![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 MAGGIO 2003 |
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Intervista
con il celebre psicobiologo, autore del saggio «Dove ci porta la scienza»
(Laterza) |
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Cloni senza frontiere |
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Alberto
Oliverio: «Attenzione all'uomo-macchina» |
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Quando, pochi mesi fa,
Brigitte Boisselier, direttrice della Clonaid e seguace della setta dei
Raeliani, annunciò la nascita della prima bambina clonata, un brivido di
orrore percorse il mondo intero. La notizia fu commentata in convegni
scientifici e talk-show televisivi, in commissioni di bioetica e circoli
culturali, nelle università e nei bar, per poi essere archiviata come
l'ennesima «bufala» diffusa da un gruppo di esaltati per farsi un po' di
pubblicità. Ma che sia nata o meno, quella sorellina umana della pecora Dolly
continua ad agitarsi nelle nostre coscienze come uno spettro, simbolo dei
numerosi dilemmi morali che la scienza oggi ci pone: ingegneria genetica,
biotecnologie, neuroscienze e intelligenza artificiale stanno trasformando
radicalmente la nostra concezione del mondo e della natura umana, offrendoci
un'onnipotenza tecnico-scientifica che se da una parte costituisce
l'avverarsi di un antico sogno dell'uomo, dall'altra è fonte di angosciose
incertezze. Di queste incertezze parliamo con Alberto Oliverio, autore del saggio
«Dove ci porta la scienza» (Laterza, 156 pagine, 12,00 euro), nel quale lo
studioso, docente di Psicobiologia all'Università «La Sapienza» di Roma,
tenta di definire il confine tra le incredibili opportunità aperte dalle ultime
scoperte scientifiche e i rischi che esse portano con sé. Professor Oliverio, mai come oggi la scienza è apparsa tanto onnipotente e
suscitato tante perplessità morali. Il progresso fa paura? «Il progresso è per sua natura ambivalente, perché per portare benessere e
prosperità chiede immancabilmente qualcosa in cambio. L'uomo ha sempre
cercato di controllare la natura, compresa la natura umana. Anche in epoche
in cui si pensa esistesse un'armonia tra uomo e natura, come l'età del
bronzo, gli uomini incendiavano i boschi per lasciare spazio a case e campi
coltivati, andavano a caccia e sfruttavano insensatamente le risorse
naturali. Mentre tentava di contrastare o piegare ai suoi fini le leggi della
natura, e combatteva contro le malattie e la vecchiaia, l'uomo ha cominciato
a rendersi conto che i suoi interventi sul mondo che lo circondava potevano
avere conseguenze incontrollabili. Così si formarono due scuole di pensiero,
che hanno attraversato le epoche fino ad oggi: da una parte la concezione romantica,
che difende la purezza incontaminata della natura contro ogni manipolazione
esterna, e dall'altra quella razionalistica, che punta a trarre dalla natura
i mezzi per il miglioramento della vita umana». Una delle scienze che suscita maggiori dilemmi morali è la biologia.
Clonazioni terapeutiche, fecondazioni artificiali e organismi geneticamente
modificati hanno cambiato profondamente la concezione della natura umana? «Con l'avvento delle tecnologie legate alla riproduzione, la nostra
concezione dell'essere umano è diventata più aderente alla sua realtà
biologica. E questo è un bene, perché ci ha resi più consapevoli dei
meccanismi fisiologici che presiedono alla nascita di un essere umano o
all'insorgere di alcune malattie. E' anche vero, però, che questo indubbio
passo avanti, rendendo sempre più labile il confine tra mondo naturale e
mondo artificiale, rischia di promuovere una concezione meccanicistica
dell'uomo, visto come un essere fatto di parti che si possono togliere e
sostituire a piacimento». Un rischio che diventa ancor più grave quando si parla del rapporto tra
mente e cervello. Le neuroscienze, infatti, oggi ci permettono di associare
con sempre maggiore precisione ogni facoltà mentale a una determinata area
del cervello. Ma la mente umana non è fatta solo di neuroni che si scambiano
informazioni, attivando o disattivando le loro sinapsi… «Ovviamente no. I progressi compiuti dalle neuroscienze negli ultimi anni
ci hanno permesso di tracciare una mappa precisa del cervello umano e di
stabilire la funzione di ogni sua parte, ma questo non ci autorizza a
considerare l'organo vitale in cui hanno sede pensieri ed emozioni come una
sorta di computer, di macchina che esiste solo in virtù dei nervi e delle
cellule che la compongono. Anche quando gli scienziati potranno spiegare ogni
più piccolo aspetto della nostra vita mentale in termini riduzionisti -
individuando cioè con assoluta certezza la sede fisica della memoria e del
linguaggio, dell'emozione e delle facoltà matematiche, - ci saranno sempre
elementi che sfuggiranno a questa definizione e che obbligheranno la
fisiologia a cedere il passo alla psicologia, la medicina ad abdicare in
favore della filosofia della mente. Emozioni come desiderio e speranza, paura
e imbarazzo, timidezza e intenzione non potranno mai essere ridotte all'area
del cervello che si "accende" quando le proviamo. Esse appartengono
a quella componente irrazionale della mente umana che non può essere spiegata
dalle neuroscienze e che costituisce, in ultima analisi, la sua bellezza». Che cos'è, professore, la mente? «Io credo che la caratteristica che più di ogni altra definisce la mente
umana sia la sua assoluta individualità e plasticità. La biologia tenta di
ridurla ai suoi principi di base, come i meccanismi della memoria e
dell'emozione, uguali in tutti gli individui; ma ogni singola mente è, sì,
soggetta a regole ferree, ma nello stesso tempo è capace di contraddirle, di
uscire per così dire da sé stessa, di adattarsi al mondo assumendone le
molteplici forme». Gli Ogm sono una risorsa o una minaccia? «Gli organismi geneticamente modificati possono essere una grande risorsa
per soddisfare il fabbisogno alimentare di una popolazione in costante
crescita. Non credo che gli Ogm siano pericolosi: anche il genoma umano
contiene geni estranei ad esso, di origine sia animale sia vegetale, tracce
dell'evoluzione delle specie o portati da virus che dopo aver infettato una
pianta o un animale ne hanno trasferito alcuni geni nell'uomo. Nella
produzione di Ogm, perciò, gli scienziati non fanno altro che imitare la
natura. Il rischio sotteso alla diffusione di colture ingegneristiche,
dunque, non è connesso tanto alla sicurezza degli alimenti geneticamente
modificati, quanto all'esportazione indiscriminata di un modello massificato
in Paesi, come quelli del Terzo Mondo, che non possiedono le tecnologie
adatte né le risorse necessarie per impiantare simili coltivazioni, e nei
quali magari esistono già fiorenti colture di tipo tradizionale che devono
essere salvaguardate». In conclusione, qual è secondo lei oggi il compito della scienza? «Il compito della scienza è di dare una delle spiegazioni possibili della
realtà. Una spiegazione che, per quanto importante, non escluda altre forme
di interpretazione. Compito della scienza è inoltre quello di fornire
all'uomo non solo le tecnologie, ma anche la capacità di decidere
razionalmente se servirsene o no. La scienza, da questo punto di vista, è una
condizione della nostra libertà». |