RASSEGNA STAMPA

16 MAGGIO 2003
GIOVANNI LOMBARDO
[Saggio di Silvia Vizzardelli sul Jankélévitch
L'estetica musicale diventa filosofia

F in dall'antichità, la musica ha occupato, nell'insieme delle arti, una posizione eccentrica. La vocazione fondamentalmente amimetica e la capacità di far convergere, in una sintesi non altrimenti esperibile, percezione e riflessione, coinvolgimento fisico e slancio ultrasensibile ne hanno infatti reso problematica la teorizzazione e, anzi, hanno spesso dato luogo ad atteggiamenti contrastanti: di rifiuto della forza psicagogica dei suoni o di edonistica adesione alla loro lusinga acustica. Tra i pensatori del Novecento che più hanno contribuito a ridefinire lo statuto teorico della musica in una prospettiva che ne rivelasse l'appello metafisico senza concellarne la flagranza percettiva è senza dubbio Vladimir Jankélévitch, il filosofo francese di origine russa che (tanto negli studi specificamente musicologici, quanto, e più in generale, negli scritti teoretici e morali) seppe additare nella musica un percorso privilegiato verso quella «filosofia prima» in cui empiria e trascendenza cospirano felicemente alla rivelazione del senso più autentico dell'esistenza. A illustrarci come, per entro a tutta l'opera di Jankélévitch, si generi e si sviluppi questo musicale vagheggiamento di una verità sensibile e insieme metaempirica provvede ora un prezioso volume di Silvia Vizzardelli (Battere il tempo. Estetica e metafisica in Vladimir Jankélévitch, Quodlibet, Macerata 2003, pp. 180, Euro 16.50). Docente di Estetica Musicale presso l'Università della Calabria e nota anche per i suoi studi sul pensiero musicale di Hegel, Silvia Vizzardelli è una delle più competenti studiose italiane del complesso universo fislosofico di Jankélévitch e questo suo ultimo libro riesce nell'ardua impresa di restituircene una sintesi chiara e coerente. Impresa ardua, dico: non solo per l'obiettiva impossibilità di sciogliere nodi teorici che proprio da un intreccio contraddittorio ed enigmatico traggono spesso la loro forza speculativa, ma anche per la difficoltà di resistere al magnetismo di uno scrittore come Jankélévitch, capace di assorbire il lettore nelle proprie estasi intellettuali con il giuoco ipnotico di una profusione verbale che a tratti ricorda la maniera di certi mistici neoplatonici (peraltro a lui non discari). Talché alla sua scrittura potrebbe talvolta applicarsi ciò che qualche moderno esegeta ha detto, per esempio, dello stile del Pseudo Dionigi Areopagita: che cioè fa balenare l'inconcepibile nell'immaginazione di chi legge. Ma la passione per il suo Autore non ha impedito alla Vizzardelli di tenersi a una distanza critica che sa cogliere e spiegare lucidamente il problema centrale della filosofia di Jankélévitch e della ricca tradizione (primo fra tutti: Henri Bergson) donde essa, in un culto intarsio di allusioni e di citazioni, si nutre: «l'idea di una metafisica fondata sulla concreta esperienza e intesa non come ricerca di significati nascosti nell'empirico, ma come conversione a partire dalla fedeltà al ritmo delle cose». Questa idea, prosegue la Vizzardelli, «confluisce nel privilegio accordato alla musica, arte esemplare per la sua capacità di rinviare ad altro a partire dall'autoriferimento tautegorico». Preceduti da un'introduzione generale e seguiti da una nota biografica su Jankélévitch e da una ricca bibliografia, i quattro capitoli del libro (1. Intuizione e gloria delle forme, 2. Empiria, metaempiria, metalogia, 3. Il realismo mistico, 4. La musica: arte filosofica) ci mostrano come, fuori dalle tentazioni del pensiero negativo, l'alleanza tra estetica e metafisica si risolva in Jankélévitch in quella dimensione dell'avventura che privilegia l'intensità dell'istante sulla prevedibile ripetitività della durata. L'avventura è tensione verso il futuro (ovvero, per l'appunto, verso gli adventura, verso le cose che stanno per accadere): «l'avventura è ciò che ci tiene al contempo dentro e fuori, è vissuta in una compresenza di impegno etico e di distacco estetico, di attiva partecipazione e di esterna contemplazione». Ecco dunque l'importanza dell'empiria ovvero del «movimento che asseconda il farsi volto del mondo», la concezione «gloriosa» dell'apparire (nel senso in cui il greco doxa dice il «lustro», insieme, dell'apparenza e della gloria): contatto sensibile con una verità puntuale e irriducibile all'idea. Un contatto che, a ogni epifania del bello, s'accende della meraviglia di riscoprire la trascendenza nella effettività dell'intuizione in quanto punto d'incontro tra la singolarità dell'oggetto e la singolarità del soggetto, «tangenza di due puntualità». Di qui il «carattere obliquo e insieme rivelativo del linguaggio musicale: un linguaggio che "dice", ma che soprattutto ascolta il ritmo dello spirito nelle cose». La coscienza estetica, in quanto intuizione creativa, è «filosofia prima» e, nella sua tensione rivelativa, si rende congenere alla musica. La musica, infatti, «non è l'opposto di una recondita verità atemporale, bensì è l'esposizione stessa; nella sua genuinità non significa altro che ciò che è. Eppure, proprio grazie all'intensità positiva del suo apparire, è in grado di evocare un tutt'altro ordine che la trascende irrimediabilmente, ma che resta aperto dall'occasione empirica».

 

 

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