RASSEGNA STAMPA

20 APRILE 2003
GIUSEPPE BEDESCHI
[Marx e l'uomo a una dimensione

La letteratura su Marx è, come tutti sanno, vastissima: essa potrebbe riempire da sola intere biblioteche.  Nella sua grande maggioranza è una letteratura di orientamento marxista, che commenta, spiega, glossa le opere di Marx, la loro genesi, il loro organamento, i loro passaggi più difficili e delicati, le loro implicazioni, ecc.  Accanto a questa letteratura (che non è solo apologetica, ma comprende anche contributi di prim'ordine), c'è una letteratura critica, nel senso letterale della parola: che sottopone, cioè, il pensiero di Marx a una minuta disamina, per metterne in rilievo gli "errori" (o quelli che sono sembrati tali), le incoerenze, le insufficienze, le contraddizioni, ecc.  Si collocano in questo filone libri assai importanti: come quello di Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, che già alla fine dell'Ottocento aprì la prima grande "crisi" del marxismo.; o come il libro di Croce (Materialismo storico ed economia marxistica, 1899) o di Gentile (La filosofia di Marx, 1899); per non parlare dei libri di Kelsen (Socialismo e Stato, 1920) e di Schumpeter (Capitalismo, socialismo e democrazia, 1947).  Sembrava che, dopo questi grandi libri, nulla potesse più essere aggiunto sul terreno della critica rivolta al pensiero di Marx.  Eppure, quando Colletti pubblicò nel 1974 la sua Intervista politico-filosofica (che conteneva un saggio importante su Marxismo e dialettica), si aprì un vasto e intenso dibattito nello stesso campo marxista, in quanto alle critiche rivolte fino ad allora a Marx, se ne aggiungeva un'altra, di grande peso sul piano logico-epistemologico.

In realtà, si potrebbe dire, ogni generazione fa i propri conti con Marx, sulla base delle proprie esperienze e della propria cultura.  Sotto questo profilo il pensatore tedesco ha mostrato e continua a mostrare una "resistenza" e una "longevità" indiscutibili, che sono proprie di un "classico" (del resto Schumpeter parlò di un Marx "profeta", ma anche di un Marx "scienziato").

Anche Ermanno Bencivenga fa i conti con Marx nel suo recentissimo Una rivoluzione senza futuro.  Perché la sinistra non può (più) dirsi marxista: una lettura di Marx, la sua, che si può veramente definire "personalissima", poiché l'autore ignora deliberatamente tutta la letteratura critica precedente, e si propone di rileggere Marx «a mente fresca», «entrando con lui in un rapporto diretto, senza reti di protezione».

Il primo (e, mi pare, più interessante) risultato di questa lettura di Marx è che Bencivenga ravvisa in lui una insufficienza gravida di conseguenze: il pensatore di Treviri non ha visto che l'essere umano è intrinsecamente politico, cioè (questa è la definizione di politico per Bencivenga) l'essere umano è dominato da un interminabile e insolubile conflitto tra registri diversi di valutazione, conversazione e azione.  Un conflitto, dunque, tanto interno, quanto esterno a noi (in quanto investe i nostri rapporti con gli altri), e che non riguarda solo le mosse da fare entro un gioco dalle regole prestabilite, ma investe le regole stesse; un conflitto, insomma, in cui ogni parte in causa si fa portatrice delle proprie regole e tenta di imporle a tutte le altre parti.  Tale conflitto può prendere forme molto diverse: di contrapposizione frontale e violenta, di costruzione di steccati di varia natura, che impediscono l'articolazione di un dialogo con gli altri, ecc.  Non avendo visto ciò, Marx non ha visto, secondo Bencivenga, l'essere politico degli uomini e delle donne, in quanto non ha visto le molteplici radici dei loro molteplici conflitti.  E infatti il pensatore tedesco ha proposto una visione conciliatoria, in cui il conflitto si comporrà, non potrà non comporsi, anzi è già virtualmente composto.

Questa critica di Bencivenga a Marx potrà forse stupire, in quanto il rimprovero mosso infinite volte al pensatore di Treviri è di avere "politicizzato", cioè di avere concepito in termini solo politici, tutta la personalità e tutta la vita umana.  Senonché, non bisogna dimenticare che Marx ha esplicitamente indicato come caratteristica fondamentale della futura società comunista l'estinguersi, in essa, della politica e delle istituzioni politiche, sostituite da un «autogoverno dei produttori» e da una «amministrazione delle cose». Il che presupponeva, appunto, una visione armonica e organicistica (e quindi tale da escludere il conflitto) degli esseri umani e dei loro rapporti.

Bencivenga afferma, alla fine del suo libro, di aver tratto ispirazione, in questa sua critica, da Kant, il quale, a differenza di Hegel (dal quale Marx dipende), ha insistito sulla interna molteplicità degli esseri umani: solo che, mentre in Kant questa molteplicità appare limitata ad alcuni registri fondamentali (la conoscenza, la legge morale, il giudizio estetico e teleologico), è necessario riconoscere - dice Bencivenga - che essa è assai più ampia, in quanto si struttura in indefinite modalità diverse di comportamento e di pensiero. E' evidente che, rispetto a questo riconoscimento, la concezione sostanzialmente monistica di Marx (come già quella di Hegel) appare inadeguata.

Bencivenga cita Kant, ma avrebbe potuto citare anche Freud, che nel Disagio della civiltà osservò che l'idea secondo la quale l'abolizione della proprietà privata e la comunione dei beni avrebbero estirpato tutte le radici delle ostilità e delle tensioni fra gli uomini, partiva da una premessa psicologica sbagliata ed era «un'illusione senza fondamento», poiché, appunto, quelle radici erano infinitamente più varie e complesse.

 

Ermanno Bencivenga, «Una rivoluzione senza futuro. Perché la sinistra non può (più) dirsi marxista», Garzanti, Milano 2003, pagg. 110, e 14,50.
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vedi anche
Filosofia (e) politica