![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 APRILE 2003 |
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Si può rifiutare per
dignità una somma straordinaria, di quelle che cambiano la vita? Si può, anzi
si deve, parola di Giovanni Bovio. Nel 1883 il governo italiano chiese un
prestito di 50-60 milioni di lire a un gruppo di banchieri francesi e questi
offrirono al deputato Bovio un milione e 200.000 lire per la mediazione nella
trattativa. Il filosofo rispose no con una lettera passata ai giornali
napoletani. Scrisse che la sua aritmetica mai era arrivata a contare un milione
e aggiunse: «I banchieri possono lasciare la loro coscienza a pié delle Alpi, e
ripigliarsela al ritorno; ma io la porto dovunque, perché là dentro ci sono gli
ultimi ideali che ho potuto salvare dalle delusioni». Eppure «teneva famiglia»,
il 1883 fu l’anno in cui vide la luce il secondogenito Libero, il grande poeta.
L’aneddoto storico è riassuntivo di una vita. Figlio di Nicola e di Chiara
Pasquini, Bovio nacque povero a Trani il 6 febbraio 1837 e povero morì a Napoli
il 15 aprile 1903, un secolo fa. Vagheggiò una repubblica basata sull’ assoluta
libertà di pensiero, seppe che la libertà individuale esclude il benessere
materiale. Pagò, per queste scelte. Senza aver preso nemmeno la licenza
ginnasiale, aprì uno studio privato di filosofia e a ventun anni pubblicò Il
verbo novello, ricavandone una doppia scomunica: quella degli hegeliani Spaventa
e Vera, quella del vescovo di Trani. La seconda desertificò la sua scuola.
Allora, nel 1869, venne a Napoli per insegnare in istituti privati.
Lo bocciarono al concorso per la cattedra di letteratura italiana, nel 1874
finalmente gli diedero il corso libero di filosofia del diritto. Ebbe due
figli, il primo chiamato Corso a sottolineare l’italianità dell’isola dominata
dai francesi; il secondo Libero, auspicio per gli irredenti; gli studenti
attesero invano una figlia femmina, certi che l’avrebbe battezzata Filosofia.
Fu il professore più amato dell’università di Napoli, pure per la generosità
agli esami, da lui confermata quando insegnò enciclopedia giuridica e diritto
pubblico comparato.
Aveva fronte altissima, occhi profondi e barba fino al petto. Gli scappava di
parlare difficile, ma appena coglieva un lampo d’incertezza negli ascoltatori
cavava una frase chiara e riassuntiva della complessità del pensiero. Entrò in
Parlamento nel 1876, rappresentante della sinistra democratica, eletto nel
collegio di Minervino Murge, e vi restò per otto legislature. Da deputato
affrontò il colera del 1884 - 349 casi nei quartieri dei ricchi, 2988 nelle
scarrafunere dei poveri - e l’affrontò soccorrendo i bassi dello strazio,
presidente di un comitato di volontari. Accanto a lui Andrea Costa, il mito
delle lotte operaie, venuto dalla Romagna ad aiutare altri diseredati. Finita
l’epidemia, Bovio affiliò Costa alla sua loggia massonica e dettò una lapide:
«Dove una è la patria, uno è il dolore».
Altre due frasi-bussola. La prima: «Definirsi o sparire». La seconda: «Il
diritto senza dovere fa il padrone, il dovere senza diritto fa il servo;
diritto e dovere equilibrati nella persona fanno l’uomo, non padrone o servo,
non signore o suddito, ma l’uomo veramente, l’uomo libero». Gli diedero la
laurea honoris causa in legge, la adoperò due volte, per difendere Alberto
Mario e i socialisti. La prima arringa la pubblicò, il titolo è esemplare: La
scienza e la storia irresponsabili innanzi alle leggi penali; si concludeva
così: «Se Mario è condannato, la sua tesi vince: in Italia le istituzioni sono
minori della civiltà». Nella seconda disse ai giudici: «Misurerete le ore di
reclusione a uomini che sorridono alla morte?».
Fu contrario a ogni rappresaglia contro gli anarchici. Il suo pensiero -
consolidato negli Scritti filosofici e politici del 1883 e in Dottrina dei
partiti in Europa del 1886 - poggiava sull’utopia e sulla giustizia solidale.
Fu contrario all’astensionismo. Valutò la repubblica forma intermedia tra
monarchia e anarchia; intuì che il regno sarebbe caduto di fronte al problema
della libertà, e attese. Essendo dolce, lottando fra ragione e sentimento,
forse fu un politico mediocre e il giudizio vale una medaglia al valore.
Spesso dormiva nel suo studio. Emergeva per ascoltare i suoni tratti al
pianoforte dalla moglie Bianca, siciliana, e talvolta cantava con voce di
basso. Sapeva di musica e di molte altre arti, in questo fu un illuminista.
Scrisse perfino opere teatrali popolari, e fu una forma di democrazia. Alla prima
di Cristo alla festa di Purim, data al Sannazaro con Ermete Zacconi nella parte
di Giuda, si mobilitò la polizia, poiché i clericali suoi nemici avevano
aizzato la plebe. Lui sorrise: «Il popolo napoletano non mi torcerà mai un
capello, poiché sente che io l’ho sempre difeso contro tutte le forme della
schiavitù e del sopruso».
All’epilogo, lasciò che un sacerdote s’illudesse di averlo convertito. Ai
funerali un allievo vide un prete piangere, prudentemente stava a una finestra.
Dietro al feretro camminava un ex attore comico detto il pensatore, con cui
Bovio scambiò teorie facendosi accompagnare d’estate alle bancarelle dei
melloni: uno dei tanti amici senza potere.