RASSEGNA STAMPA

24 MAGGIO 2003
FRANCA D'AGOSTINI
[La filosofia è fiamma o meraviglia?
Un libro di Bonanate e Valsania, Le ragioni dei filosofi (Carocci), affronta il problema relativo alla metafilosofia: una priorità nell'agenda dei filosofi, che difficilmente possono prescinderne; e una questione ambigua che spesso implica imbarazzanti propensioni verso la sociologia della cultura, la divulgazione, o al meglio, la storia delle idee
La filosofia contemporanea si può paragonare a un mare dopo un naufragio. La nave è sprofondata, ma molti oggetti di diversa entità e natura galleggiano sull'acqua, e questi oggetti sono i problemi filosofici. Alcuni sono miracolosamente intatti, qualche elegante mobiletto lucido in peach pine, residuo della cabina del capitano, che potrebbe ancora figurare in camera da letto; altri sono stati molto lavorati dal mare, e danneggiati forse irreparabilmente. Almeno però, va detto, c'è il mare, c'è l'acqua. Il mare ha determinato un tempo la sciagura, ma ora è il benevolo sfondo unico che porta a galla i problemi. Ora, proprio questo mare si può interpretare come il vero sfondo filosofico della filosofia. Ricordando la zattera che portava i marinai-filosofi di Neurath, o le palafitte di Popper, o anche il naufragio con spettatore di Blumenberg, il mare si potrebbe con ragione considerare come l'equivalente metaforico della confusa e mai risolta domanda sui fondamenti. Ma da un altro punto di vista, forse più disincantato, la stessa problematica del fondamento altro non è che una parte del campo informe, vasto e mutevole (e perciò appunto simile all'acqua del mare) della metafilosofia, ossia l'indagine che dovrebbe occuparsi della natura, senso, oggetto, definizione, scopo, ruolo culturale, ambito istituzionale, e via così, della filosofia.

La questione metafilosofica è sempre stata una ambigua priorità nell'agenda del filosofo medio. Una priorità perché c'è il sospetto che difficilmente si possa fare filosofia senza avere le idee chiare in materia metafilosofica; ambigua perché si tratta di una questione complicata, noiosa, che spesso implica, in chi la pratica, spiacevoli propensioni verso la sociologia della cultura, la divulgazione, o nella migliore delle ipotesi la storia delle idee. E inoltre, l'inclinazione alla metafilosofia è tipica di quegli autori con il vizio del preparatorio, del preliminare e del propedeutico; persone che (per tornare a metafore acquatiche) fanno come i kantiani secondo Hegel: pretendono di imparare a nuotare senza tuffarsi nell'acqua, e limitandosi a fare esercizi sulla riva.

Eppure, è abbastanza facile vedere che senza metafilosofia una gran parte della produzione filosofica delle più diverse epoche cadrebbe nel vuoto. Basta pensare alle lamentele di Platone e Aristotele contro i Sofisti, e alla loro insistenza nel difendere la «vera» filosofia contro l'apparenza di filosofia. Basta pensare agli ultimi grandi sistemi filosofici di cui possiamo avvalerci, per esempio quello di Kant, anzitutto orientato al problema di salvare la possibilità della filosofia dopo la crisi della sua disciplina più fortunata e importante, la metafisica. Basta infine ricordare che quasi tutta la filosofia del Novecento è guidata dal problema di ri-legittimarsi in rapporto alla nuova sistemazione illuministica e poi positivistica dei saperi, oppure di combattere con ogni mezzo tale sistemazione...

