![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 MAGGIO 2003 |
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Leggi,
istituzioni, obblighi, promesse, contratti non sono né costruzioni puramente
individuali, come per esempio un ricordo o un giudizio, né oggetti altrettanto
solidi che alberi e sedie. Di che cosa
sono fatti? La risposta dominante fu
che erano fatti di storia, che era una versione molto plausibile (era già
l'idea di Vico nel Settecento, ripresa da Hegel e da Dilthey nell'Ottocento e generalmente accettata nel Novecento),
tranne che a questo punto si impose troppo fortemente l'idea che fossero il
frutto dì una mera convenzione: una legge c'è solo perché qualcuno ha deciso
che ci fosse, se non l'avesse deciso, non ci sarebbe.
La
scelta metteva al riparo dall'idea di una dispotica legge di natura (o, peggio
che andar di notte, dal diritto divino), ma al tempo stesso si apriva a un
relativismo non meno pericoloso. L'idea
di fondo è che visto che cose come le leggi o i contratti o le promesse
esistono solo perché ci sono dei soggetti che ci si impegnano, allora sono
anche oggettive. Questa posizione è
stata radicalizzata dal postmoderno, che ha concluso che la stessa realtà fisica,
dipendendo dall'osservatore che fa degli esperimenti,
risulta friabile e inanalizzabile. Le
conseguenze negative di una simile impostazione sono abbastanza ovvie, nel
senso che ognuno può fare quello che vuole, se solo ha il potere di farlo.
Ma
c'è tutta un'altra tradizione che sta tornando alla ribalta, e che si
caratterizza proprio per il rifiuto dell'alternativa secca tra natura e
storia. Nel Settecento, Thomas Reid
aveva riconosciuto la specificità de
gli atti sociali, contrapponendoli agli atti individuali (per esempio, al
giudizio). La fondazione di una
ontologia sociale, qui, non sarebbe la solidificazione di uno spirito, ma
l'accordo reale che interviene tra due persone. Ora, questi atti non sono
arbitrari, nel senso che non sono puri accidenti storici, seguono necessità
ontologiche, ed è in questo senso che Adolf Reinach ha elaborato, all'inizio
del Novecento, una teoria completa degli atti sociali.
L'idea
dì fondo è che essi sono dei particolari tipi di oggetti, che non occupano uno
spazio (come gli oggetti fisici) e che sono soggetti al tempo (diversamente
dagli oggetti ideali), giacché una promessa o una legge ha un decorso
temporale, nasce, dura e muore. Ma sono
reali, e posseggono un essere indipendente dall'eventualità che gli uomini li
colgano o no. In altri termini, gli
atti sociali si scoprono e non si inventano.
E'
in questa direzione che si sono mossi recentemente vari tentativi di una
fondazione realistica del mondo sociale, accantonando l'alternativa, del tutto
insufficiente, tra natura e storia, tra giusnaturalismo e positivismo
giuridico, e soprattutto chiarendo che "realismo" non significa
"naturalismo". Ci si può
chiedere perché mai ci si è arrivati così tardi. Probabilmente, il motivo è che, come sottolinea Searle in La costruzione della realtà sociale, abbiamo a che fare con
un'ímmensa ontologia invisibile; esplicitarla e scoprirne le leggi è un campo
applicativo cruciale per un'ontologia sociale.
Adolf Reinach, «I fondamenti a priori
dei diritto», in «Filosofia del
diritto», a cura di A.G. Conte, P. Di Lucia, L. Ferrajoli, M. Jori, Cortina,
Milano 2002, pagg. 326, -C 20,50;
Barry Smith, «John Searle: from speech acts to
social reality», in corso di pubblicazione in The Cambridge Companion to Searle;
Michael S. Moore, «Legal reality: a naturalist approach to Legal Ontology», in «Law and Philosophy», 21: 619-705, 220.