RASSEGNA STAMPA

29 APRILE 2003
CLAUDIO BARTOCCI
[Ds, il mesone rivoluzionario
Una particella subatomica mette alla prova le teorie della fisica. Parla uno degli scopritori, Fernando Ferroni
La nuova particella Enigma da risolvere: ha una massa piccola ma vive a lungo

 
E' stata annunciata ieri a Stanford, in California, la scoperta di una nuova particella fisica della famiglia dei mesoni. Un risultato che mette alla prova le teorie attuali sulla natura dei componenti elementari della materia. Ne abbiamo parlato con uno degli autori italiani della scoperta, il professor Fernando Ferroni, ordinario di fisica all'Università La Sapienza di Roma.

Professor Ferroni, qual è la caratteristica più importante della particella descritta ieri?

I nostri dati, che abbiamo già inviato alla rivista «Physical Review», indicano che questo mesone è una vera sorpresa. Ha una massa minore di quella prevista ma «dura» più a lungo di quanto dovrebbe. Con la sua massa infatti questa nuova particella dovrebbe disintegrarsi molto rapidamente, invece rimane ben visibile, tanto è vero che l'abbiamo osservata circa 1500 volte su 150 milioni di eventi. Pensiamo che le nostre osservazioni mettano alla prova uno dei modelli di riferimento elaborati fino ad oggi per la fisica delle particelle ed è possibile che i fisici teorici saranno costretti ad aggiornarlo sulla base di questi risultati. Questo mesone, infatti, potrebbe essere costituito, per esempio, da due coppie di quark e antiquark e non da una sola come avviene di solito.

Come l'avete scoperto?

In un certo senso è un tipico caso di serendipity, una scoperta felice avvenuta in modo casuale. Stavamo analizzando i quark Beauty («bellezza»), che permettono lo studio dell'asimmetria tra materia e antimateria originatasi all'inizio dell'universo. Osservando bene però, come effetto collaterale non da poco, abbiamo visto questo mesone sconosciuto.

Perché l'avete chiamato Ds2317?

E' un nome convenzionale che deriva dalle unità che lo compongono. La «D» indica che contiene un quark di tipo Charme («fascino»), la «s» invece sta per un quark Strange («strano»). Nomi pittoreschi che non hanno ovviamente un significato letterale. Sono solo frutto della fantasia dei fisici che li hanno scoperti.

La ricerca italiana non sta attraversando un buon periodo. Pensa che il vostro risultato riuscirà a far invertire la rotta?

Spero di sì. Abbiamo lavorato con i dati provenienti dall'acceleratore americano Slac in California. Ma la paternità della scoperta è essenzialmente italiana. Il mesone è stato «trovato» dal professor Antimo Palano a Bari, che ha utilizzato i calcolatori Infn di Roma. Voglio aggiungere che per la prima volta un non americano, il professor Marcello Giorgi dell'università di Pisa, è responsabile del progetto BaBar, un esperimento pensato dieci anni fa ma che è operativo più o meno da quattro. Il nostro risultato nasce da una collaborazione paritaria tra Europa e Stati Uniti. Perfino di questi tempi la sintonia scientifica tra le due sponde dell'Atlantico non è messa in discussione.

L'Infn ha una tradizione di autorevolezza riconosciuta anche a livello internazionale. Pensa che derivi in parte dal suo modello organizzativo?

L'Infn è e rimane un pilastro della ricerca italiana. Gli scienziati che ne fanno parte, distribuiti all'interno delle università, eleggono dal basso i loro capi di laboratorio, che a loro volta nominano il direttore dell'Istituto. Mi auguro che questo modello, efficiente ed efficace, continui ad essere un esempio per tutte le riforme che si stanno portando avanti in Italia a livello politico.

Si riferisce anche alla difficile situazione dell'Infm di Genova, che potrebbe sparire confluendo nel Consiglio nazionale delle ricerche?

Sì. L'Infm è un istituto giovane che è nato proprio sul nostro modello. Se lo «sciolgono» all'interno del Cnr, come era ipotizzato fino a poco fa, lo condannerebbero all'estinzione prima ancora di avergli consentito di dimostrare pienamente tutto il suo valore. Una scelta che personalmente non condivido.
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