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Giangiorgio Pasqualotto, «East & West»: oltre la comparazione
Filosofia come catarsi
Occidente e Oriente, il salto dell'intercultura
«Corrompendo o devastando i luoghi in nome di interessi individuali (anche
nazionali, aggiungiamo noi) - separati da quelli dell'ambiente e della comunità
- si contaminano o si annientano pezzi di terra intrisi dei rapporti degli
uomini con qualcosa che ha sempre ecceduto le loro singolarità: il senso del
numinoso, la presenza degli dei, il nome di Dio, l'ideale di una comunità di
giusti o di una società perfetta... e così l'argine che la solidarietà tra
uomo e luogo opponeva al dilagare del nulla dello spazio profano». Forse da
qui, dalle ultime righe del libro di Giangiorgio Pasqualotto appena uscito
(East & West, Marsilio, pp. 210, 16 euro), occorre partire per cogliere
la drammatica urgenza da cui proviene la sua "pratica della filosofia
come catarsi", il filosofare comparativo sui problemi comuni e sui
fondamenti delle varie risposte tentate dall'umanità. Impresa disperata
doppiamente, se nella globalizzazione ora riemerge quello "scontro di
civiltà" fra Occidente e Oriente, e fra Nord e Sud del mondo, che un
secolo di antropologia comparata sembrava aver superato. Come passare dunque
fra i due scogli da un lato dell'eurocentrismo, dall'altro dell'esotismo
(ormai New Age)? Se la falsa neutralità della scienza non dà certezza, in che
lingua filosofica intrecciare un nuovo dialogo? E' evidente la necessità di
mettere in discussione la nostra identità profonda, i nostri valori, se
vogliamo cercare di comprendere l'altro.
Che noi stessi siamo anche fatti d'altro, di altri negati o incorporati, lo
aveva già scoperto la psicanalisi, e la poesia (Rimbaud: «l'io è un Altro)),
così per le arti e la letteratura (il primo Nobel non europeo, a Tagore,
risale già al 1913) - mentre persino alla postmoderna filosofia sembra
imbarazzante ammettere quanto la sua storia stia in rapporto con quelle
classiche d'Oriente o, lasciandosi ancora modificare nel contatto con diverse
culture, proporsi in nuove forme.
Decenni di analisi e pratiche comparative, fra le più rigorose e ardite,
tornano a interagire in questo libro: il dolore e il Bene in Platone e
Buddha, la Monade di Plotino analoga al Tao, l'Uno e i Molti in Grecia come
in Cina, l'Oriente sprecato da Brecht, il più autentico taoismo invece del
marxista-kabalista Walter Benjamin - persino la "caparbia pazienza"
di Gramsci nei quaderni dal carcere - intendono dimostrare la «vocazione
apolide, internazionale, anarchica del pensiero». E quando ciò avviene, si
supera il paradosso della propria estraneità o della intraducibilità altrui,
che stanno in una dimensione puramente orizzontale: qui c'è un passo
decisivo, un salto nella dimensione verticale dell'"intercultura" -
il cui valore è appunto in quell'"inter" o "tra", come
nell'intelligenza è il "leggere tra le righe". Il salto avviene
nonostante o contro le formulazioni del pensiero lineare: pur continuando a
dichiararsi ben lontano dal pensiero tradizionale (perché
"dogmatico"), Pasqualotto stavolta fornisce una tabella di sei fra
le maggiori scuole della Tradizione - Plotino (per tutto il Neoplatonismo
occidentale), l'Albero del Sephirot per la Kabalà, il Mahayana per il
Buddhismo, Ibn Arabi per il Sufismo, il Taoismo filosofico - schematizzate
secondo livelli, dall'Inconoscibile giù fino alla materia. Il processo
inverso di ascesi, per esempio con l'eros, trova poi miglior esempio nel
Tantra che nell'anamnesi platonica, ma è il discorso di Benjamin sulla Lingua
a costituire una cerniera di interesse attualissimo. Il primo livello
dall'alto è quello della Parola creatrice di Dio, autonoma eppure immersa nel
flusso di un ora eterno; al secondo livello è la "lingua
adamitica", quella dei simboli dopo la Caduta; infine la frammentazione
delle lingue umane, fatte di nomi convenzionali e utilitari. Come il Tao e la
Kabalà, che risalgono all'originaria semplicità del monte, così per Benjamin
il filosofo deve cercare di rintracciare nelle parole comuni la loro sepolta
energia ritmico-simbolica. Riconoscendo questa forza, potrà tradurre davvero
le parole di altre lingue o inventarne di nuove, perché tutte alludono solo a
un'infinita nominabilità. E così, alle soglie del silenzio mistico,
l'orizzonte dalla cima della "sua" montagna comprenderà l'orizzonte
da ogni montagna.
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