RASSEGNA STAMPA

1 MAGGIO 2003
SOSSIO GIAMETTA
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Il mondo di Schopenhauer
Cominciata già negli anni ’60 su invito di Giorgio Colli e arricchita di 90 pagine di saggio introduttivo, la traduzione di Sossio Giametta de "Il mondo come volontà e rappresentazione" di Arthur Schopenhauer è ora in libreria (BUR, 1.790 pagine, 30 euro) a novant’anni di distanza dalla meritoria versione di Nicola Palanga del 1913 cui si sono finora rifatte anche le migliori edizioni italiane in circolazione. Sossio Giametta, nostro collaboratore, già ci ha raccontato la travagliata storia editoriale di questa sua traduzione. Mancava un commento, e Giametta ce lo porge con la levità che gli è propria

 

 

 

 

 

 





Schopenhauer aveva un’aspirazione: comunicare un pensiero unico: il mondo è volontà e rappresentazione. Cioè non è solo conoscenza, ma anche e soprattutto forza, una forza onnipotente e irrefrenabile che tutto governa e tutto travolge. Scrisse, già a 26 anni, un’opera a cui diede il titolo Il mondo come volontà e rappresentazione . Nel titolo aveva detto già tutto, ma temeva che non tutti ne capissero le implicazioni. Allora, sotto il titolo, appese 750 pagine. Poteva dunque essere soddisfatto. O meglio, perché ciò che lo muoveva era uno scrupolo, poteva essere tranquillo. Ma quand’uno è scrupoloso non finisce mai di esserlo. Che cosa fece allora, sia pure a molti anni di distanza? Scrisse altre 750 pagine di Supplementi , che formano adesso il secondo volume del Mondo . E così veramente le cose erano chiare.
Ma sopravvenne uno scrupolo ulteriore: e se già l’inizio fosse difficile? Se già per capire quello ci volesse non meno di un trattatello? Bene, si disse Schopenhauer, mettiamocelo. Tanto io l’ho già fatto, come tesi di laurea. Basta modificare, tagliare e incollare, e sarà come nuovo. Lo fece e lo premise al Mondo , come premessa indispensabile. Era Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente . «Dev’essere roba di farmacia», disse la mamma quando sentì questo titolo. Ma tra Schopenhauer e la mamma non correva buon sangue. Non era un prodotto farmaceutico. Con le tre parti insieme, comunque, l’opera era diventata pachidermica. Ma comunicava sempre un pensiero unico. Su ciò Schopenhauer era fermo. Ma i temi che si toccavano in essa non avevano tutti lo stesso valore. C’era per esempio la "volontà" che creava una svolta epocale. Tutti i filosofi, prima, avevano infatti puntato sulla ragione, sulla coscienza, sulla conoscenza come le cose principali. Ma la ragione che era? Uno strumento della volontà, serviva a cercare l’occorrente per vivere. La cosa più importante era la volontà: un mostro di forza insaziabilmente affamato di vita e crudele strumentalizzatore di tutti gli esseri, fatti gli uni agli altri nemici, per alimentare il conflitto universale di cui si pasce.
Era l’irruzione negli ordinati campi della filosofia dell’irrazionale, che da allora tanta carriera ha fatto. Dunque questo tema meritava uno sviluppo a parte. Nasce così La volontà nella natura . Ma, ahimè, anzi ahilui, anzi ahinoi, questo non era il solo tema che sovrastava gli altri. A noi che succede in conseguenza della volontà irrazionale? Rimane libera la volontà nostra? E visto il putiferio che essa scatena, noi come dobbiamo comportarci? Dobbiamo comportarci moralmente? Ma su quale fondamento? Va be’ ho capito, disse Schopenhauer: qui ci vogliono due saggi su questi due temi, poi li mettiamo insieme e abbiamo anche l’etica. In essa assegniamo alla bontà il primato sul genio, al carattere il primato sull’intelletto ed eleviamo a massimo valore morale la compassione e la rinuncia alla vita. Di più non possiamo fare.
Rimaneva ancora qualcosa dopo tutto ciò? Certamente niente di quintessenziale. Solo spigolature, lavoretti separati, saggi complementi... Raccolti in due volumoni: Parerga e paralipomena , permisero a Schopenhauer di sfondare, dopo essersi battuto e dibattuto disperatamente per tutta la vita. Ebbe delle rose bianche, come le chiamò. Ma erano meglio che niente, visto che il suo grande discepolo Nietzsche, che aveva sgobbato mica male anche lui, non ebbe neanche quelle, né, con quelle, quel lusso di superbia, di sfoghi e di bizze che solo la celebrità consente.
Ormai monumentale, l’opera esprimeva purtuttavia sempre quel pensiero unico, il seme che aveva fatto crescere la quercia. Nietzsche, che era un po’ matto anche prima di diventarlo, lamentò che l’opera non avesse avuto sviluppo, storia, cioè cambiamenti nel tempo. Ma noi, che non siamo matti, e io in particolare, visto che mi è toccato e mi tocca tradurla, ci guardiamo bene dal lamentarci; anche perché Schopenhauer dice che per capirla bisogna leggerla due volte, una volta dal principio alla fine e un’altra dalla fine al principio. Comunque il lamento può valere per tutti i filosofi, che sono tutti sottosviluppati. Al loro sviluppo pensano quelli che vengono dopo (altrimenti cosa farebbero?).
Nietzsche comunque non aveva ragione. Perché la concezione di Schopenhauer pretende di cogliere le prime e ultime cose, sub specie aeternitatis , sicché poteva solo essere smentita o confermata, non trasformata. Come decifrazione del mondo , comunque, Il mondo rimane un’opera mirabile, anche perché il filosofo era inoltre uno stilista e un moralista di prim’ordine. Come tale, essa ha esercitato un influsso enorme nella cultura occidentale (Wagner, Nietzsche, Thomas Mann, Einstein, Kafka, Gide, Borges, Marx, Turgenev, Tolstoj, Freud, Gehlen, Horkheimer ecc.), e, secondo noi, più ancora lo eserciterà. Il suo segreto è di fondarsi, come il sistema kantiano, sull’esperienza, ma, a differenza di questo, di interpretare, anche, l’esperienza come un tutto e di oltrepassarla sul suo stesso slancio, senza però mai perdere il contatto con essa. L’esperienza, infatti, non si spiega da sé e rimanda all’oltre di sé, cioè alla metafisica. A questa si accede non tramite la ragione, ma per via interna, attraverso il sentimento diretto delle forze della vita. In base alla doppia conoscenza che noi abbiamo del nostro corpo: una volta come oggetto della mente (al pari di tutti gli altri oggetti) e un’altra come oggetto della coscienza, possiamo attribuire la doppia e coincidente realtà che ne risulta anche a tutte le altre cose e al mondo stesso. Questo diventa così un macroantropo (fatto cioè solo di volontà e rappresentazione), mentre per gli altri filosofi era l’uomo che diventava un microcosmo. C’è il pessimismo. Non infondato, ma esagerato. Guardi che un grigio scuro basta, non c’è bisogno del nero assoluto, gli disse a Berlino Chamisso. Per Jean Paul Il mondo era «un melanconico lago norvegese circondato da alte rocce, in cui non si specchia mai il sole ma soltanto il cielo stellato». Però il sole c’è, quando sì quando no, dove più dove meno, e illumina buoni e cattivi, come tutti sappiamo.

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