[Hannah Arendt tra Europa e Stati uniti
Mai forse come in questi giorni è apparso chiaro, tanto dai fatti politici
quanto dal dibattito culturale (compreso quello avviato sabato scorso da
Habermas e Derrida sui principali quotidiani europei), che parlare della
costruzione europea significa parlare anche, se non soprattutto, dei rapporti
fra Europa e Stati uniti, in un momento di massima frattura politica fra Europa
continentale e asse angloamericano e di massima tensione culturale fra un
risorgente antiamericanismo in Europa e un nuovo antieuropeismo negli Stati
uniti. La questione è complicata e molto ambivalente, perché se è facile
pronunciarsi contro i progetti di una Unione debole e subalterna al modello
americano e a favore di una Unione forte, autonoma, aperta, radicata nella sua
migliore tradizione storica e nel suo costituzionalismo novecentesco, capace di
opporsi programmaticamente alla visione del mondo unipolare dell'attuale
leadership politica americana, è molto più difficile tutelare questo progetto
dai rischi di chiusura in una nuova logica di potenza che pure corre
(specularmente a quanto accade dall'altra parte dell'Atlantico), e soprattutto
decifrare il complesso gioco di specchi che governa lo scambio fra immaginario
europeo sull'America e immaginario americano sull'Europa. Un gioco peraltro
antico, in cui gli stessi pregiudizi e fantasmi ritornano, ma, come sempre
accade, in un contesto storico così mutato da farli mutare a loro volta di
segno. Un buon esercizio per orientarsi in questo gioco di specchi, ma anche
per dare profondità storica a certi aspetti dell'accidentata costruzione
europea, è la lettura di alcuni scritti di Hannah Arendt sui rapporti fra
Europa e Usa, ripubblicati recentemente nel secondo volume dell'Archivio
Arendt (Feltrinelli) che la curatrice Simona Forti presenta
giustamente come una raccolta esemplare della capacità di interpretazione del
presente della filosofa tedesca. Sono scritti degli anni Cinquanta, informati
da un contesto assai diverso da quello di oggi - il dopoguerra, il legame di
ferro fra Europa e Stati uniti stretto attorno alla liberazione dal fascismo e
dal nazismo, il maccartismo, il primo nucleo del progetto europeo - ma proprio
per questo molto interessanti per un confronto con l'oggi. Anche in quel
contesto infatti il gioco di specchi dell'immaginario fra le due sponde
dell'Atlantico era all'opera, giacché, scrive Arendt, si tratta di un gioco
costitutivo della storia materiale dei rapporti fra il Vecchio e il Nuovo
continente: «senza una qualche immagine dell'America, nessun navigatore europeo
avrebbe mai attraversato l'oceano». E' il sogno del mondo nuovo che crea dunque
il nuovo mondo, investendolo di aspettative di libertà e progresso che, una
volta istituzionalizzate nella nascita degli States, inevitabilmente si
rovesciano in delusione. Il sogno si alterna da allora all'incubo, e
nell'immaginario europeo l'America diventa, più che la meta da raggiungere, un
futuro preoccupante da cui distanziarsi: quello che l'Europa deve attendersi
dalla modernità nei suoi esiti peggiori. L'America, osserva Arendt, ci mette
ovviamente del suo: il suo isolazionismo e la sua smodata ricchezza non fanno
che alimentare la sua mitologia negativa. Più cauto è invece il parere della
filosofa su altri punti attorno a cui si annodano le diffidenze degli europei per
gli americani e viceversa. La questione dell'atomica ad esempio, perché se è
vero che furono gli americani a sganciarla non va dimenticato che furono gli
scienziati europei emigrati in America per sfuggire al totalitarismo a
inventarla. Oppure lo scambio di reciproche accuse sul conformismo (e i suoi
correlati, compreso il maccartismo) come connotato della società di massa
americana e sul totalitarismo come peccato originale della politica europea,
due marchi d'infamia che ciascuna sponda attribuisce all'altra, convinta che
«qui non potrebbe succedere». E invece potrebbe, scrive Arendt, perché «in
verità tutto ciò che accade in Europa può accadere anche in America, e
viceversa, perché a prescindere dalle differenze la storia dei due continenti è
fondamentalmente la stessa».
Tanto convinta è Arendt che lo sia, che di fronte ai primi
progetti di unificazione dell'Europa, attraversati a suo parere da un
antiamericanismo che rischiava di fare da collante di «un nuovo nazionalismo
paneuropeo», non può fare a meno di domandarsi: «Americanismo ed europeismo,
due ideologie che si affrontano, si combattono e soprattutto si assomigliano
come tutte le ideologie apparentemente contrapposte: che sia questo il pericolo
cui stiamo andando incontro?». Siamo, ripeto, negli anni 50, quando il progetto
europeo non doveva confrontarsi come oggi con un neonazionalismo unilaterale
americano che teorizza e pratica le guerre preventive e distrugge in pochi mesi
il diritto internazionale costruito in mezzo secolo; e c'è da immaginare che in
un contesto come questo Arendt cambierebbe molti suoi giudizi, compresi quelli
- simili ad alcune voci del realismo americano di oggi - che sembrano aspettare
il pacifismo europeo al varco di una politica estera e di difesa da grande
potenza. Come pure cambierebbero alcuni suoi giudizi sull'antiamericanismo
degli europei, in presenza dell'antieuropeismo emerso negli ultimi mesi nel
dibattito e nel senso comune americano. Ma fatte le debite differenze di tempo
e di contesto, resta comunque prezioso il suo richiamo a guardare non solo alle
cruciali differenze che dividono le due rive dell'Atlantico ma anche alle
segrete simmetrie che le legano. |