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«Una Camera Alta per etica e
scienza»
Milano, oggi laurea «honoris causa» in biotecnologie a
Veronesi che lancia l’idea di una nuova istituzione europea
Mi sono sempre occupato
di problemi riguardanti l'etica della scienza, fin dal lontano 1971, quando
costituii, insieme a Giulio Maccacaro, filosofo della scienza, il primo
comitato di bioetica in Italia. Insieme cercavamo di porre fine agli abusi
che allora ancora si compivano sui malati da parte di medici poco scrupolosi,
costituendo un nostro motto: «Tutto è concesso all'uso della scienza per
l'uomo, tutto è negato all'uso dell'uomo per la scienza». Ma il dibattito
sulle responsabilità morali dello scienziato è ancora aperto all'interno del
mondo scientifico. Una corrente di pensiero sostiene che la scienza e le sue
scoperte non sono né buone né cattive, ma è l'uso che se ne fa che possono
renderle buone o cattive. Personalmente penso sia difficile pretendere che la
scienza debba essere neutrale, perché questo ci porterebbe a concepire il
mondo scientifico come un corpo estraneo nella società, un semplice
produttore di asettiche scoperte che qualcun altro dirigerà in un senso o
nell'altro. Una posizione inaccettabile perché descriverebbe la comunità di
scienziati come un insieme di persone prive di opinioni morali e quindi
disinteressate ai problemi sociali, culturali e politici che li circondano. Ma
sappiamo che così non è se si pensa quanto la scienza abbia consapevolmente
contribuito per liberare l'uomo da superstizioni e credenze che per secoli
avevano ostacolato lo sviluppo delle sue facoltà critiche.
Parlare di neutralità della scienza significa disconoscere il ruolo trainante
della scienza nell'evoluzione della civiltà. Credo, viceversa, che il mondo
scientifico debba da una parte essere orgoglioso per quanto di grandioso la
scienza ha portato all'uomo, ma debba essere anche consapevole che certe
linee di ricerca possono andare verso obiettivi eticamente inaccettabili. Lo
scienziato non è un «outsider», e la consapevolezza della ricaduta delle sue
ricerche deve essere per lui non solo un obbligo etico, ma anche un obbligo
intellettuale e scientifico, altrimenti rischia di essere un «dirottatore»
della scienza, la cui ragion d'essere non è soltanto la ricerca fine a se
stessa, ma anche l'utilità per l'uomo e il progresso. Lo scienziato
«inconsapevole» è una cattiva leggenda. Gli scienziati che lavorarono al
progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica nel 1943-’45 erano
certamente consapevoli di quello che stavano facendo, anche se potevano essere
eticamente giustificati dalla necessità di abbattere la mostruosa dittatura
hitleriana.
D'altronde, chi dovrà proporre regole e comportamenti, che siano in linea con
lo sviluppo scientifico che ci attende ma che rispettino dei codici morali
prestabiliti? Non abbiamo risposte. In linea teorica, il potere legislativo. Ma
sono i parlamenti in grado di affrontare con la necessaria profondità una
materia così difficile, che il mondo politico può valutare in modo divergente
e con il rischio, già constatato in passato, di una paralisi decisionale? Certamente
gli esperti (scienziati, filosofi, teologi) possono proporre soluzioni (come
avviene nel Comitato di Bioetica) ma non hanno poteri decisionali.
Qualcuno ha lanciato proposte innovative, come quelle di costituire in ogni
Paese o in Europa una «Camera Alta», composta da intellettuali indipendenti,
che possono disegnare l'evoluzione futura della nostra civiltà. Soprattutto
considerando che se il mondo delle biotecnologie solleva interrogativi, gli
sviluppi dell'informatica e delle telecomunicazioni pongono problemi per il
futuro non meno complessi.
Attraversiamo un momento difficile e la società dovrà affrontare il futuro
della scienza con la forza della ragione. Il rischio è che lo sviluppo
tecnologico diventi incontrollabile e si svincoli dai grandi principi
universali della scienza e della sua funzione civilizzatrice. E' qui che
dobbiamo stare attenti, ed è qui che potrebbe tornare a proposito la «Camera
Alta» di cui dicevo prima, e per la quale sento il dovere di precisare che
non sto pensando ad un super-organismo di filosofi e di scienziati che
decidono in nome di tutti, ma a gruppi di veri esperti che esaminino i
problemi con grande serietà e approfondimento, per poi sottoporre le loro
conclusioni - come si fa in democrazia - ad una società civile che è stata
informata in modo obiettivo e che, quindi, può decidere con cognizione di
causa.
A me pare che il problema non sia quello di promuovere o di condannare le
biotecnologie, proprio per le infinite potenzialità che esse hanno. Si
tratta, invece, di stabilire dei limiti che devono essere dettati dalla
ragione, e non dalla paura della ricerca scientifica, perché la paura è
sempre cattiva consigliera. Quello che serve è confrontarsi e ricercare un
consenso ampio e fondato, che stabilisca i vincoli e la possibilità di nuovi
percorsi scientifici che possano incidere positivamente sulle generazioni
future. Ci vuole umiltà per non schierarsi senza approfondimenti, perché
l'ignoranza non dà nessun diritto, né a credere né a non credere. E l'etica
funzionerà meglio come guida e non come freno.
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