RASSEGNA STAMPA

19 MAGGIO 2003
UMBERTO VERONESI
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«Una Camera Alta per etica e scienza»

Milano, oggi laurea «honoris causa» in biotecnologie a Veronesi che lancia l’idea di una nuova istituzione europea

Mi sono sempre occupato di problemi riguardanti l'etica della scienza, fin dal lontano 1971, quando costituii, insieme a Giulio Maccacaro, filosofo della scienza, il primo comitato di bioetica in Italia. Insieme cercavamo di porre fine agli abusi che allora ancora si compivano sui malati da parte di medici poco scrupolosi, costituendo un nostro motto: «Tutto è concesso all'uso della scienza per l'uomo, tutto è negato all'uso dell'uomo per la scienza». Ma il dibattito sulle responsabilità morali dello scienziato è ancora aperto all'interno del mondo scientifico. Una corrente di pensiero sostiene che la scienza e le sue scoperte non sono né buone né cattive, ma è l'uso che se ne fa che possono renderle buone o cattive. Personalmente penso sia difficile pretendere che la scienza debba essere neutrale, perché questo ci porterebbe a concepire il mondo scientifico come un corpo estraneo nella società, un semplice produttore di asettiche scoperte che qualcun altro dirigerà in un senso o nell'altro. Una posizione inaccettabile perché descriverebbe la comunità di scienziati come un insieme di persone prive di opinioni morali e quindi disinteressate ai problemi sociali, culturali e politici che li circondano. Ma sappiamo che così non è se si pensa quanto la scienza abbia consapevolmente contribuito per liberare l'uomo da superstizioni e credenze che per secoli avevano ostacolato lo sviluppo delle sue facoltà critiche.
Parlare di neutralità della scienza significa disconoscere il ruolo trainante della scienza nell'evoluzione della civiltà. Credo, viceversa, che il mondo scientifico debba da una parte essere orgoglioso per quanto di grandioso la scienza ha portato all'uomo, ma debba essere anche consapevole che certe linee di ricerca possono andare verso obiettivi eticamente inaccettabili. Lo scienziato non è un «outsider», e la consapevolezza della ricaduta delle sue ricerche deve essere per lui non solo un obbligo etico, ma anche un obbligo intellettuale e scientifico, altrimenti rischia di essere un «dirottatore» della scienza, la cui ragion d'essere non è soltanto la ricerca fine a se stessa, ma anche l'utilità per l'uomo e il progresso. Lo scienziato «inconsapevole» è una cattiva leggenda. Gli scienziati che lavorarono al progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica nel 1943-’45 erano certamente consapevoli di quello che stavano facendo, anche se potevano essere eticamente giustificati dalla necessità di abbattere la mostruosa dittatura hitleriana.
D'altronde, chi dovrà proporre regole e comportamenti, che siano in linea con lo sviluppo scientifico che ci attende ma che rispettino dei codici morali prestabiliti? Non abbiamo risposte. In linea teorica, il potere legislativo. Ma sono i parlamenti in grado di affrontare con la necessaria profondità una materia così difficile, che il mondo politico può valutare in modo divergente e con il rischio, già constatato in passato, di una paralisi decisionale? Certamente gli esperti (scienziati, filosofi, teologi) possono proporre soluzioni (come avviene nel Comitato di Bioetica) ma non hanno poteri decisionali.
Qualcuno ha lanciato proposte innovative, come quelle di costituire in ogni Paese o in Europa una «Camera Alta», composta da intellettuali indipendenti, che possono disegnare l'evoluzione futura della nostra civiltà. Soprattutto considerando che se il mondo delle biotecnologie solleva interrogativi, gli sviluppi dell'informatica e delle telecomunicazioni pongono problemi per il futuro non meno complessi.
Attraversiamo un momento difficile e la società dovrà affrontare il futuro della scienza con la forza della ragione. Il rischio è che lo sviluppo tecnologico diventi incontrollabile e si svincoli dai grandi principi universali della scienza e della sua funzione civilizzatrice. E' qui che dobbiamo stare attenti, ed è qui che potrebbe tornare a proposito la «Camera Alta» di cui dicevo prima, e per la quale sento il dovere di precisare che non sto pensando ad un super-organismo di filosofi e di scienziati che decidono in nome di tutti, ma a gruppi di veri esperti che esaminino i problemi con grande serietà e approfondimento, per poi sottoporre le loro conclusioni - come si fa in democrazia - ad una società civile che è stata informata in modo obiettivo e che, quindi, può decidere con cognizione di causa.
A me pare che il problema non sia quello di promuovere o di condannare le biotecnologie, proprio per le infinite potenzialità che esse hanno. Si tratta, invece, di stabilire dei limiti che devono essere dettati dalla ragione, e non dalla paura della ricerca scientifica, perché la paura è sempre cattiva consigliera. Quello che serve è confrontarsi e ricercare un consenso ampio e fondato, che stabilisca i vincoli e la possibilità di nuovi percorsi scientifici che possano incidere positivamente sulle generazioni future. Ci vuole umiltà per non schierarsi senza approfondimenti, perché l'ignoranza non dà nessun diritto, né a credere né a non credere. E l'etica funzionerà meglio come guida e non come freno.

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