![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 GIUGNO 2003 |
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N egli ultimi trent’anni il progresso
tecnico-scientifico ha fornito al medico che opera in Terapia intensiva nuove
strategie d’intervento sui pazienti in condizioni critiche, come l'abolizione
della coscienza mediante sedazioni prolungate o la sostituzione di funzioni
vitali come la respirazione e la pompa cardiaca o la possibilità di
diagnosticare la morte con criteri neurologici, rendendo così possibile il
trapianto di organi. Queste nuove possibilità pongono il delicato problema di
quando sia opportuno porre limiti alle cure intensive. Il dibattito attorno a
questo tema è oggi molto acceso, anche perché gli enormi successi della Terapia
intensiva hanno alimentato nell’opinione pubblica una fiducia che spesso va
oltre le possibilità concrete d’intervento.
Guido Bertolini, epidemiologo dell’Istituto Mario Negri di Bergamo,
responsabile del centro di coordinamento Giviti, sottolinea la differenza
sostanziale tra i diversi tipi di pratica: «La desistenza terapeutica, la
rinuncia all'accanimento terapeutico e il prodigarsi nelle cure palliative sono
atti medici importanti e dovuti al paziente. Il pubblico non dovrebbe essere
portato a confondere tali termini con l'eutanasia. Far ricadere, come è
accaduto di recente sulla stampa, sotto questo termine tutte le modalità non
naturali di morire e confondere l'eutanasia con la desistenza terapeutica o la
limitazione di trattamenti nei malati in fase terminale, è inappropriato e
genera confusione in un terreno già ricco di implicazioni emotive, morali,
etiche, sociali e giuridiche. Per eutanasia si deve intendere esclusivamente la
soppressione intenzionale della vita di un paziente. Nulla a che vedere quindi
con quello che può avvenire in Terapia intensiva».
C’E’ UN LIMITE
Ma in che cosa consiste la desistenza terapeutica? Lo chiediamo a Davide
Mazzon, coordinatore della Commissione di bioetica della Siaarti (Società
italiana di anestesia analgesia rianimazione terapia intensiva), direttore del
reparto di Anestesia e rianimazione dell'Ospedale di Belluno e membro del
Giviti: «La finalità dei trattamenti effettuati in Terapia intensiva è quella
di sostenere temporaneamente le funzioni vitali, soprattutto quella respiratoria
e quella cardiocircolatoria, di un organismo gravemente malato. L'obiettivo è
guadagnare tempo, mentre si cerca di trattare la malattia di base. Nella
pratica può, però, accadere che quest'ultima non sia più curabile e ciò rende
la sostituzione delle funzioni vitali progressivamente inefficace, fino a
constatare il sicuro insuccesso dei trattamenti in atto. Quando ciò accade,
diviene addirittura doveroso desistere da quei trattamenti che hanno come unica
conseguenza un penoso e inutile prolungamento dell'agonia del malato giunto
alla fase terminale. Porre limiti ai trattamenti intensivi nei pazienti senza
alcuna speranza di sopravvivenza è in linea con i più autorevoli documenti in
materia, sia del Comitato nazionale di bioetica sia delle Società scientifiche,
nonché con il Codice di deontologia medica. In questo senso, è frutto di
ignoranza o di superficialità porre sullo stesso piano l'eutanasia e la
desistenza terapeutica, che è praticata sia nei reparti di Terapia intensiva
sia al di fuori di essi, quando non vi siano prospettive di successo delle
terapie fornite al paziente. Questa confusione concettuale e terminologica
porta addirittura alcuni medici italiani a considerare impropriamente la
desistenza da cure "inappropriate per eccesso", poiché prolungano
solo l'agonia, come un atto di eutanasia. Basterebbe invece pensare alla
differenza tra l'intento di "lasciar morire" un paziente in fase
agonica, senza travolgerlo con trattamenti di nessuna utilità per lui, e quello
di agire per "dargli la morte" che è, invece, da intendersi come
eutanasia in senso stretto. Non è superfluo ricordare, comunque, che
nell'attuare la desistenza terapeutica i medici non abbandonano mai il paziente
e si impegnano anzi ad alleviarne le sofferenze con le cure palliative, mirate
a controllare il dolore e l'ansia che il paziente accusa negli ultimi momenti
di vita».
QUALI CIRCOSTANZE
Ma è possibile stabilire con certezza quando un paziente è terminale? «Le
Terapie intensive - risponde Mazzoni - ricoverano oggi sempre più spesso
anziani, che soffrono di patologie croniche riacutizzate di solito non al primo
ricovero in queste strutture, che a ogni successiva ammissione risultano sempre
più gravi e meno rianimabili. La morte in questi casi non è mai un evento
imprevisto, improvviso. E' piuttosto un processo lento, progressivo e
prevedibile. Sono, perciò, situazioni facili da identificare, nelle quali, è
bene ricordarlo, la medicina intensiva è talvolta in grado di prolungare per un
breve periodo, ore o giorni, il processo della morte, senza alcun beneficio per
il paziente».
Che cosa avviene a questo proposito negli altri Paesi? «Sono state pubblicate
di recente su riviste scientifiche internazionali - illustra Bertolini - due
importanti ricerche, una francese, l’altra americana. Si tratta in entrambi i
casi di indagini basate sull'analisi di diverse migliaia di pazienti. Volendo
riportare un solo dato, dalla ricerca statunitense è emerso che il 74% dei
decessi in Terapia intensiva è stato preceduto da una decisione di desistenza
terapeutica, mentre la stessa percentuale in Francia si è attestata sul 53%.
Questi numeri ci fanno capire come la modalità del morire in Terapia intensiva
non possa essere considerata diversa da quanto avviene nella maggior parte
degli altri reparti ospedalieri, in cui, di fronte a un malato terminale
affetto da una patologia inguaribile, ci si dovrebbe astenere da ogni forma di
accanimento terapeutico. Non comprendere questa analogia porta ad assumere
posizioni che possono solo generare confusioni e aumentare le sofferenze.
Vorrei comunque ricordare che i progressi scientifici in questo ambito sono
stati straordinari e hanno consentito, per quanto riguarda l'Italia, di ridurre
la mortalità in Terapia intensiva negli ultimi 8 anni di più del 17 per cento,
a parità di gravità dei pazienti. E’ un dato importante, se pensiamo che si
tratta di pazienti che avrebbero avuto, altrimenti, ben poche speranze di
sopravvivenza».