![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 MAGGIO 2003 |
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Lo scontro tra analitici e
continentali |
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La riflessione filosofica
degli ultimi cento anni può essere descritta come un duello tra due
sensibilità, due mentalità, due visoni del mondo: quella della filosofia
"analitica" e quella della filosofia "continentale". Come
due schermidori che provengono da scuole diverse si affrontano utilizzando
tecniche differenti, così analitici e continentali si sono confrontati
ricorrendo a due diversi modi di fare filosofia: uno rigoroso e scientifico
(analitici), l’altro creativo e letterario (continentali). Questo scontro ha
opposto non solo due scuole filosofiche ma due culture, quella anglosassone,
nella quale la riflessione "analitica" nasce e si sviluppa, e quella
dell’Europa continentale dove ha origine il pensiero
"continentale". Una delle date d’inizio di questa sfida è il 1958,
quando nel discorso d’apertura del convegno di Cérisy-la-Salle, J. Wahl
(pensatore francese famoso per alcuni studi sulla fenomenologia e
l’esistenzialismo) individua nella filosofia "analitica" e in
quella "continentale" le due correnti di pensiero dominanti del
’900. Wahl oppone una filosofia "scientifica" erede del
neopositivismo (analitica) ad una "umanistica" che include
esistenzialismo e fenomenologia (continentale). La premessa di questo
contrasto è, però, molto precedente: infatti già nell’800 Dilthey e Brentano,
pur non usando le categorie "analitici" e "continentali",
proponevano due diversi metodi filosofici: uno letterario e suggestivo
(Dilthey), l’altro logico e rigoroso (Brentano). L’essenza di questo scontro
è già nella differenza tra le espressioni "analitica" e
"continentale" che sono del tutto asimmetriche. Infatti,
"analitica" rinvia ad un metodo d’indagine, mentre "continentale"
indica una distinzione geografica. Questa divergenza è segno di una profonda
disparità tra le due tradizioni che fin dall’inizio si sono distinte per
ambiti d’interesse, forme argomentative, metodi d’indagine. Ciononostante, il
punto su cui le due scuole si sono sfidate con più accanimento è stata la
risposta alla domanda "che cosa è la filosofia?" La risposta degli
analitici è ben documentata da M. Dummett (uno dei più celebri analitici
professore di logica ad Oxford per più di trent’anni) il quale osserva:
«L’obiettivo della filosofia è l’analisi della struttura del pensiero e si è
riconosciuto che il solo metodo appropriato per l’analisi del pensiero
consiste nell’analisi del linguaggio». Per tali pensatori la filosofia è una
scienza "analitica", cioè una forma di riflessione che esamina,
scruta e scompone il suo oggetto. Secondo questo approccio la filosofia deve,
soprattutto, investigare le caratteristiche del pensiero e tale indagine è
necessario che avvenga attraverso lo studio del linguaggio che è lo strumento
attraverso cui il pensiero si esprime. La maggior parte degli analitici,
dunque, intendono la filosofia come un’analisi logica del linguaggio. Come
osserva R. Rorty (professore a Stanford e studioso del ruolo della filosofia
nel ’900) «quella che si usa chiamare filosofia analitica non si caratterizza
per l’adesione a tesi filosofiche, ma per uno stile» che si manifesta in
diversi modi. Innanzi tutto, nel tipo di produzione di questi pensatori che
prediligono testi brevi ed articoli piuttosto che opere monumentali. In
secondo luogo nel linguaggio di cui si servono, estremamente rigoroso,
talvolta formalizzato e che spesso ricorre ad espressioni logiche. Infine,
per i problemi trattati, molto circoscritti e dettagliati tali da rendere l’indagine
il più controllabile possibile. Gli analitici, quindi, propongono un tipo di
pensiero che per metodo e linguaggio si avvicina più alla scienza che alla
letteratura. Per i "continentali", invece, la filosofia è un
insieme piuttosto eterogeneo di diversi tipi di orientamento
(esistenzialismo, fenomenologia, strutturalismo, decostruzionismo per citare
solo alcuni dei più rilevanti) e non una disciplina unitaria. La dicitura
"filosofia continentale", implementata soprattutto dagli analitici
desiderosi di differenziarla da quella da loro praticata, all’inizio non era
altro che un’etichetta alla quale non corrispondeva un determinato modo di
fare filosofia. Successivamente, però, ha assunto un significato sempre più
rilevante fino ad indicare un particolare approccio ed atteggiamento.
"Continentale", infatti, indica uno stile più vicino all’ambito
umanistico che predilige testi lunghi, si serve di una prosa letteraria e
rifiuta un linguaggio formalizzato ricco di formule logiche. Questa attitudine
è dovuta alla volontà di utilizzare un metodo che sia proprio delle
discipline umanistiche e che si distingua da quello delle scienze esatte.
Inoltre, il ricorso ad un abito poetico-letterario è giustificato dalla
difficoltà dell’oggetto. Secondo autori come Heidegger e Adorno, i problemi
trattati dalla filosofia sono tanto complessi e astratti che è spesso
difficile esprimerli con il linguaggio ordinario. Adorno, infatti, osserva:
«La filosofia potrebbe definirsi come sforzo di dire ciò di cui non si può
parlare». Il ricorso ad un linguaggio allusivo e poetico, piuttosto che ad
uno scientifico e rigoroso è più appropriato ad esprimere l’ineffabile
astrattezza di certi problemi. I continentali, quindi, non utilizzano un
linguaggio formalizzato ed uguale per tutti come gli analitici ma spesso ogni
autore possiede una "voce propria", ovvero un particolare modo di
esprimersi che riflette la sua visione della realtà. Lo scontro
analitici-continentali presenta due differenti modi di intendere cosa sia la
filosofia. Gli analitici, infatti, nella maggior parte dei casi, reputano che
essa sia un’attenta analisi del linguaggio e considerano se stessi come gli
unici veri pensatori. Al contrario, i continentali sottolineano la
problematicità di una definizione univoca della filosofia poiché credono che
essa sia oggi parcellizzata in molte diverse discipline (esistenzialismo,
fenomenologia, strutturalismo, decostruzionismo, postmodernismo, ecc.). La
filosofia oggi si presenta attraverso questa lotta fra analitici e
continentali, ma contrasti e forti dualismi hanno sempre caratterizzato la
storia del pensiero (platonici-aristotelici, realisti-nominalisti,
kantiani-hegeliani, ecc.). Il fascino della filosofia, come quella di un
incontro di scherma, consiste nell’essere un confronto tra differenti
strategie, tecniche e mentalità. L’essenza della filosofia, forse, è proprio
questa sua natura dialettica, questo suo infinito argomentare e dibattere,
l’essere un percorso in cui gli scontri tra diverse verità ci aiutano a
comprendere la complessità e la profondità dei problemi che l’uomo si è posto
nei secoli. |
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