![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 APRILE 2003 |
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La
letteratura su Marx è, come tutti sanno, vastissima: essa potrebbe riempire
da sola intere biblioteche. Nella sua grande
maggioranza è una letteratura di orientamento marxista, che commenta, spiega,
glossa le opere di Marx, la loro genesi, il loro organamento, i loro passaggi
più difficili e delicati, le loro implicazioni, ecc. Accanto a questa letteratura (che non è solo apologetica, ma
comprende anche contributi di prim'ordine), c'è una letteratura critica, nel
senso letterale della parola: che sottopone, cioè, il pensiero di Marx a una
minuta disamina, per metterne in rilievo gli "errori" (o quelli che sono
sembrati tali), le incoerenze, le insufficienze, le contraddizioni, ecc. Si collocano in questo filone libri assai
importanti: come quello di Bernstein, I
presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, che già alla
fine dell'Ottocento aprì la prima grande "crisi" del marxismo.; o
come il libro di Croce (Materialismo
storico ed economia marxistica, 1899) o di Gentile (La filosofia di Marx, 1899); per non parlare dei libri di Kelsen (Socialismo e Stato, 1920) e di
Schumpeter (Capitalismo, socialismo e
democrazia, 1947). Sembrava che,
dopo questi grandi libri, nulla potesse più essere aggiunto sul terreno della
critica rivolta al pensiero di Marx.
Eppure, quando Colletti pubblicò nel 1974 la sua Intervista politico-filosofica (che conteneva un saggio importante
su Marxismo e dialettica), si aprì un
vasto e intenso dibattito nello stesso campo marxista, in quanto alle critiche
rivolte fino ad allora a Marx, se ne aggiungeva un'altra, di grande peso sul
piano logico-epistemologico.
In
realtà, si potrebbe dire, ogni generazione fa i propri conti con Marx, sulla
base delle proprie esperienze e della propria cultura. Sotto questo profilo il pensatore tedesco ha
mostrato e continua a mostrare una "resistenza" e una
"longevità" indiscutibili, che sono proprie di un
"classico" (del resto Schumpeter parlò di un Marx
"profeta", ma anche di un Marx "scienziato").
Anche
Ermanno Bencivenga fa i conti con Marx nel suo recentissimo Una rivoluzione senza futuro. Perché la sinistra non può (più) dirsi
marxista: una lettura di Marx, la sua, che si può veramente definire
"personalissima", poiché l'autore ignora deliberatamente tutta la
letteratura critica precedente, e si propone di rileggere Marx «a mente
fresca», «entrando con lui in un rapporto diretto, senza reti di protezione».
Il
primo (e, mi pare, più interessante) risultato di questa lettura di Marx è che
Bencivenga ravvisa in lui una insufficienza gravida di conseguenze: il
pensatore di Treviri non ha visto che l'essere umano è intrinsecamente
politico, cioè (questa è la definizione di politico per Bencivenga) l'essere
umano è dominato da un interminabile e insolubile conflitto tra registri
diversi di valutazione, conversazione e azione. Un conflitto, dunque, tanto interno, quanto esterno a noi (in
quanto investe i nostri rapporti con gli altri), e che non riguarda solo le
mosse da fare entro un gioco dalle regole prestabilite, ma investe le regole
stesse; un conflitto, insomma, in cui ogni parte in causa si fa portatrice
delle proprie regole e tenta di imporle a tutte le altre parti. Tale conflitto può prendere forme molto
diverse: di contrapposizione frontale e violenta, di costruzione di steccati di
varia natura, che impediscono l'articolazione di un dialogo con gli altri,
ecc. Non avendo visto ciò, Marx non ha
visto, secondo Bencivenga, l'essere politico degli uomini e delle donne, in
quanto non ha visto le molteplici radici dei loro molteplici conflitti. E infatti il pensatore tedesco ha proposto
una visione conciliatoria, in cui il conflitto si comporrà, non potrà non
comporsi, anzi è già virtualmente composto.
Questa
critica di Bencivenga a Marx potrà forse stupire, in quanto il rimprovero mosso
infinite volte al pensatore di Treviri è di avere "politicizzato",
cioè di avere concepito in termini solo politici, tutta la personalità e tutta
la vita umana. Senonché, non bisogna
dimenticare che Marx ha esplicitamente indicato come caratteristica
fondamentale della futura società comunista l'estinguersi, in essa, della
politica e delle istituzioni politiche, sostituite da un «autogoverno dei
produttori» e da una «amministrazione delle cose». Il che presupponeva,
appunto, una visione armonica e organicistica (e quindi tale da escludere il
conflitto) degli esseri umani e dei loro rapporti.
Bencivenga
afferma, alla fine del suo libro, di aver tratto ispirazione, in questa sua
critica, da Kant, il quale, a differenza di Hegel (dal quale Marx dipende), ha
insistito sulla interna molteplicità degli esseri umani: solo che, mentre in
Kant questa molteplicità appare limitata ad alcuni registri fondamentali (la
conoscenza, la legge morale, il giudizio estetico e teleologico), è necessario
riconoscere - dice Bencivenga - che
essa è assai più ampia, in quanto si struttura in indefinite modalità diverse
di comportamento e di pensiero. E' evidente che, rispetto a questo
riconoscimento, la concezione sostanzialmente monistica di Marx (come già
quella di Hegel) appare inadeguata.
Bencivenga
cita Kant, ma avrebbe potuto citare anche Freud, che nel Disagio della civiltà osservò che l'idea secondo la quale
l'abolizione della proprietà privata e la comunione dei beni avrebbero
estirpato tutte le radici delle ostilità e delle tensioni fra gli uomini,
partiva da una premessa psicologica
sbagliata ed era «un'illusione senza fondamento», poiché, appunto, quelle
radici erano infinitamente più varie e complesse.
Ermanno Bencivenga, «Una rivoluzione senza futuro. Perché la sinistra non può (più) dirsi marxista», Garzanti, Milano 2003, pagg. 110, e 14,50.