RASSEGNA STAMPA

21 MAGGIO 2003
GILLO DORFLES
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ELZEVIRO Tecnocrazia e falsi miti

Dove ci conduce il pulcino tamagotchi


Il rapporto tra uomo e natura e il costante processo di mitizzazione che accompagna taluni aspetti della nostra esistenza e della nostra attività creativa sono ancora alla base di molte recenti discussioni e di molte impostazioni critiche, sociali ed estetiche. Non a caso l’ultimo pamphlet di Paul Virilio ( Ce qui arrive , tradotto non si sa perché come L’incidente del futuro , Cortina editore) si adopera con la consueta sottigliezza a sferzare gli attuali costumi e le tante pecche d’una civiltà (o inciviltà?) che non s’accorge della perfida china su cui tende a scivolare verso un abisso tecnocratico e un pullulare di falsi cerimoniali. Quando negli anni Sessanta ebbi ad occuparmi, per la prima volta di questi problemi - allora ancora a uno stadio embrionale - non immaginavo che i due libri che allora dedicavo a quegli aspetti socio-estetici ( Artificio e natura , Nuovi Riti Nuovi Miti ora ristampati da Skira), potessero avere una loro attualità ancora oggi agli albori del Tremila. Non so proprio se sia corretto e simpatico parlare del proprio lavoro; ma quanto ho appena detto mi spinge a farlo. Anche tenendo conto che difficilmente qualcuno vorrà commentare delle opere già note e, a suo tempo, ampiamente discusse. Se in quegli anni, i temi ricordati mi parvero essenziali per giungere a una comprensione obiettiva di molti fenomeni - positivi e negativi - dei nostri tempi, oggi mi vien fatto di chiedermi se, effettivamente, la mia convinzione di allora sia ancora attuale. In altre parole: i rapporti dell’uomo con la natura sono rimasti gli stessi di allora? Il groviglio di mitemi, di cerimoniali coatti, di ritualità, laiche o religiose, è ancora così esasperato o lo è sempre di più? Proprio qui vedo sorgere il vero quesito che allora speravo di chiarire e che forse tuttora è lungi dall’esserlo.
Prendiamo anche soltanto alcuni esempi tra i più sintomatici della mia denuncia: 1) Il distacco dell’uomo dalla Natura ( natura naturans ) che le recenti superfetazioni cibernetiche, computeristiche, virtualizzate, ci hanno offerto è davvero accresciuto rispetto a mezzo secolo orsono? 2) I riti e i miti - legati alla politica, alla moda, ai fondamentalismi d’ogni fede - germoglianti sui «terreni di coltura» del conformismo, della tecnocrazia, del consumismo, sono accresciuti o dileguati? Domande evidentemente retoriche. Ritengo davvero che l’aumento d’intensità nel contrasto tra artificio e «naturalità» o nella estensione di sistemi mitagogici sia stato e sia per essere sempre più vertiginoso.
Senza bisogno di invocare - come più volte è stato fatto - gli ubiquitari «telefonini», senza inveire contro i messaggi Internet o i «messaggini» scambiati tra adolescenti; ma anche, ovviamente, riconoscendo l’immenso apporto scientifico e culturale di questi mezzi, ritengo che sia indispensabile una più approfondita presa di coscienza di tali fenomeni da parte dell’intera umanità.
Quando assisto alla facilità vertiginosa con cui degli adolescenti, anzi dei bambini, si impadroniscono della manipolazione dei nuovi gadget; della maestria con cui manovrano i tasti, i pulsanti, deputati alle più complesse operazioni (e tutto ciò con una agilità, manuale più che mentale, di cui non saremmo, intendo noi, i relitti umani del secolo scorso, mai all’altezza) - mi chiedo fino a che punto questa immane espansione delle conoscenze segnaletiche e informatiche vada a scapito dei faticosi sentieri della memoria e di quelli - un tempo beati - della fantasia creatrice?
E quando una bambina, che ieri con un fantoccio di stracci inventava una complessa vicenda oggi lascia che il pulcino giapponese ( tamagotchi ) debba appena «istigarla» a compiere certe operazioni «prescritte» (e non liberamente inventate), fino a che punto dobbiamo giudicare positiva questa sua odierna situazione cogitativa ed esistentiva?
Certo, i miei due volumi non rispondono compiutamente a questi interrogativi perché non si riferiscono a eventi degli ultimissimi tempi. Credo, tuttavia, che il fatto di analizzare quelle che sono state le prime avvisaglie di quanto è venuto evolvendosi di recente (in maniera «esponenziale» come si usa dire) possa essere ancora non del tutto inutile.
Anche per una ragione: ormai molti dei motivi essenziali d’un distacco dell’uomo dalla «naturalità» - e d’altro canto d’un suo bisogno di aggrapparsi a un esteso panorama mitagogico che ne giustifichi certe carenze cognitive - sono stati soffocati o censurati dall’avvento di nuovi metodi comunicativi e informativi che hanno alterato profondamente il nostro modo di essere, e di «in der Welt sein», di «esistere nel mondo».
Ecco perché il fatto di considerare da vicino alcuni fenomeni oggi esaltati più che deprecati, come il dilagare di temi orrorifici, di opere d’arte macabre, di cerimoniali coatti (tanto nel lavoro che nel comportamento) può forse riaccendere quella visione del mondo - più spontanea e non «virtualizzata» - che gli ultimi decenni hanno obnubilato, a tutto svantaggio d’una autentica e vigile (non dico certo «sana»!) creatività, tanto in campo letterario, pittorico, musicale, che anche - ovviamente - in quello computerizzato.

 

 

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