RASSEGNA STAMPA

3 GIUGNO 2003
IDA DOMINIJANNI
[Hannah Arendt tra Europa e Stati uniti
Mai forse come in questi giorni è apparso chiaro, tanto dai fatti politici quanto dal dibattito culturale (compreso quello avviato sabato scorso da Habermas e Derrida sui principali quotidiani europei), che parlare della costruzione europea significa parlare anche, se non soprattutto, dei rapporti fra Europa e Stati uniti, in un momento di massima frattura politica fra Europa continentale e asse angloamericano e di massima tensione culturale fra un risorgente antiamericanismo in Europa e un nuovo antieuropeismo negli Stati uniti. La questione è complicata e molto ambivalente, perché se è facile pronunciarsi contro i progetti di una Unione debole e subalterna al modello americano e a favore di una Unione forte, autonoma, aperta, radicata nella sua migliore tradizione storica e nel suo costituzionalismo novecentesco, capace di opporsi programmaticamente alla visione del mondo unipolare dell'attuale leadership politica americana, è molto più difficile tutelare questo progetto dai rischi di chiusura in una nuova logica di potenza che pure corre (specularmente a quanto accade dall'altra parte dell'Atlantico), e soprattutto decifrare il complesso gioco di specchi che governa lo scambio fra immaginario europeo sull'America e immaginario americano sull'Europa. Un gioco peraltro antico, in cui gli stessi pregiudizi e fantasmi ritornano, ma, come sempre accade, in un contesto storico così mutato da farli mutare a loro volta di segno. Un buon esercizio per orientarsi in questo gioco di specchi, ma anche per dare profondità storica a certi aspetti dell'accidentata costruzione europea, è la lettura di alcuni scritti di Hannah Arendt sui rapporti fra Europa e Usa, ripubblicati recentemente nel secondo volume dell'Archivio Arendt (Feltrinelli) che la curatrice Simona Forti presenta giustamente come una raccolta esemplare della capacità di interpretazione del presente della filosofa tedesca. Sono scritti degli anni Cinquanta, informati da un contesto assai diverso da quello di oggi - il dopoguerra, il legame di ferro fra Europa e Stati uniti stretto attorno alla liberazione dal fascismo e dal nazismo, il maccartismo, il primo nucleo del progetto europeo - ma proprio per questo molto interessanti per un confronto con l'oggi. Anche in quel contesto infatti il gioco di specchi dell'immaginario fra le due sponde dell'Atlantico era all'opera, giacché, scrive Arendt, si tratta di un gioco costitutivo della storia materiale dei rapporti fra il Vecchio e il Nuovo continente: «senza una qualche immagine dell'America, nessun navigatore europeo avrebbe mai attraversato l'oceano». E' il sogno del mondo nuovo che crea dunque il nuovo mondo, investendolo di aspettative di libertà e progresso che, una volta istituzionalizzate nella nascita degli States, inevitabilmente si rovesciano in delusione. Il sogno si alterna da allora all'incubo, e nell'immaginario europeo l'America diventa, più che la meta da raggiungere, un futuro preoccupante da cui distanziarsi: quello che l'Europa deve attendersi dalla modernità nei suoi esiti peggiori. L'America, osserva Arendt, ci mette ovviamente del suo: il suo isolazionismo e la sua smodata ricchezza non fanno che alimentare la sua mitologia negativa. Più cauto è invece il parere della filosofa su altri punti attorno a cui si annodano le diffidenze degli europei per gli americani e viceversa. La questione dell'atomica ad esempio, perché se è vero che furono gli americani a sganciarla non va dimenticato che furono gli scienziati europei emigrati in America per sfuggire al totalitarismo a inventarla. Oppure lo scambio di reciproche accuse sul conformismo (e i suoi correlati, compreso il maccartismo) come connotato della società di massa americana e sul totalitarismo come peccato originale della politica europea, due marchi d'infamia che ciascuna sponda attribuisce all'altra, convinta che «qui non potrebbe succedere». E invece potrebbe, scrive Arendt, perché «in verità tutto ciò che accade in Europa può accadere anche in America, e viceversa, perché a prescindere dalle differenze la storia dei due continenti è fondamentalmente la stessa».

Tanto convinta è Arendt che lo sia, che di fronte ai primi progetti di unificazione dell'Europa, attraversati a suo parere da un antiamericanismo che rischiava di fare da collante di «un nuovo nazionalismo paneuropeo», non può fare a meno di domandarsi: «Americanismo ed europeismo, due ideologie che si affrontano, si combattono e soprattutto si assomigliano come tutte le ideologie apparentemente contrapposte: che sia questo il pericolo cui stiamo andando incontro?». Siamo, ripeto, negli anni 50, quando il progetto europeo non doveva confrontarsi come oggi con un neonazionalismo unilaterale americano che teorizza e pratica le guerre preventive e distrugge in pochi mesi il diritto internazionale costruito in mezzo secolo; e c'è da immaginare che in un contesto come questo Arendt cambierebbe molti suoi giudizi, compresi quelli - simili ad alcune voci del realismo americano di oggi - che sembrano aspettare il pacifismo europeo al varco di una politica estera e di difesa da grande potenza. Come pure cambierebbero alcuni suoi giudizi sull'antiamericanismo degli europei, in presenza dell'antieuropeismo emerso negli ultimi mesi nel dibattito e nel senso comune americano. Ma fatte le debite differenze di tempo e di contesto, resta comunque prezioso il suo richiamo a guardare non solo alle cruciali differenze che dividono le due rive dell'Atlantico ma anche alle segrete simmetrie che le legano.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti