto a categorie nuove e mutevoli: rispetto cioè a una «guerra» sempre più asimmetrica e individualizzata (vedi gli eserciti e i kamikaze); a uno «Stato» sempre più incapace di controllare il prelievo fiscale (coi capitali che bucano i confini fisici con le transazioni off-shore) ; e a un «mercato» che l'ideologia neoliberista deve tutelare con misure (restrizione dei diritti civili) che ne sono la totale negazione.
Fino alla lucida messa a fuoco dei problemi, insomma, tutto convince. Ma quando Beck passa alle «soluzioni» è lecito vedere in lui un eccesso di astrazione teorica, una levigatezza illuministica che tende a nascondere gli spigoli dei fatti. Come si può allestire un «fondamento giuridico internazionale» quando chi dovrebbe dare l'esempio (gli Stati Uniti e Israele) rifiuta, tra gli altri, gli accordi del '72 sulle armi biologiche e il trattato sul tribunale penale internazionale del '98? Come si può sperare in una «politica del dialogo» con l'Islam se gli sforzi europei vengono poi sgretolati dall'unilateralismo angloamericano delle guerre preventive? E come si può credere davvero alla cooperazione tra «stati multinazionali e cosmopoliti» quando gli stati stessi sono vincolati a corporations (armi - petrolio - farmaci) che ne condizionano elezioni e politica interna ed estera?
Oggi più che mai, l'intelligenza «accademica» rischia di isolarsi in un'eleganza allucinatoria, simile a quella di cartografo che disegni mappe di luoghi immaginari.
 

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