Perché ciò avvenga, è facile capirlo; è in questione la costitutiva fragilità culturale della filosofia, la «casella vuota» nel sistema dei saperi: una disciplina, o atteggiamento, o genere di scrittura o attività umana, che non si sa bene se sia fiamma o meraviglia, amore o dubbio, malattia o sapienza sciamanica, scienza o quasi-scienza o pseudoscienza o neuroscienza, arte o stile di vita, e che - lo si sospetta vivamente - forse è soltanto il più fantastico inganno ordito contro l'ingenuità degli studenti (e degli studiosi) occidentali. Il che è sufficiente, forse, a far vedere quanto la domanda metafilosofica abbia buone ragioni d'essere posta. Spesso peraltro, nel cuore di uno storico della filosofia si annida un metafilosofo, ovvero un filosofo preoccupato della scarsa determinatezza della scienza che gli dà da vivere, e interessato a rintracciare le ragioni storiche di tale indeterminatezza, ed eventualmente i metodi per ovviarvi. È dunque molto interessante, e secondo me profondamente onesta, l'esperienza di chi fa storia non tanto o soltanto della filosofia, ma piuttosto e anche della metafilosofia. Che io sappia, le esperienze di questo genere sono rare, ed è dunque particolarmente interessante il lavoro di Ugo Bonanate e Maurizio Valsania, che hanno scritto una breve storia generale della metafilosofia, dagli antichi a Kant, dal titolo Le ragioni dei filosofi (Carocci, pp. 366, 21,50 euro).

Si sa che gli storici della filosofia sono di molte specie diverse, e la varietà dipende tanto da che cosa si intende per filosofia, e da «quale» filosofia si intende meritevole di entrare in una storia, quanto dai diversi metodi storiografici adottati. Ci sono comunque variazioni di grado tra gli storici molto «filosofici» della filosofia, ossia quelli che raccontano la storia del pensiero come una forma di autoanalisi della (propria) ragione, e gli storici più «storici», quelli che fanno ricostruzioni minuziose e documentate, per esempio con una precisa cognizione di come le istituzioni socio-culturali intervengano nella nascita e nella vita delle idee.

Ora Bonanate e Valsania, in quanto - in questa opera - storici della metafilosofia, possono collocarsi a un punto intermedio tra storici-filosofi e storici-storici. Il loro primo obiettivo in effetti è teorico: si tratta di venire a capo, almeno provvisoriamente e in linea propedeutica, della millenaria questione «was ist Philosophie?». Ma al lettore non viene data una specifica risposta, bensì offerta la ricostruzione delle molte risposte altrui. Naturalmente, è difficile mantenersi neutrali, in filosofia come in metafilosofia, e di fatto gli autori ammettono di vedere «nella filosofia semplicemente ciò che, in diverse epoche, alcuni saggi, dotti, sapienti, studiosi, professori (e anche geni) hanno pensato, sperato, voluto che fosse». Il principio storicista la filosofia è la sua storia viene dunque corretto in la filosofia è la somma delle sue definizioni.

Il risultato è evidentemente un manuale di storia della filosofia, breve ma esaustivo. Ma c'è anche, ed è utile notarlo, la dimostrazione di quanto la scelta del filo conduttore metafilosofico fornisca in molti casi un ottimo filtro interpretativo e un utile orientamento per la ricostruzione storico-critica, come risulta particolarmente evidente nei capitoli dedicati ad autori e correnti su cui il giudizio storico è controverso: per esempio nella parte dedicata all'idealismo tedesco. Qui il taglio metafilosofico consente di far vedere, e di spiegare con molta chiarezza, quanto le ragioni delle tesi oscure e del linguaggio astruso dei grandi idealisti fossero tutt'altro che irragionevoli o peregrine. Nella prospettiva del problema del «come fare filosofia» e del «che cosa è filosofia», tanto le ragioni dell'infinità della produzione inconscia secondo Fichte quanto le ragioni dell'anti-soggettivismo hegeliano risaltano con estrema evidenza.

Infine, molte pagine del volume vivono di un interessante disequilibrio tra consapevolezza e inconsapevolezza degli autori trattati. Accanto alle metafilosofie esplicite dei filosofi, vanno considerate infatti anche le loro metafilosofie implicite e in alcuni casi inconsapevoli, che si possono individuare esaminando quel che i filosofi hanno fatto, detto e scritto. In questo ambito è facile vedere all'opera molte contraddizioni e confusioni. Molte contraddizioni inapparenti della nostra tradizione si registrano proprio tra quel che i filosofi dicono di se stessi, e il modo in cui lo dicono (e pensiamo anzitutto ai superbi predicatori dell'umiltà, del poco e del minimo in filosofia).

 

 


 
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